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I.  M.  I.

 

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(1) In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

(2) Per pura obbedienza incomincio a scrivere.

(3) Voi sapete, oh! Signore, il sacrificio che mi costa a farmi, che a mille morti mi assoggetterai anzi che scrivere un sol rigo delle cose che sono passate tra me e Voi.  Oh! mio Dio, la natura frema, si sente schiacciata e quasi disfatta al solo pensarlo.  Deh! dammi la forza, oh! vita della mia vita, affinché possa fare la santa obbedienza! Voi che ne avete dato l’inspirazione al confessore, dammi la grazia di poter eseguire ciò che mi viene comandato.

(4) Oh! Gesù, oh! Sposo, oh! fortezza mia, a Voi m’innalzo, a Voi vengo, nelle vostre braccia m’intrometto, m’abbandono, mi riposo.  Deh! sollevami nella mia afflizione e non mi lasciare sola e abbandonata! Senza il vostro aiuto sono certa che non avrò forza di fare questa obbedienza che tanto mi costa, mi farò vincere dal nemico, e temo d’essere da Voi schiacciata giustamente per la mia disobbedienza.  Deh! mirami e rimirami, oh! sposo santo in queste vostre braccia, vedete da quante tenebre sono circondata, sono tanto dense che non lasciano di far entrare neppure un atomo di luce nell’anima mia.  Oh! mio mistico Sole Gesù, risplenda questa luce nella mia mente, acciocché fuga le tenebre e possa liberamente ricordare quelle grazie che avevi fatto all’anima mia.  Oh! Sole Eterno, spiccate un altro raggio di luce nell’intimo del mio cuore e lo purificate dal fango in cui giace, l’incendiate, lo consumate del vostro Amore, affinché lui che più di tutto ha provato le dolcezze del vostro Amore, possa chiaramente manifestarle a chi ne è obbligato.  Oh! mio Sole Gesù, un altro raggio di luce ancora sulle mie labbra acciocché possa dire la pura verità, a solo scopo di conoscere se siete Voi veramente o pure illusione del nemico.  Ma, oh! Gesù, quanto scarsa di luce mi vedo ancora in queste vostre braccia.  Deh! contentatemi, Voi che tanto mi amate, continuate a mandarmi luce.  Oh! mio Sole, mio bello, voglio proprio entrare nel centro, affinché resti tutta innabbissata in questa luce purissima.  Fate, oh! Sol Divino, che questa luce mi proceda innanzi, mi segua d’appresso, mi circondi da per ogni dove, s’intrometta in ogni intimo nascondiglio del mio interno, acciocché consumato il mio essere terreno, lo trasformate tutto nel vostro Essere Divino.

(5) Vergine Santissima, Madre amabile, vieni in mio soccorro, ottenetemi dal vostro e mio dolce Gesù grazia e fortezza per fare questa obbedienza.

(6) San Giuseppe, protettore mio caro, assistetemi in questa mia circostanza.  Arcangelo San Michele difendetemi dal nemico infernale, che tanti ostacoli mi mette nella mente per farmi mancare a questa obbedienza.  Arcangelo San Raffaelo e voi Angelo mio custode, venite ad assistermi e ad accompagnarmi, a dirigere la mia mano affinché possa scrivere la sola verità.

(7) Sia tutto ad onore e gloria di Dio, e a me tutta la confusione.  Oh! Sposo Santo, vieni in mio aiuto! Nel considerare le tante grazie che hai fatto all’anima mia, mi sento tutta raccapricciata e spaventata, tutta piena di confusione e vergogna nel vedermi ancora così cattiva e incorrispondente alle vostre grazie.  Ma mio amabile e dolce Gesù, perdonami, non ritirarti da me, ma continua a versare in me la tua grazia, acciocché possiate fare di me un trionfo della vostra Misericordia.

(8) Incomincio __ Una novena del Santo Natale.  Circa l’età di diciassette anni, mi preparai alla festa del Santo Natale praticando diversi atti di virtù e mortificazione, e specialmente onorando i nove mesi che Gesù stette nel seno materno con nove ore di meditazione al giorno, appartenente sempre al mistero dell’Incarnazione.

(9) 1º.- Come per esempio, in un ora mi portavo col pensiero nel paradiso e mi imagginavo la Santissima Trinità.  Il Padre che mandava il Figlio sulla terra, il Figlio che prontamente ubbidiva al Volere del Padre, lo Spirito Santo che vi consentiva.  La mia mente si confondeva nel mirare un sì grande mistero, un amore sì reciproco, sì uguale, sì forte tra Loro e verso degli uomini; e poi, l’ingratitudine degli uomini e specialmente la mia; che vi sarei stato non un’ora ma tutto il giorno, ma d’una voce interna che mi diceva:

(10) “Basta, vieni e vedi altri eccessi più grandi del mio Amore”.

(11) 2º.- Quindi la mia mente si portava nel seno materno, e rimaneva stupita nel considerare quel Dio sì grande nel Cielo, ora così annichilito, impiccolito, ristretto, che non poteva muoversi, e quasi neppure respirare.  La voce interna che mi diceva:

(12) “Vedi quanto ti ho amato? Deh! dammi un po’ di largo nel tuo cuore, togli tutto ciò che non è mio, che così mi darai più agio a potermi muovere e a farmi respirare”.

(13) Il mio cuore si struggeva, gli chiedevo perdono, promettevo d’essere tutta sua, mi sfogavo in pianto, ma però, lo dico a mia confusione, che ritornavo ai miei soliti difetti.  Oh! Gesù, quanto siete stato buono con questa misera criatura.

(14) E così passavo la seconda ora del giorno, e poi, via via il resto, che dirle tutte sarebbe seccare.  E questo lo facevo, quando in ginocchio e quando ne ero impedita dalla famiglia, anche lavorando, poiché la voce interna non mi dava né tregua né pace se non facevo quel che voleva, quindi il lavoro non mi era d’impedimento di fare quel che dovevo fare.  Così passai i giorni della novena, mentre giunse la vigilia mi sentivo, più che mai accesa d’insolito fervore, e vi stavo sola nella stanza, ed eccomi che mi si fa d’innanzi il bambinello Gesù, tutto bello, sì, ma tremante, in atto di volermi abbracciare, e io mi alzai e corsi per abbracciarlo, ma nell’atto di stringerlo mi scomparve, e questo si ripetete per ben tre volte.  Restai tanto commossa e accesa che non so spiegarlo; ma però dopo qualche tempo non ne feci tanto conto, non feci motto a nessuno, e d’intanto in tanto vi cadevo nelle solite mancanze.  Sebbene la voce interna non mi lasciò più mai, in ogni cosa mi riprendeva, mi correggeva, mi animava, in una parola, fece per me il Signore come un buon padre, che il figlio cerca di sviare dal dritto sentiero, e lui che usa tutte le diligenze, le cure per ritenerlo in modo da formarne il suo onore, la sua gloria, la sua corona.  Ma, oh! Signore, troppo ingrata vi sono stata.

(15) Onde il Divino Maestro dà principio, posa mano a spogliare il mio cuore da tutte le creature, e con voce interna mi diceva:

(16) “Io sono tutto il bello che merito d’essere amato; vedi, se tu non togli questo piccolo mondo che ti circonda d’intorno, cioè, pensieri di creature, immaginazione, Io non posso liberamente entrare nel tuo cuore, questo mormorio nella tua mente è d’impedimento a farti sentire più chiara la mia voce, a versare le mie grazie, ad innamorarti veramente di Me.  Promettimi d’essere tutta mia, ed Io stesso metterò mano all’opera.  Tu hai ragione che non puoi niente, non temere, farò Io il tutto, dammi la tua volontà e ciò mi basta”.

(17) E questo succedeva al più nella Comunione; quindi gli promettevo d’essere tutta sua, gli chiedevo perdono che fino a quel punto non ero stata, gli dicevo che veramente lo volevo amare, e lo pregavo che non mi lasciasse mai più sola senza di Lui, e la voce che continuava:

(18) “No, no, verrò insieme con te ad osservare tutte le tue azioni, i movimenti, i desideri tuoi”.

(19) Quindi tutto il giorno me lo sentivo sopra, mi riprendeva di tutto, come per esempio se mi lasciavo trasportare nel discorrere un po’ troppo con la famiglia di cose anche indifferenti, non necessarie, la voce interna mi diceva:

(20) “Questi discorsi ti riempiono la mente di cose che a Me non appartengono, ti circondano il cuore d’una polvere in modo da farti sentire debole la mia grazia, non più viva.  Deh! imita Me quando stavo nella casa di Nazzarette, la mia mente non si occupava d’altro che della gloria del Padre e della salvezza delle anime, la mia bocca non diceva altro che discorsi santi, con le mie parole cercavo di riparare le offese del Padre, di saettare i cuori e tirarli al mio Amore, e primariamente la mia Madre e S.  Giuseppe, in una parola, tutto chiamava Dio, tutto si operava per Dio e tutto a Lui si riferiva.  Perché non potresti tu altrettanto?” 

(21) Io restavo muta, tutta confusa, cercavo quanto più potevo di starmene sola, gli confessavo la mia debolezza, gli chiedevo aiuto e grazia di poter fare ciò che Lui voleva, ché da me sola non sapevo fare altro che male.  Se fra il giorno la mia mente si occupava di pensare a persone a cui io volevo bene, subito mi riprendeva dicendomi:

(22) “Questo è il bene che mi vuoi? Chi mai ti ha amato come Me? Vedi, se tu non la finissi, Io ti lascio”.

(23) Alle volte mi sentivo dare tali e tanti rimproveri amari, che non facevo altro che piangere.  Specialmente una mattina, dopo la Comunione, mi diede un lume tanto chiaro sul amore grande che Lui mi portava, e sulla volubilità e incostanza delle creature, che il mio cuore ne restò tanto convinto, che d’allora in poi non è stato più capace d’amar a persona alcuna.  M’insegno il modo come amare le persone senza discostarmi da Lui, cioè, col mirare le creature come immagine di Dio, in modo che se ricevevo il bene dalle creature, dovevo pensare che solo Iddio era il primo autore di quel bene, e che se ne era servito per mezzo della creatura di mandarmelo, quindi il mio cuore più a Dio si legava.  Se poi ricevevo delle mortificazioni, dovevo guardarle pure come strumenti nelle mani di Dio per la mia santificazione, onde il mio cuore non restava ombrato col mio prossimo.  Onde da questo modo avveniva che io miravo le creature tutte in Dio, per qualunque mancanze vedevo in loro, mai non perdevo la stima, se mi motteggiavano, mi sentivo obbligata pensando che mi facevano fare nuovi acquisti per l’anima mia; se mi lodavano, ricevevo con disprezzo queste lodi dicendo: “Oggi questo, domani possono odiarmi, pensando alla loro incostanza”.  Insomma, il mio cuore acquistò tale una libertà che io stessa non so esprimerlo.  Quando il Divino Maestro mi liberò dal mondo esterno, allora vi pose mano a purificare l’interno, e con voce interna mi diceva:

(24) “Adesso siamo rimasti soli, non c’è più nessuno che ci disturbi, non sei adesso più contenta che prima che dovevi contentare tanti e tanti? Vedi, uno solo è più facile contentarlo, devi fare conto che Io e tu siamo soli nel mondo, promettimi d’essere fedele ed Io verserò in te tali e tanti grazie da restarne tu stessa meravigliata”.

(25) Quindi prosegui a dirmi: “Sopra di te ho fatti dei grandi disegni, sempre se mi corrispondi, voglio fare di te una mia perfetta immagine, cominciando da che nacqui finché morì.  Io stesso t’insegnerò un poco per volta il modo come farai”.

(26) E succedeva così: Ogni mattina, dopo la Comunione mi diceva ciò che dovrei fare nel giorno.  Dirò tutto brevemente, ché dopo tanto tempo è impossibile poter dire tutto.  Certo non ricordo, ma mi pare che la prima cosa che mi diceva essere necessario per purificare l’interno del mio cuore, era l’annichilimento di me stessa, cioè l’umiltà.  E proseguiva a dirmi:

(27) “Vedi, per fare che nel tuo cuore versassi le mie grazie, voglio proprio farti capire che da te niente puoi.  Io mi guardo assai bene di quelle anime che attribuiscono a loro stesse ciò che fanno, volendomi fare tanti furti delle mie grazie.  Invece a quelle tale che conoscono sé stesse, Io sono largo di versare a torrenti le grazie mie, sapendo bennisimo che niente riferiscono a loro stesse, me ne sono grati, ne fanno quella stima che si conviene, vivono con continuo timore che se non mi corrispondono posso togliere ciò che ho dato, sapendo che non è cosa loro.  Tutto all’opposto nei cuori che puzzano di superbia, già neppure posso entrare nel loro cuore, perché gonfio di loro stessi non c’è luogo dove potermi mettere; le misere non fanno nessun conto delle mie grazie e vanno di cadute in cadute fino alla rovina.  Perciò voglio che in questo giorno faccia continui atti d’umiltà, voglio che tu stia come un bambino legato in fasce, che non può muovere né un piede per dare un passo, né una mano per operare, ma tutto aspettando dalla madre, così tu ti starai vicina a Me come un bambino, pregandomi sempre che ti assista, che ti aiuti, confessami sempre il tuo nulla, in somma aspettando tutto da Me”.

(28) Quindi cercavo di fare quanto più potevo per contentarlo, m’impiccolivo, m’annichilivo, e delle volte giungevo a tanto da sentire quasi disfatto l’essere mio, in modo che non potevo operare, né dare un passo, neppure un respiro se Lui non mi reggeva.  Poi mi vedevo tanto cattiva che avevo vergogna di farmi vedere dalle persone, conoscendomi la più brutta, come in realtà lo sono ancora, onde quanto più potevo fuggirle le fuggivo, e dicevo fra me stessa: “Oh! se sapessero quanto sono cattiva, e se potessero vedere le grazie che il Signore mi sta facendo (ché io non dicevo niente a nessuno) e che io sono sempre la stessa; oh! come mi avrebbero in orrore”.

(29) Onde, la mattina quando andavo di nuovo alla Comunione, mi pareva che nel venire in me faceva festa per il contento che ne sentiva nel vedermi così annientata, mi diceva altre cose sull’annichilamento di me stessa, ma però in modi sempre diversi della prima volta, io credo che non una, ma le centinai di volte mi ha parlato, e se mi avessi parlato le migliaia, terrebbe sempre nuovi modi da dire sulla stessa virtù, oh! mio Divino Maestro, quanto sei sapiente, vi avessi almeno corrisposto.

(30) Mi ricordo che una mattina mentre mi parlava sulla stessa virtù, mi disse che per mancanza d’umiltà avevo commessi tanti peccati, e che se io sarei stata umile, mi sarei tenuta più vicina a Lui e non avrei fatto tanto male; mi fece capire quanto era brutto il peccato, l’affronta che questo misero vermicciolo aveva fatto a Gesù Cristo, l’ingratitudine orrenda, l’empietà enorme, il danno che ne era venuto all’anima mia.  Ne rimase tanto sbigottita che non saprei che fare per riparare, facevo qualche mortificazione, ne chiedevo altre al confessore, ma poche me n’erano date, quindi mi sembravano tutte ombre e non facevo altro che pensare ai miei peccati, ma sempre più stretta a Lui.  Avevo tale timore d’allontanarmi e di fare peggio che prima, che io stessa non so esprimerlo.  Non facevo altro quando mi trovavo con Lui che dirle la pena che sentivo per averlo offeso, gli chiedevo sempre perdono, lo ringraziavo ch’era stato tanto buono con me, gli dicevo di cuore: “Vedi oh! Signore il tempo che ho perduto, mentre potevo amarvi”.  Onde non sapevo dire altro il male grave che avevo fatto; finalmente, un giorno, riprendendomi mi disse:

(31) “Non voglio che ci pensi, quando un’anima si è umiliata, convinta d’avere fatto male e ha lavato l’anima sua nel Sacramento della confessione, ed è pronta a morire anziché offendermi, è un affronto alla mia Misericordia, è un impedimento a stringerla all’Amore mio, perché sempre cerca la sua mente d’involgersi nel fango passato, m’impedisce ancora farle prendere voli verso il Cielo, perché sempre con quelle idee racchiuse in sé stessa se cerchi di pensarvi.  E poi, vedi, Io non ricordo più niente, me ne sono perfettamente dimenticato; ci vedi tu qualche rancore od ombra da parte mia?” 

(32) E io gli dicevo: “No Signore, sei tanto buono”.  Ma mi sentivo spezzare il cuore per tenerezza.

(33) “Ebbene, vorrai portare tu innanzi queste cose?” 

(34) Ed io: “No, no, non voglio”.

(35) E Lui: “Pensiamo ad amarci a vicenda e a contentarci”.

(36) D’allora in poi non ci pensai tanto, facevo quanto più potevo per contentarlo e lo pregavo che Lui stesso m’insegnasse il modo come dovevo far per riparare il tempo passato.  E Lui mi diceva:

(37) “Sono pronto a fare quel che tu vuoi.  Vedi, la prima cosa che ti dissi che volevo da te era l’imitazione della mia Vita, dunque vediamo che cosa ti manca”.

(38) “Signore”.  Gli dicevo: “Mi manca tutto, non ho niente”.

(39) Ebbene mi diceva: “Non temere, a poco a poco faremo tutto, conosco Io stesso quanto sei debole, ma è da Me che devi prendere forza”.  (non ricordo in filo, ma come posso le dirò) E soggiungeva:

(40) “Voglio che sia sempre retta nel tuo operare, un occhio guardi a Me e l’altro occhio quello che stai facendo; voglio che le creature ti scompariscono affatto.  Se sei comandata non guardare le persone, no, ma devi pensare che Io stesso voglio che tu faccia quel che ti viene comandato, quindi coll’occhio fisso in Me non giudicherai nessuno, non guarderai se la cosa è penosa o gustosa, se puoi o non puoi farle, chiudendo gli occhi a tutto questo li aprirai per guardare Me solo, mi porterai teco insieme pensando che ti sto fisso guardando, mi dirai: “Signore solo per te lo faccio, per te solo voglio operare, non più schiava delle creature”.  Onde, se cammini, se operi, se parli, in qualunque cose che farai, il solo tuo fine dev’essere di piacere a Me solo.  Oh! quanti difetti eviterai se farai così”.

(41) Altre volte mi diceva: “Voglio pure che se le persone ti mortificano, t’ingiuriano, ti contraddicono, lo sguardo ancora fisso in Me, pensando che di propria bocca ti sto dicendo: “Figlia, sono proprio Io che voglio che soffri questo, non le creature, allontana da loro lo sguardo, ma Io e tu sempre, tutte le altre distruggeli.  Vedi, voglio renderti bella per mezzo di queste sofferenze, ti voglio arricchire di meriti, lavorare l’anima tua, renderti simile a Me.  Tu me ne farai un presente, mi ringrazierai affettuosamente, sarai grata a quelle persone che ti danno occasione di soffrire, ricompensandole di qualche benefizio.  Così facendo camminerai retta innanzi a Me, tutte le cose non ti daranno più inquititudine e godrai sempre pace”.

(42) Dopo qualche tempo che cercai d’esercitarmi in queste cose, un po’ facendo e un po’ cadendo (sebbene veggo chiaro che ancora mi manca questo spirito di rettitudine, e ne sono sempre più confusa pensando a tanta mia ingratitudine), mi parlò e mi fece capire la necessità dello spirito di mortificazione.  (Sebbene mi ricordo che in tutte queste cose che mi diceva, mi soggiungeva sempre che tutto doveva essere fatto per amore suo, e che le virtù più belle, i sacrifici più grandi, si rendevano insipidi se non avevano principio dall’amore.  La carità, mi diceva, è una virtù che dà vita e splendore a tutte le altre, in modo che senza di essa sono tutte morte; l’occhio mio non riceve nessun attrattivo, e sopra il mio cuore non hanno nessuna forza; stati dunque attenta, e fa che le tue opere, anche le minime, siano investite dalla carità, cioè, in Me, con Me e per Me).  Dunque andiamo da capo della mortificazione.

(43) “Voglio”, mi diceva, “che in tutte le cose tue, anche necessarie, siano fatte per spirito di sacrificio.  Vedi, le tue opere non possono essere riconosciute da Me come mie se non hanno l’impronta della mortificazione.  Come la moneta non è riconosciuta dai popoli se non contiene in sé stessa l’immagine del loro re, anzi viene disprezzata e non curata.  Così è delle tue opere, se non hanno l’innesto con la mia croce non possono avere nessun valore.  Vedi, adesso non si tratta di distruggere le creature, ma te stessa, di farti morire per vivere in Me solamente e della mia stessa Vita.  E’ vero che ti costerà di più di quello che hai fatto, ma fatti coraggio, non temere, non tu farai, ma Io che opererò in te”.

(44) Quindi ricevevo altri lumi sull’annichilazione di me stessa e mi diceva:

(45) “Tu non sei altro che un ombra, che mentre vai per prenderla ti sfugge, tu sei niente”.

(46) Mi sentivo tanto annientata, che avrei voluto nascondermi nei più cupi abissi, ma mi vedevo impossibilitata a farlo, provavo tale rossore che ne restavo muta.  Mentre stavo in questo disfamento del mio nulla, Egli mi diceva:

(47) “Fatti vicino a Me, appoggiate al mio braccio, Io ti sosterrò con le mie mani e tu riceverai fortezza.  Tu sei cieca, ma la mia luce ti servirà di guida.  Vedi, mi metterò innanzi, e tu non farai altro che guardarmi per imitarmi”.

(48) Poi mi diceva: “La prima cosa che voglio che mortifichi è la tua volontà, quel “io” si deve distruggere in te, voglio che la tenga sacrificata come vittima innanzi a Me, per fare che della tua volontà e la mia si formi una sola.  Non ne sei tu contenta?” 

(49) Si Signore, ma dammi la grazia, che da me veggo che niente posso.  E Lui che continuava a dirmi:

(50) “Si, Io stesso ti contraddirò in tutto, e quando per mezzo delle creature”.

(51) E succedeva così.  Per esempio: Se la mattina mi svegliavo e subito non mi alzavo, la voce interna mi diceva: “Tu riposi, e Io non ebbi altro letto che la croce, presto, presto, non tanta soddisfazione”.

(52) Se camminavo e la vista scorreva un po’ lontano, subito mi riprendeva: “Non voglio, la tua vista non la allontani da te che la lunghezza d’un passo al altro, per fare che non inciampi”.

(53) Se mi trovavo nella campagna e vedevo fiori, alberi, mi diceva: “Io tutto ho creato per amore tuo, e tu priva alla tua vista questo diletto per amore mio”.

(54) Anche le cose più innocenti e sante, come per esempio i parati degli altari, le processione, mi diceva: “Non altro piacere devi prendere che in Me solo”.

(55) Se stavo seduta mentre lavoravo mi diceva: “Stai troppo comoda, non ti ricordi che la mia Vita fu un continuo penare, e tu, e tu”.

(56) Subito, per contentarlo mi mettevo sopra la metà della sedia, e l’altra metà la lasciavo vuota, e qualche volta per scherzo gli dicevo: “Vedi oh! Signore, la metà della sedia è vuota, venite a sedervi vicino”.  Qualche volta mi pareva che mi contentava e ne provavo tanto gusto che non so dirlo io stessa.  Mentre poi alcune volte stavo lavorando, un po’ lenta e svogliata, mi diceva: “Presto, aiutati, che il tempo che guadagnerai coll’aiutarti verrai a stare insieme con Me nell’orazione”.

(57) Alcune volte Lui stesso mi assegnava quanto lavoro doveva fare.  Io poi lo pregavo che venisse ad aiutarmi.  “Si, si”, mi rispondeva, “faremo insieme tutti e due, affinché dopo che hai finito resteremo più liberi”.  E succedeva che in un’ora, in due ore facevo quello che dovevo fare tutto il giorno, dopo poi me ne andavo a fare orazione e mi dava tanti lumi e mi diceva tante cose, che il volerle dire sarebbe troppo lungo.  Mi ricordo che mentre stavo sola lavorando, vedevo che non bastava il filo per compire quel lavoro e avrei bisogno d’andare alla famiglia per prenderlo, mi volgevo a Lui e gli dicevo: “A che pro amato mio d’avermi aiutato? Mentre veggo che ho bisogno d’andarvi alla famiglia posso trovare persone e m’impediranno di venire un’altra volta, e questa volta la nostra conversazione andrà a vuoto”.  “Che, che,” mi diceva.  “E tu hai fede?” Sì? “Ebbene, non temere che ti farò compire tutto”.  E così succedeva, e poi mi mettevo a pregare.

(58) Se poi veniva l’ora del pranzo e mangiavo qualche cosa gustosa, subito internamente mi riprendeva dicendo: “Ti sei forse dimenticato che Io non ebbi altro gusto che nel patire per amore tuo? E che tu non devi avere altro gusto che nel mortificarti per amore mio? Lascialo e mangi ciò che più non ti ha grado”.  Ed io subito lo prendevo e lo portavo alla persona di servizio, o pure dicevo che non ne volevo più, e molte volte me la passavo quasi digiuna, ma però quando andavo all’orazione ricevevo tanta forza e mi sentivo tanta sazietà, in modo che avevo nausea d’ogni cosa.

(59) Altre volte poi per contraddirmi, se non avevo voglia di mangiare, mi diceva: “Voglio che mangi per amore mio, e mentre il cibo si unisce col corpo, così pregami che il mio Amore si unisca coll’anima tua e resterà santificata ogni cosa”.

(60) In una parola, senza andare più al lungo, anche nelle cose più minime cercava di far morire la mia volontà, per fare che vivesse solo a Lui.  Permetteva di farmi contraddire anche dal confessore, come per esempio: Mi sentivo un gran desiderio di fare la Comunione, tutto il giorno e la notte non facevo altro che a prepararmi, gli occhi non si potevano chiudere al sonno per i continui palpiti del cuore; gli dicevo: “Signore, fate presto che non posso stare senza di Voi, accelerate le ore, fate presto spuntare il sole che io più non posso, il cuore mi vien meno”.  Lui stesso mi faceva certi inviti amorosi che mi sentivo crepare il cuore; mi diceva: “Vedi, Io sto solo, non ti prendere pena che non puoi dormire, si tratta di fare compagnia al tuo Dio, al tuo Sposo, al tuo Tutto, che è continuamente offeso, deh! non negarmi questo sollievo, che poi nelle tue afflizione Io non lascio a te”.  Mentre stavo con queste disposizioni, la mattina andavo al confessore, e senza sapere il perché, la prima cosa che mi diceva: “Non voglio che faccia la Comunione”.  Dico la verità, mi riusciva tanto amaro, che delle volte non facevo altro che piangere, al confessore non ardivo di dire niente, perché così voleva Lui stesso che facesse, altrimenti mi rimproverava; ma però me ne andavo da Lui e gli dicevo la mia pena: “Ah! mio bene, questa è la veglia che abbiamo fatto questa notte, che dopo tanto aspettare e desiderare, dovevo restarne priva di Voi? Conosco bene che debbo ubbidire, ma dimmi un po’, posso stare senza di Voi? Chi mi darà la forza? E poi, chi avrà coraggio di partirsi da questa chiesa senza portarvi insieme? Io non so che fare, ma Voi potete rimediare a tutto”.  Mentre così mi sfogavo, mi sentivo venire un fuoco vicino, entrare una fiamma nel cuore e lo sentivo dentro di me, e subito mi diceva: “Chetati, chetati, eccoti sono già nel tuo cuore, di che temi adesso? Non più affligerti, Io stesso ti voglio asciugare le lacrime, hai ragione, tu non potevi stare senza di Me, non è vero?” 

(61) Io poi ne restavo tanto annientata in me stessa, gli dicevo che se io fosse buona, non avrebbe Lui disposto così, e lo pregavo a non più lasciarmi, che senza di Lui non ci volevo stare.

(62) Dopo queste cose, un giorno dopo la Comunione me lo sentivo in me tutto amore, e che tanto mi voleva bene che io stessa ne restavo tanto meravigliata, ché mi vedevo così cattiva e incorrispondente, e dicevo dentro di me: “Fossi buona almeno e corrispondessi, ho timore ancora mi lascia (questo timore di lasciarmi lo ho avuto sempre e lo tengo ancora, e delle volte è tanta la pena che sento, che credo che la pena della morte sarebbe minore, e se Lui stesso non viene a quietarmi non so darmi pace) e invece vuole stringersi più intimamente a me”.  Mentre così me lo sentivo dentro di me, con voce interna mi disse:

(63) “Diletta mia, le cose passate non sono state altro che un preparativo, adesso voglio venire ai fatti, e per disporre il tuo cuore a fare quello che voglio da te, cioè, l’imitazione della mia Vita, voglio che ti interni nel mare immenso della mia Passione, e tu quando avrai bene capito l’acerbità delle mie pene, l’amore con cui le soffri, chi sono Io che tanto soffri, e chi sei tu vilissima creatura, ahi! il tuo cuore non ardirà di opporsi ai colpi, alla croce, che Io per solo tuo bene le tengo preparata.  Ma anzi il solo pensare che Io, tu maestro, ho sofferto tanto, le tue pene ti parranno ombre confrontate con le mie, ti sarà dolce il patire e giungerai a non poter stare senza patimenti”.

(64) La natura tremava al solo pensare ai patimenti, lo pregavo che Lui stesso mi desse la forza, ché senza di Lui mi avrei servito dei suoi stessi doni per offendere il donatore.  Onde mi diede tutta a meditare la Passione, e mi fece tanto bene all’anima mia, che credo tutto il bene mi sia venuto da quella fonte.  Mi vedevo la Passione di Gesù Cristo come un mare immenso di luce, che coi sui innumerevoli raggi mi ferivano tutta, cioè, raggi di pazienza, d’umiltà, d’ubbidienza e di tante altre virtù; mi vedevo tutta circondata da questa luce, e ne restavo annichilita nel vedermi così diversa da Lui.  Quei raggi che m’inondavano, erano tanti rimproveri per me, mi sentivo dire:

(65) “Un Dio paziente, e tu? Un Dio umile e sottomesso anche a suoi stessi nemici, e tu? Un Dio che soffre tanto per amore tuo, e le tue sofferenze dove sono per amore suo?” 

(66) Lui stesso delle volte mi faceva la narrazione delle pene da Lui sofferte, che ne restavo tanto commossa, che piangevo amaramente.  Un giorno mentre lavoravo, stavo considerando le pene acerbissime che soffri il mio buono Gesù, il mio cuore lo sentivo tanto oppresso dalla pena, che mi mancava la respirazione, temendo di qualche cosa, volli distrarmi coll’uscire fuori al balcone, faccio per guardare in mezzo alla strada, ma che veggo? Veggo la strada tutta piena di gente, e in mezzo il mio amante Gesù con la croce sulle spalle; chi lo tirava da una parte e chi dall’altra, tutto affannoso, col volto grondando sangue, che alzò gli occhi verso di me in atto di chiedermi aiuto.  Chi potrà dire il dolore che provai, la impressione che fece sull’anima mia una vista così compassionevole.  Subito entrai dentro, non sapevo io stessa dove mi trovavo, il cuore me lo sentivo spezzare per dolore, gridavo, piangendo gli dicevo: “Mio Gesù, vi potessi almeno aiutare! Vi potessi liberare da quei lupi così arrabbiati! Ahi! vorrei almeno soffrire quelle pene invece vostra, per dare un sollievo al mio dolore.  Deh! mio bene, dami il patire, che non è giusto che Voi tanto soffrite, ed io, peccatrice, stia senza penare”.

(67) D’allora in poi, ricordo si accese in me tanta brama di patire che non si è smorzata ancora.  Ricordo ancora che dopo la Comunione lo pregavo ardentemente che mi concedesse il patire, e Lui, delle volte per contentarmi mi pareva che prendesse le spine dalla sua corona, e mi pungeva il cuore, altre volte mi sentivo prendere il cuore tra le sue mani e me lo stringeva tanto forte, che per il dolore mi sentivo perdere i sensi.  Quando avvertii che le persone se ne potevano avvertire qualche cosa, e Lui disposto a darmi queste pene, subito gli dicevo: “Signore, che fai? Vi prego a darmi il patire, ma che sia nascosto a tutti”.  Fino ad un tempo mi contentò, ma i miei peccati mi hanno reso indegna di patire nascosta, senza che nessuno se ne avvertissi.

(68) Ricordo che molte volte dopo la Comunione mi diceva: “Non potrai veramente assomigliarti a Me se non per mezzo dei patimenti.  Finora sono stato insieme con te, ora voglio lasciarti un po’ sola, senza farmi sentire.  Vedi, finora ti ho portato per mano, insegnandoti e correggendoti di tutto, e tu non hai fatto altro che seguirmi.  Adesso voglio che faccia da te stessa, ma però, più attenta che prima, pensando che Io ti sto fissamente guardando, solo senza farmi sentire, e che quando ritornerò a farmi sentire verrò, o per premiarti se mi sarai fedele, o per castigarti se mi sarai ingrata”.

(69) Rimanevo tanto spaventata e atterrita a tale intima, che gli dicevo: “Signore, mio tutto e mia vita, come potrò sussistere senza di Te, chi mi darà la forza? Come, dopo che mi hai fatto lasciare tutto, in modo che mi sento come se nessuno esistesse per me, mi vuoi lasciare sola e abbandonata.  Che, vi siete forse dimenticato quanto sono cattiva, e che senza di Voi nulla posso?” E per questo appunto, prendendo un aspetto più serio mi soggiungeva:

(70) “E’ che ti voglio far ben capire chi sei tu.  Vedi, lo faccio per tuo bene, non ti attristare, voglio preparare il tuo cuore a ricevere le grazie che ho disegnato sopra di te.  Fino adesso ti ho assistito sensibilmente, ora meno sensibili, ti farò toccare con mano il tuo nulla, ti fonderò bene nella profonda umiltà per poter edificare sopra di te altissime mura, quindi, invece di affliggerti, dovresti rallegrarti e ringraziarmi, che quanto più presto ti farò passare il mare tempestoso, tanto più presto giungerai al porto della sicurezza, a quante più dure prove ti assoggetterò, tante grazie più grandi ti darò.  Coraggio, adunque coraggio, e poi verrò presto”.

(71) E nel così dirmi mi pareva che mi benediva e si partiva.  Chi potrà dire la pena che sentivo, il vuoto che lasciava nel mio interno, le amare lacrime che versavo? Mi rassegnavo però alla sua Santa Volontà, pareva che da lontano gli baciavo la mano che mi aveva benedetto, dicendogli: “Addio, oh! Sposo Santo, addio”.  Mi vedevo che tutto per me era finito, mentre Lui solo tenevo e che mancandomi Lui, non mi restava nessuna altra consolazione, ma tutto si convertiva in amarissime pene.  Anzi le stesse creature mi stuzzicavano la pena, in modo che tutte le cose che guardavo, pareva che mi dicevano: “Vedi, siamo opere del tuo Amato, e Lui, dov’è?” Se guardavo acqua, fuoco, fiori, anzi le stesse pietre, subito il pensiero diceva: “Ah! queste sono opere del tuo Sposo.  Ah! loro hanno il bene di vederlo e tu non lo vedi.  Deh! opere del mio Signore, datemi notizie, ditemi, dove si trova? Mi disse presto che sarebbe venuto, ma chi sa quando”.

(72) Delle volte giungevo a tanta amara desolazione che mi sentivo mancare la respirazione, gelare tutta, e un fremito per tutta la persona.  Delle volte se ne avvertiva la famiglia e l’attribuivano a male corporale e volevano farmi mettere in cura, chiamare medici; delle volte tanto insistevano che giungevano, ma io però, facevo quanto più potevo di starmene sola, sicché poche volte avvertivano.  Mi ricordavo ancora tutte le grazie, le parole, le correzione, i rimproveri, vedevo con occhio chiaro che tutto l’operato fin qui, tutto, tutto era stato opera della sua grazia, e che di me non restava altro che il puro niente e l’inclinazione al male; toccavo con mano che senza di Lui non più sentivo l’amore così sensibile, quei lumi così chiari nella meditazione, in modo che restavo le due e tre ore, ma però facevo quanto più potevo di fare quello che facevo quando me lo sentivo, perché mi sentivo ripetere quelle parole: “Se mi sarai fedele verrò per premiarti, se ingrata per castigarti”.

(73) Così passavo, quando due giorni, quando quattro, più o meno come a Lui piaceva.  L’unico mio conforto era riceverlo in Sacramento...  Ah! sì, certo, lí lo trovavo, non potevo dubitare, e ricordo che poche volte non si faceva sentire, perché tanto lo pregavo e ripregavo e importunavo, che mi contentava, ma però non amoroso e amabile, ma severo.

(74) Dopo che passavo quei giorni in quello stato detto di sopra, specialmente se gli ero stata fedele, me lo sentivo ritornare dentro di me, mi parlava più chiaramente, e siccome nei giorni passati non avevo potuto concepire dentro di me né una parola, né sentire niente, così ora venivo a conoscere non era la mia fantasia, siccome molte volte prima dicevo, tanto che del detto fin qui, non dicevo niente né al confessore né ad altra anima vivente, ma però facevo quanto più potevo per corrispondergli, ché altrimenti mi faceva tanta guerra che non avevo pace.  Ah! Signore, sei stato tanto buono con me, ed io così cattiva ancora.

(75) Seguitando ciò che avevo cominciato, me lo sentivo dentro di me, l’abbracciavo, me lo stringevo, gli dicevo: “Amato Bene, vedi quanto mi è riuscita amara la nostra separazione”.  E Lui che mi diceva:

(76) “E’ niente ciò che hai passato, preparati a prove più dure; perciò sono venuto, per disporre il tuo cuore e fortificarlo.  Adesso mi dirai tutto ciò che hai passato, i tuoi dubbi e timori, tutte le tue difficoltà per poterti insegnare il modo come portarti nella mia assenza”.

(77) Quindi gli facevo la narrazione delle mie pene dicendogli: “Signore, vedi, senza di Voi non ho potuto fare niente bene, la meditazione la ho fatto tutta distratta, brutta, tanto che non avevo coraggio di offerirvela, nella Comunione non ho potuto stare le ore intere come quando vi sentivo, mi vedevo sola, non avevo con chi potevo intendermela, tutta mi sentivo vuota, la pena della vostra assenza mi faceva provare agonie mortale, la natura voleva sbrigarsi subito per sfuggire quella pena, tanto più che mi pareva che non facevo altro che perdere tempo, il timore ancora Voi tornando mi castigasi perché non ero stata fedele, quindi non sapevo che farmi.  E poi, la pena che Voi siete continuamente offeso, e che non sapendo il quando, come prima mi insegnavi di fare quegli atti di riparazione, quelle visite al Santissimo Sacramento per le diverse offese che Voi ricevete.  Dunque, dimmi un pò come dovevo fare? E Lui benignamente, ammaestrandomi diceva:

(78) 1º.-“Tu hai fatto male nello starti così disturbata, non sai tu che Io sono Spirito di pace, e la prima cosa che ti raccomando è di non funestare la pace del cuore? Quando nell’orazione non puoi raccoglierti, non voglio che pensi a questo o quell’altro, com’è e come non è, facendo così tu stessa chiami la distrazione.  Ma invece, quando ti trovi in quel stato, la prima cosa é che ti umili, confessandoti meritevole di quelle pene, mettendoti come un umile agnellino nelle braccia del carnefice, che mentre l’uccide le lambisce la mano; così tu, mentre ti vedrai percossa, abbattuta, sola, ti rassegnerai alle mie sante disposizioni, mi ringrazierai di tutto cuore, mi bacerai quella mano che ti percuote, riconoscendoti indegna di quelle pene, poi mi offrirai quelle amarezze, angustie, tedi, pregandomi che li accettassi come un sacrificio di lode, di soddisfazione delle tue colpe, di riparazione dell’offese che mi fanno.  Facendo così, la tua orazione salirà innanzi al mio trono come un incenso odorosissimo, ferirà il mio cuore, ti attirerai nuove grazie e nuovi carismi; il demonio vedendoti umile e rassegnata, tutta innabbissata nel tuo nulla, non avrà forza di avvicinarsi.  Eccoti che dove tu credevi di perdere, farai grandi acquisti.

(79) 2º.-In riguardo alla Comunione non voglio che ti affligga che non sai stare, sappi che è un ombra delle pene che soffri nel Getsemani; che sarà quando ti farò partecipe dei flagelli, delle spine e dei chiodi? Il pensiero delle pene maggiori ti farà soffrire con più coraggio le pene minore, quindi, quando nella Comunione ti troverai sola, agonizzante, pensi che ti voglio un poco in compagnia nella agonia dell’orto.  Dunque mettiti vicino a Me e fa un confronto tra le tue e le mie pene, vedi, tu sola e priva di Me, ed Io anche solo, abbandonato dai più fedeli amici che addormentati se ne stanno, fin dal mio Divino Padre lasciato solo, poi in mezzo a pene acerbissime, circondato da serpi, da vipere, da cani arrabbiati, quali erano i peccati degli uomini, e dove erano anche i tuoi, che facevano la loro parte, che mi parevano che mi volevano divorare vivo, il mio cuore fu preso di tale strettezze, che me lo sentivo come se stesse sotto d’un torchio, tanto che sudai vivo sangue.  Dimmi, quando tu hai giunto a soffrire tanto? Dunque, quando ti trovi priva di Me, afflitta, vuota d’ogni consolazione, ripiena di tristezze, d’affanni, di pene, vieni vicino a Me, asciugami quel sangue, offrimi quelle pene in sollievo della mia amarissima agonia.  Così facendo troverai il modo come poterti trattenere con Me dopo la Comunione; non che non soffrirai, perché la pena più amara che possa dare alle anime mie care, è il privarle di Me, ma tu pensando che con quel tuo penare darai sollievo a Me, sarai anche contenta.

(80) 3º.-Per le visite e atti di riparazioni, tu devi sapere che tutto ciò che feci nel corso dei trentatre anni, dacché nacqui finché morì, lo sto continuando nel Sacramento dell’altare, perciò voglio che mi visiti 33 volte al giorno, onorando i miei anni e insiememente unendoti con Me nel Sacramento, con le mie stesse intenzioni, cioè di riparazione, di adorazione.  Questo lo farai in tutti i tempi: Il primo pensiero della mattina, subito voli innanzi alla custodia dove sono per amore tuo e mi visiti, l’ultimo pensiero della sera, mentre dormirai la notte, prima e dopo il pasto, in principio d’ogni tua azione, camminando, lavorando”.

(81) Mentre così mi diceva, mi vedevo tutta confusa, non sapendo se potevo riuscire a farle gli dissi: “Signore, vi prego a starmi insieme finché prenda l’abitudine a farle, che conosco che con Voi tutto posso, ma senza Voi che posso fare io miserabile? E Lui benignamente soggiungeva:

(82) “Sì, sì, ti contenterò, quando mai ti ho mancato? La tua buona volontà voglio, che qualunque aiuto tu vuoi te lo darò”.

(83) E così faceva.  Dopo che ebbi passato qualche tempo, quando con Lui, e quando priva, un giorno dopo la Comunione mi sentii più intimamente a Lui unita, mi faceva varie domande, come per esempio: Se gli volevo bene, se ero pronta a fare ciò che Lui voleva, anche il sacrificio della vita per amore suo; mi diceva ancora:

(84) “E tu dimmi che vuoi, se tu sei pronta a fare ciò che voglio, anche Io farò ciò che vuoi tu”.

(85) Io mi vedevo tutta confusa, non intendevo quel suo modo di operare, ma col tempo ho capito che quel modo di agire è quando vuole disporre l’anima a nuove e pesante croce, e la sa tirare tanto a Sé, con quei stratagemmi, che l’anima non ardisce d’opporsi a ciò che Lui vuole.  Dunque gli dicevo: “Sì che vi voglio bene, ma ditemi Voi stesso, posso trovare oggetto più bello, più santo, più amabile di Voi? E poi, perché domandarmi se sono pronta a fare ciò che Voi volete, mentre da tanto tempo che consegnai la mia volontà e vi ho pregato che non mi risparmiate anche a farmi in pezzi, purché potessi darvi gusto? Io m’abbandono in Voi.  Oh! Sposo Santo, operate liberamente, fa di me ciò che vuoi, datemi la grazia vostra, che da me nulla sono e niente posso”.  E mi ripeteva:

(86) “Veramente che sei pronta a tutto ciò che voglio?” 

(87) Io mi vedevo più confusa, annientata, e dicevo: “Sì, sono pronta”.  Ma quasi tremante, e Lui compassionandomi seguiva a dirmi: “Non temere, sarò tua forza, non tu soffrirai, ma Io che soffrirò e combatterò in te.  Vedi, voglio purificare l’anima tua da ogni minimo neo che potrebbe impedire l’Amore mio in te, voglio provare la tua fedeltà, ma come posso vedere se ciò è vero, se non col metterti in mezzo alla battaglia? Sappi dunque che voglio metterti in mezzo ai demoni, darò loro libertà di tormentarti e di tentarti, affinché quando avrai combattute le virtù coi vizi opposti, già tu ti trovi in possesso di quelle stesse virtù che crederai di perdere, e dopo, l’anima tua purgata, abbellita, arricchita, sarà come un re che viene vincitore da una fierissima guerra, che mentre credeva di perdere quello che teneva, se ne ritorna invece più glorioso e ripieno d’immense ricchezze.  E allora verrò Io, formerò in te la mia dimora, e staremo sempre insieme.  E’ vero che sarà doloroso il tuo stato, i demoni non ti daranno più pace, né giorno, né notte, staranno sempre in atto di muoverti fierissima guerra, ma tu abbi sempre la mira a quello che voglio fare di te, cioè di farti simile a Me, e che a ciò non potrai giungere che per mezzo di molte e grandi tribolazione, che così starai con più coraggio a sostenerne le pene”.

(88) Chi può dire come rimasi spaventata a tale annunzio? Mi sentivo gelare il sangue, arricciare i capelli, la mia immaginazione ripiena da neri spetri che pareva che mi volevano divorare viva.  Mi pareva che il Signore prima di mettermi in questo stato doloroso, dava libertà a tutto ciò che dovevo soffrire, e mi vedevo da tutto circondata, e allora a Lui mi rivolsi e gli dissi: “Signore, abbi pietà di me! Deh! non lasciarmi sola e abbandonata, veggo che i demoni è tanta la loro rabbia, che non lasceranno di me neppure la polvere, come potrò resistergli? A Voi è ben noto la mia miseria e quanto sono cattiva, dunque dammi nuova grazia per non offenderti.  Mio Signore, la pena, e che strazia più l’anima mia, è il vedere che anche Voi dovete lasciarmi.  Ah! a chi potrò dire più una parola, chi mi deve insegnare? Ma però sia fatta sempre la vostra Volontà, benedico il tuo Santo Volere.  E Lui benignamente così riprese a dire:

(89) “Non t’affliggere tanto, sappi che mai permetterò che ti tentano sopra le tue forze, se ciò permetto è per tuo bene, non mai metto le anime nelle battaglie per fare che periscono, primo misuro le loro forze, dono loro la mia grazia, e poi le introduco, e se qualche anima precipita, è perché non si tenga unita a Me con la preghiera, non provando più la sensibilità del mio Amore vanno mendicando amore dalle creature, mentre Io solo posso saziare il cuore umano, non si lasciano guidare dalla via sicura dell’obbedienza, credendo più al giudizio proprio, che a chi li guida invece mia, dunque, qual meraviglia se precipitano? Quindi quel che ti raccomando è la preghiera, ancorché dovessi soffrire pene di morte, mai devi tralasciare quel che sei solito di fare, anzi quanto più ti vedrai nel precipizio, tanto più invocherai l’aiuto di chi può liberarti.  Di più, voglio che ti metti ciecamente nelle mani del confessore, senza esaminare quello che ti viene detto, tu sarai circondata da tenebre e sarai come uno che non ha occhi e che bisogna di una mano che la guida, l’occhio per te sarà la voce del confessore che come luce ti rischiarerà le tenebre, la mano sarà l’ubbidienza che ti sarà di guida e di sostegno per farti giungere a porto sicuro.  L’ultima cosa che ti raccomando è il coraggio, voglio che con intrepidezza entri nella battaglia, la cosa che fa più temere un esercito nemico, è il vedere il coraggio, la fortezza, il modo con cui disfidano i più pericolosi combattimenti, senza nulla temere.  Così sono i demoni, nulla più temono che un’anima coraggiosa, tutta appoggiata a Me, con animo forte va in mezzo a loro non per essere ferita, ma con risoluzione di ferirli e di sterminarli; i demoni restano spaventati, atterriti e vorrebbero fuggire, ma non possono, perché legati dalla mia Volontà, e sono costretti a starvi per loro maggior tormento.  Dunque non temere di loro, che niente possono farti senza il mio Volere.  E poi, quando ti vedrò che non puoi più resistere e starai per venir meno, se tu mi sarai fedele, subito verrò e metterò tutti in fuga e ti darò grazia e fortezza.  Coraggio, dunque coraggio”.

(90) Ora, chi può dire il cambiamento che succedette nel mio interno? Tutto era orrore per me, quel amore che prima sentivo in me, ora me lo vedevo convertito in odio atroce, che pena di non poterlo più amare.  Mi straziava l’anima il pensare che quel Signore che era stato tanto buono con me, ora vedermi costretta ad aborrirlo, a bestemmiarlo come se fosse il più crudele nemico, il non poterlo guardare neppure nelle sue immagine, che guardarle, tenere corone fra le mani, baciarle, mi venivano tali impeti di odio, e tanta forza, che farle e mettere tutto in pezzi era lo stesso, e delle volte faceva tanta resistenza, che la natura tremava da capo a piedi.  Oh! Dio, che pena amarissima.  Io credo che se nell’inferno, non ci stessero più pene, la sola pena di non poter amare Dio formerebbe l’inferno più orribile.  Molte volte il demonio mi metteva innanzi le grazie che il Signore mi aveva fatto, ora come un lavorio della mia fantasia, e quindi poter menare una vita più libera, più comoda; e ora come vere, e mi rimproveravano col dire: “Questo è il bene che ti voleva? Questa è la ricompensa, che ti ha lasciato nelle nostre mani, sei nostra, sei nostra, per te tutto è finito, non ce più da sperare”.  E nell’interno mi sentivo gettare tali impeti di sdegno contro il Signore, e di disperazione, che parecchie volte avendomi trovato qualche immagine fra le mani, era tanta la forza dello sdegno che le ruppe, ma mentre ciò facevo, piangevo e la baciavo, ma non so dire come ero costretta a farlo.  Ora, chi può dire lo strazio dell’anima mia? I demoni facevano festa e se la ridevano, chi faceva rumore da un punto, chi dall’altro, chi strepitava, chi m’assordiva coi gridi dicendo: “Vedi come sei nostra, non ci resta altro che portarti all’inferno, anima e corpo, e poi lo vedrai che lo faremo”.  Delle volte mi sentivo tirare, ora le vesti, ora la sedia dove stavo inginocchiata, e tanto la movevano e strepitavano che non potevo pregare, e delle volte era tanto il timore, che credendomi di dovere liberarmi, me ne andavo a coricarmi nel letto (siccome questi fracassi succedevano la maggior parte la notte), ma anche là mi seguivano col tirarmi il cuscino, le coperte.  Ora, chi può dire lo spavento, la paura che ne provavo? Io stessa non sapevo dove mi trovavo, o sopra la terra o nell’inferno; era tanto il timore che davvero mi portassero, che gli occhi non si potettero più chiudere al sonno; stavo come uno che tiene un crudele nemico che ha giurato che a qualunque costo gli deve togliere la vita, e questo lo credevo che mi doveva succedere al primo chiudere degli occhi; quindi mi sentivo come se uno mi mettesse una cosa dentro, in modo che ero costretta a tenerli spalancati per vedere quando mi dovevano portare, chi sa potessi farmi forza e oppormi a ciò che volevano fare, quindi mi sentivo sollevarmi i capelli sulla mia testa uno per uno, un sudore freddo per tutta la persona che mi penetrava fino nelle ossa e mi sentivo disgiungere i nervi e le ossa uno per uno, e dibattevano insieme per la paura.  Altre volte mi sentivo incitare a tale tentazioni di disperazioni e di suicidio, che qualche volta essendomi trovata vicina al pozzo, oppure a qualche coltello, mi sentivo tirare a menarmi dentro, oppure prendere il coltello e uccidermi, ed era tanta la forza che dovevo farmi per fuggire, che mi sentivo pene di morte, e mentre fuggivo, me li sentivo venire appresso e mi sentivo suggerire che per me inutile era il vivere dopo avere commesso tanti peccati, Iddio mi aveva abbandonata perché non ero stata fedele, anzi mi vedevo che avevo fatto tante scelleratezze, che mai anima al mondo aveva commesso, quindi, per me non ci era più misericordia da sperare.  Nel fondo dell’anima mia mi sentivo ripetere: “Come puoi vivere nemica di Dio? Sai tu qual’è quel Dio che hai tanto oltraggiato, bestemmiato, odiato? Ah! quel Dio immenso che da per tutto ti circondava, e tu sotto i suoi occhi stessi hai ardito d’offenderlo.  Ah! perduto il Dio dell’anima tua chi ti darà più pace? Chi ti libererà da tanti nemici?” Era tanta la pena che non facevo altro che piangere.  Delle volte mi mettevo a pregare, e i demoni per acrescere il mio tormento me li sentivo venire sopra, e chi mi percuoteva, chi mi pungeva, e chi soffocava la gola.  Una volta ricordo che mentre pregavo, mi senti tirare i piedi da sotto la terra, aprirsi e uscire le fiamme, ed io vi sprofondavo dentro; fu tale lo spavento e il dolore, che rimasi mezza morta, tanto che per riavermi da quello stato vi venne Gesù Cristo e mi rincuorò, mi fece capire che non era vero che avevo messo la volontà ad offenderlo e che io stessa lo potevo conoscere dalla pena amarissima che ne sentivo, che il demonio era un bugiardo e che non dovevo dargli retta, che per ora dovevo avere pazienza a soffrire quelle molestie e che poi doveva venire la pace.  Così succedeva d’intanto intanto, quando proprio giungevo agli estremi, e delle volte per mettermi in più aspri tormenti.  Nell’atto di quel conforto l’anima si convinceva, perché innanzi a quella luce è impossibile che l’anima non apprenda la verità, ma dopo che mi trovavo nella lotta, mi trovavo allo stesso stato di prima.

(91) Mi tentava ancora a non fare la Comunione, persuadendomi che dopo che avevo commesso tanti peccati, era una baldanza andarvi, e che se ardiva, non Gesù Cristo sarebbe venuto, ma il demonio, e che tanti tormenti mi sarebbe dato, che mi avrebbe dato la morte, ma però l’ubbidienza la vinceva, è vero che delle volte soffrivo pene mortali, sicché a stento potevo riavermi dopo la Comunione, ma siccome il confessore voleva che assolutamente la facessi, non potevo fare diversamente.  Sicché ricordo che da parecchie volte non la feci.

(92) Ricordo pure che delle volte mentre pregavo la sera, mi smorzavano la lampada; delle volte mettevano ruggiti tale da fare spavento; altre volte voci flebile come se fossero moribondi, ma chi può dire tutto ciò che facevano? E’ impossibile.

(93) Quindi questo duro cimento, sebbene non ricordo tanto bene, durò da tre anni, ma però aveva i giorni, le settimane d’intervallo, non che cessarono del tutto, ma s’incominciarono a mitigare.

(94) Ricordo che dopo una Comunione, il Signore m’insegnò il modo come dovevo fare per metterli in fuga, ed era il disprezzarli e non curarli affatto, e che dovevo fare quel conto come se fossero tante formiche.  Mi sentii infondere tanta forza che non mi sentivo più quel timore di prima.  E facevo così: Quando facevano strepiti, rumore, gli dicevo: “Si vede che non avete che fare, e che per passare il tempo state facendo tante sciocchezze; fate, fate, che poi quando vi stancherete lo finite”.  Delle volte cessavano, altre volte tanto si arrabbiavano e facevano più forti rumori.  Me li sentivo vicino facendosi più forti e violenza di dovermi portare, sentivo la puzza orribile, il calore del fuoco.  E’ vero che nel mio interno sentivo un certo brivido, ma mi facevo forza e gli dicevo: “Bugiardi che siete, se ciò fosse vero dal primo giorno l’avreste fatto, ma siccome è falso è che non avete nessuno potere su di me se non quello che vi viene dato dal’alto, perciò canti e canti, e poi quando vi stancherai creperai”.  Se poi facevano lamenti e gridi, gli dicevo: “Che, non avete avuto a conti oggi?” O sia: “Vi si ha stata tolta qualche anima che vi lamentati? Poveretti, non si sentono bene, ma però voglio pur’io farvi lamentarvi un altro poco”.  E mi mettevo a pregare per peccatori, o pure a fare atti di riparazione.  Delle volte me la ridevo quando incominciavano a fare le solite cose e gli dicevo: “Come posso temervi, razze vile? Se fosti esseri serii non avreste fatto tante sciocchezze, voi stessi non vi vergognati, non vi fate prendere a burla?” Se poi mi tentavano di bestemmie o di odio contro di Dio, gli offerivo quella pena amarissima, quella forza che mi facevo, che mentre vedevo che il Signore meritava tutto l’amore, tutte le lodi, ed io ero costretta a fare il contrario, in riparazione di tanti che lo bestemmiano liberamente e che neppure si ricordano che esiste un Dio, che sono obbligati a riamarlo.  Si me incitavano a disperazioni, nel mio interno dicevo: “Non mi curo né del paradiso, né dell’inferno, quel che mi preme è di amare il mio Dio, questo non è tempo di pensare ad altro, anzi è tempo d’amare quanto più posso il mio buon Dio, il paradiso e l’inferno lo rimetto nelle sue mani, Lui che è tanto buono mi darà quel che a me più conviene, e mi darà un luogo dove possa più glorificarlo”.

(95) M’insegno Gesù Cristo che il mezzo più efficace per fare che l’anima restasse libera da ogni vana apprensione, d’ogni dubbi, d’ogni timore, era il protestare innanzi al Cielo, alla terra e ai stessi demoni, di non voler offendere Dio, anche a costo della propria vita, di non voler consentire a qualunque tentazione del demonio, e questo appena che l’anima avverte che viene la tentazione, se può nell’atto della battaglia, e appena che s’incomincia a sentire libera, e anche tra il corso del giorno.  Facendo così, l’anima non perderà tempo a pensare se sia o no acconsentito, ché il solo ricordarsi della protesta, già le restituirà la calma, e se il demonio cercherà d’inquietarla, potrà rispondergli che se aveva intenzione d’offendere Iddio, non si protestavo il contrario, e così resterà salva d’ogni timore.

(96) Ora, chi può dire la rabbia del demonio, che tutte le sue astuzie riuscivano a sua confusione, e dove credeva di guadagnare ci perdeva, e che delle sue stesse tentazioni e artifizi, l’anima se ne serviva come poter fare atti di riparazione e amore al suo Dio facendo in questo modo?

(97) L’altro modo che m’insegno nello scacciare le tentazioni era il seguente: Se mi tentavano di suicidio io dovevo rispondere: “Non ne avete nessun permesso da Dio, anzi a tuo dispetto voglio vivere per poter più amare il mio Dio”.  Se poi mi percuotevano e mi battevano, io mi dovevo umiliare, inginocchiarmi e ringraziare il mio Dio che ciò succedeva in penitenza dei miei peccati, non solo, ma offrire tutto come atti di riparazione a tutte le offese a Dio che si facevano nel mondo.

(98) Finalmente, una brutta tentazione che mi durò poco fu che al contatto continuo di circa un anno e mezzo le così brutti demoni, io dovessi uscire incinta e partorire poi un piccolo demonio con le corna.  La fantasia si allevava così che io mi vedeva innanzi una confusione orribile, a quel che si sarebbe detto da me per sì brutto avvenimento.

(99) Finalmente finì dopo circa un anno e mezzo di questa lotta, finirono le crudezze dei demoni e cominciò una vita tutta nuova, però non cessarono i demoni di tanto in tanto di molestarmi, ma però non erano così frequenti, non così fiera la battaglia, ed io mi avvezzai a disprezzarli.

(100) La vita nuova che cominciò fu a la Masseria detta “Torre Disperata”.  Un giorno mentre più che mai ero stata tormentata dal demonio, tanto che mi sentivo perdere le forze e venir meno, la sera mentre così stavo mi sentii venire una cosa mortale e perdetti i sensi, in questo stato vide Gesù Cristo circondato da tanti nemici, chi lo batteva, chi lo schiaffeggiava, chi le conficcava le spine nella testa, chi le spezzava le gambe, chi le braccia.  Dopo che lo ridussero quasi in pezzi, lo deposero nelle braccia della Madonna, e questo succedeva un poco lontano da me.  Dopo che la Vergine Santissima se lo ha preso fra le braccia, si avvicinò a me e piangendo mi disse:

(101) “Figlia, vedi come il mio Figlio è trattato dagli uomini, le orribile offese che commettono che non gli danno mai tregua, guardalo come soffre”.

(102) Ed io cercavo di guardarlo e lo vedevo tutto sangue, tutto piaghe e quasi trinciato, ridotto ad uno stato mortale, sentivo tale pene che avrei voluto mille volte morire anziché vedere tanto soffrire il mio Signore, mi vergognavo delle mie piccole sofferenze.  La Santissima Vergine soggiunse, ma sempre piangendo:

(103) “Avvicinati a baciare le piaghe del mio Figlio, Lui ti sceglie come vittima, e se tanti l’offendono, tu coll’offerirte a soffrire ciò che Lui soffre, le darai un ristoro in tanto penare.  Non l’accetti tu?” 

(104) Io mi sentivo tanto annientata, mi vedevo tanto cattiva (qual sono ancora) e indegna, che non ardivo di dire “Sì”.  La natura tremava, mi sentivo tanto debole delle pene passate, che appena mi lasciava un filo di vita.  Poi, non so come, da lontano vedevo i demoni che strepitavano tanto, e che tutto ciò che avevo veduto fare al Signore lo dovevano fare a me se accettavo.  In me stessa sentivo tale pene, dolori, stiramenti di nervi, che io credevo di dover lasciare la vita.  Finalmente mi avvicinai e le baciai le piaghe, pareva che fatto ciò, quelli membra così lacerate si risanavano, ed il Signore che prima pareva quasi morto, s’incominciava a ravvivare a nuova vita.  Internamente ricevevo tali lumi sulle offese che si fanno, attrazioni di accettare d’essere vittima ancorché dovessi soffrire mille morti, che il Signore tutto meritava, e che io non potrei oppormi a ciò che Lui voleva.  Questo succedeva mentre si stava in muto silenzio, ma in quei sguardi che a vicenda ci davamo erano tanti inviti, tanti saetti infuocati che mi passavano il cuore; la Santissima Vergine specialmente mi spronava ad accettare, ma chi può dire tutto ciò che passai? Finalmente il Signore guardandomi benignamente mi disse:

(105) “Tu hai visto quanto mi offendono e quanti camminano le vie dell’iniquità, che senza avvedersi precipitano nell’abisso.  Vieni ad offerirti innanzi alla Divina Giustizia come vittima di riparazione delle offese che si fanno e per la conversione dei peccatori, che ad occhi chiusi bevono alla fonte avvelenata del peccato.  Un largo campo ti si apre d’innanzi, di sofferenze, sì, ma anche di grazie, Io non più ti lascerò, verrò in te a soffrire tutto ciò che mi fanno gli uomini, facendoti parte delle mie pene.  Per aiuto e conforto ti do la mia Madre”.

(106) E pareva che a Lei mi consegnava, ed Essa mi accettava.  Io pure mi offerii tutta a Lui e alla Vergine, pronta a fare ciò che voleva, e così finii la prima volta.

(107) Dopo che mi riebbe da quello stato, mi sentivo tale pene, tale annientamento di me stessa, che mi vedevo come un misero vermicciuolo che non sapevo fare altro che strisciare la terra e dicevo al Signore: “Aiuto, la vostra Onnipotenza mi atterra, veggo che se Voi non mi sollevate, il mio niente si disfà e va a disperdesi.  Dammi il patire, ma vi prego a darmi la forza, che mi sento morire”.  E così incominciò un alternarsi di visite di Nostro Signore e di tormenti da parte dei demoni; quanto più mi rassegnavo, tanto più accrescevano la loro rabbia.

(108) Pochi giorni dopo del detto di sopra, mi sentii un’altra volta perdere i sensi (ricordo che in principio ogni qual volta che mi sentivo venire un tale stato credevo di dover lasciare la vita).  Mentre perdetti i sensi si fece vedere un’altra volta Nostro Signore con la corona di spine in testa, tutto grondante sangue, e a me rivolto disse:

(109) “Figlia, vedi un po’ ciò che mi fanno gli uomini, in questi tristi tempi è tanta la loro superbia che ne hanno infestato tutta l’aria, ed è tanta la puzza che da per ogni dove si sparge, che è giunta fino innanzi al mio trono nel empireo.  Fanno in modo che loro stessi si chiudono il Cielo; i miseri non hanno occhi per conoscere la verità, perché offuscati dal peccato della superbia, col seguito degli altri vizi che portano con sé.  Deh! dammi un sollievo a tanti acerbi spasimi e una riparazione a tanti torti che mi si fanno”.

(110) Ed in così dire si tolse la corona, che non pareva corona ma tutto un pezzo, in modo che neppure una minima particella della testa restava libera, ma tutta veniva trapassata da quelle spine.  Mentre si tolse la corona si avvicinò a me e mi domandò se l’accettavo.  Io mi sentivo tanto annichilita, provavo tale pene delle offese che si fanno, che mi sentivo spezzare il cuore e gli dissi: “Signore, fa di me ciò che vuoi”.  E così la prese e me la conficcò sulla mia testa e disparve.

(111) Ora, chi può dire gli spasimi che provai nel ritornare in me stessa? Ad ogni movimento del capo credevo di spirare, tanti erano i dolori, le punture che sentivo nella testa, negli occhi, orecchie, dietro alla nuca, quelle spine me le sentivo penetrare fino nella bocca, e si stringeva in modo che non potevo aprirla per prendere il cibo, e stavo quando due, e quando tre giorni senza poter prendere niente.  Quando si mitigavano in qualche modo, mi sentivo una mano sensibile che mi premeva il capo e mi rinnovava le pene, e delle volte erano tanti i spasimi, che per il dolore perdevo i sensi.  Da principio questo succedeva certi giorni si, certi no, quando si replicavano tre, quattro volte al giorno, quando duravano un quarto, quando mezza ora, e quando un’ora e poi restavo libera, solo che mi sentivo molto debole e sofferente, a misura che in quello stato d’assopimento mi erano state comunicate le pene, così restavo più o meno sofferente.

(112) Ricordo ancora che siccome certe volte per le sofferenze della testa, come ho detto di sopra, non potevo aprire la bocca per prender il cibo, e siccome la famiglia sapeva che non ci avevo tanta voglia di stare in campagna, quindi, quando vedevano che non mangiavo, me l’attribuivano a capriccio, e naturalmente s’irritavano, s’inquietavano e mi motteggiavano.  La natura voleva risentirsi di questo perché vedevo che non era vero ciò che loro dicevano, ma il Signore non voleva questo risentimento, ed ecco come successe:

(113) Una sera, mentre si stava a tavola, ed io in questo stato di non poter aprire la bocca, la famiglia s’incominciò ad inquietare, io lo sentivo tanto che incominciai a piangere, e per non essere vista m’alzai e me ne andai ad un’altra parte seguitando a piangere, e pregavo Gesù Cristo e la Vergine Santissima che mi dessero aiuto e forza a sopportare questo cimento.  Ma mentre ciò facevo mi sentii incominciare a perdere i sensi.  Oh! Dio, che pena il solo pensare che mi doveva vedere la famiglia che fino allora non se ne era avvertita.  In questo mentre: “Signore, gli dicevo, non permettete che mi veggono”.  Ed io avevo tale vergogna d’essere vista che non so dire il perché, e cercavo quanto più potevo di nascondermi in luoghi dove non potevo essere veduta; quando poi ero sorpresa all’improvviso, in modo che non avevo tempo di nascondermi o almeno d’inginocchiarmi, che come mi trovavo, in quella posizione restavo, e potevano dire che stavo a pregare, allora poi ero scoperta.  Mentre perdetti i sensi se fece vedere Nostro Signore in mezzo a tanti nemici che gli recavano ogni sorta d’insulti, specialmente lo pigliavano e lo calpestavano sotto dei piedi, lo bestemmiavano, gli tiravano i capelli, mi pareva che il mio buon Gesú voleva fuggire da sotto quelle fetide piante, e andava guardando, chi sa potesse trovare una mano amica che lo avesse liberato, ma non trovava nessuno.  Mentre ciò vedevo, io non facevo altro che piangere sulle pene del mio Signore, avrei voluto andare in mezzo a quei nemici, chi sa potessi liberarlo, ma non ardivo, e gli dicevo: “Signore, fatemi parte delle vostre pene.  Deh! potessi sollevarvi, e liberarvi”.  Mentre ciò dicevo, quei nemici come se avessero inteso, se ne venivano contro di me, ma tanti arrabbiati e incominciarono a percuotermi, a tirarmi i capelli, a calpestarmi, io avevo tale timore, soffrivo, sì, ma dentro di me ero contenta che vedevo dare al Signore un po’ di tregua.  Dopo quei nemici scomparivano ed io restai sola col mio Gesú.  Io cercai di compatirlo, ma non ardivo di dirle niente, e Lui rompendo il silenzio mi disse:

(114) “Tutto ciò che tu hai visto e niente a confronto di quelle offese che continuamente mi fanno, é tanta la cecità loro, l’ingolfamento delle cose terrene, che giungono a divenire non solo crudeli nemici miei, ma anche di loro stessi, e siccome l’occhio loro é fisso nel fango, per ciò giungono a disprezzare l’eterno.  Chi metterà un riparo a tanta ingratitudine? Chi avrà compassione di tanta gente che mi costano sangue e che vivono quasi sepolti nel lezzo delle cose terrene? Deh! vieni con Me e prega e piangi insieme per tanti ciechi che sono tutti occhi per tutto ciò che dà di terra, e poi disprezzano e calpestano le mie grazie sotto dei loro immondi piedi, come se fossero fango.  Deh! sollevati sopra tutto ciò che é terra, aborrissi e disprezza tutto ciò che a Me non appartiene, non ti facciano più impressione gli insulti che ricevi dalla famiglia dopo che mi hai visto tanto soffrire, ma ti stia solo a cuore l’onore mio, le offese che continuamente mi fanno, la perdita di tante anime.  Deh! non lasciarmi solo in mezzo a tante pene che mi straziano il cuore, tutto ci che tu soffri adesso è poco in confronto di quelle pene che soffrirai, non te l’ho detto sempre, che quello che voglio da te é l’imitazione della mia Vita, vedi un po’ quanto sei dissimile da Me, per ci fatti coraggio e non temere”.

(115) Dopo questo ritornai in me stessa, e allora avverti che ero circondata dalla famiglia che piangevano e stavano tutti in disturbo e avevano tale timore che si replicasse quello stato, specialmente ancora moriva, che fecero quanto più presto potettero a ricondurmi in Corato.  Onde farmi osservare dai medici, non so dire il perché sentivo tale pena nel pensare che dovevo essere visitata dai medici, che molte volte piangevo e mi lamentavo col Signore dicendogli: “Quante volte oh! Signore vi ho pregato che mi facciate patire nascosta, era questo il mio solo e unico contento, e adesso anche di questo sono priva.  Deh!, dimmi come farò? Voi solo potete aiutarmi e sollevarmi nella mia afflizione, non vedete quanto ne dicono, chi la pensa in un modo e chi in un altro, chi vuole farmi applicare un rimedio e chi un altro, sono tutti occhi sopra di me, in modo che non mi danno più pace.  Deh! soccorretemi in tante pene ché mi sento mancare la vita”.  Ed il signore benignamente soggiunse:

(116) “Non volerti affliggere per questo, quello che voglio da te è che ti abbandoni come morta fra le mie braccia.  Fino a tanto che tu hai aperti gli occhi per guardare ciò che fo Io e ciò che fanno e dicono le creature, Io non posso liberamente operare su di te.  Non vuoi fidarti di Me? Non sai tu il bene che ti voglio e che tutto ciò che permetto, o per mezzo delle creature, o per parte dei demoni, o direttamente da Me, è per tuo vero bene e non serve ad altro che a condurre l’anima a quello stato a cui Io l’ho eletta.  Per ciò voglio che ad occhi chiusi ti stia fra le mie braccia senza guardare e investigare questo o quell’altro, fidandoti interamente di Me, e lasciandomi liberamente operare.  Se poi vuoi fare l’opposto, ci perderai tempo e verrai ad opposti a ciò che voglio fare di te.  In riguardo alle creature usa profondo silenzio, sii benigna e sottomessa con tutti, fa che la tua vita, il tuo respiro, i tuoi pensieri e affetti, siano continui atti di riparazione che placano la mia Giustizia, offerendomi insieme le molestie delle creature che non saranno poche”.

(117) Dopo questo feci quanto più potetti di rassegnarmi alla Volontà di Dio, sebbene molte volte ero messa a tale strettezze da parte delle creature, che delle volte non facevo altro che piangere.  Giunse anche il tempo di farmi visitare dal medico, e giudicò non essere altro che un fatto nervoso, onde ordinò medicine, distrazioni, passeggi, bagni freddi, raccomandò alla famiglia che mi guardassero bene quando ero sorpresa da quello stato, perché dicevagli: Se la movete la potete spezzare ma non aggiustare.  Ché io quando ero sorpresa da quello stato restavo impietrita.

(118) Onde si suscitò una guerra da parte della famiglia, m’impedivano d’andare alla chiesa, non davano più quella libertà di starmene sola, ero guardata da per ogni dove, e più spesso se ne avvertivano.  Molte volte mi lamentavo col Signore dicendogli:

(119) “Mio buono Gesù, quanto si sono aumentate le mie pene, anche delle cose a me più care sono priva, quali sono i Sacramenti.  Non ci avevo mai pensato che dovevo giungere a questo, ma chi sa dove andrò a finire! Deh! dammi aiuto e fortezza, che la natura viene meno”.  Molte volte si benignava di dirmi qualche parola.  Ora mi diceva:

(120) “Sono Io in tuo aiuto, di che temi? Non ti ricordi che anch’Io soffri da parte di ogni specie di gente, chi la pensava su di Me in un modo e chi in un altro, le cose più sante che Io facevo erano giudicate da loro, difettose, cattive, fino a dirmi che ero un indemoniato, tanto che mi guardavano con occhi torvi, mi tenevano in mezzo a loro, ma di malo umore, e macchinavano tra loro quanto più presto potevano di togliermi la vita, ché la mia presenza s’era reso per loro intollerabile.  Dunque non vuoi tu che ti faccia simile a Me facendoti soffrire da parte delle creature?” 

(121) Così passai parecchi anni soffrendo da parte delle creature, da demoni e direttamente da Dio, delle volte giungevo a tanta amarezza da parte delle creature, e del modo come la pensavano, che avevo vergogna di farmi vedere da qualunque persona, tanto, che il mio più grande sacrificio era il comparire in mezzo a persone, tanto era il rossore e la confusione che mi sentivo istupidire.  Ci furono altre visite di altri medici, ma non ci riuscirono a nulla, delle volte versando amare lacrime gli dicevo con tutto il cuore: “Signore come si sono rese pubbliche le mie sofferenze, non solo alla famiglia, ma anche agli strani mi veggo tutta coperta di confusione, mi pare che tutti mi segnano addito, come se queste sofferenze fossero le più cattive azioni, io stessa non so dire che cosa me successe.  Deh! Voi solo potete liberarmi da tale pubblicità e farmi patire nascosta.  Ve ne prego, ve ne scongiuro, esauditemi”.

(122) Delle volte anche il Signore faceva mostra di non ascoltarmi e aumentavano le mie pene, alle volte poi mi compativa dicendomi:

(123) “Povera figlia, vieni a Me che ti voglio consolare, tu hai ragione che soffri, ma non ti ricordi tu, che anch’Io, oh! quanto più soffrii.  Fino a un certo punto furono nascoste le mie pene, ma quando la Volontà del Padre giunse di patire in pubblico, prontamente uscii ad incontrare confusioni, obbrobri, disprezzi, fino ad essere spogliato, nudo in mezzo ad un popolo numerosissimo, potresti tu immaginare confusione più grande di questo? La mia natura la sentiva molto questa specie di sofferenze, ma avevo l’occhio fisso alla Volontà del Padre, e offerivo quelle pene in riparazione di tanti che commettono le più nefandi azioni pubblicamente ad occhi aperti, menandone vanto senza il minimo rossore, gli dicevo: “Padre, accettate le confusioni e gli obbrobri miei in riparazioni di tanti che hanno la sfacciataggine d’offendervi così liberamente senza il minimo dispiacere; perdonate, dategli lume acciò veggano la bruttezza del peccato e si convertano”.  Anche a te voglio farti partecipe di questa specie di sofferenze.  Non sai tu che i più bei regali che posso dare alle anime che amo sono le croci e le pene? Tu sei bambinella ancora nella via della croce, per ciò ti senti troppo debole, quando ti sarai fatto grande e avrai conosciuto quanto è prezioso il patire, allora ti sentirai più forte.  Perciò appoggiati a Me, riposati che così acquisterai fortezza”.

(124) Dopo che passai qualche tempo in questo stato detto di sopra, cioè circa sei o sette mesi, le sofferenze si accrebbero di più, tanto che fui costretta a starmene nel letto, spesso si moltiplicava quello stato di perdere i sensi, quasi che non avevo neppure un’ora libera, mi ridussi ad uno stato di estrema debolezza, la bocca si strinse in modo che non la potevo aprire affatto, ed in qualche momento libero che avevo appena qualche goccia di qualche bevanda potevo prendere, se pure mi riusciva, e poi ero costretta a rimetterla per i continui vomiti che ho avuto sempre.  Dopo che stetti circa diciotto giorni in questo stato continuo, si mando a chiamare il confessore per confessarmi.  Quando venne il confessore mi trovò in quello stato d’assopimento.  Quando mi riebbe mi domandò che cosa avessi, gli dissi solamente, tacendo tutto il resto, e siccome allora continuavano gli strapazzi dei demoni e le visite di Nostro Signore, quindi gli dissi: “Padre, è il demonio”.  Lui mi disse non aver paura, che non è il demonio, e se è lui il padre ti libera.  Così dandomi l’ubbidienza e segnandomi con la croce e aiutandomi a sciogliere le braccia, ché mi sentivo tutto il corpo impietrito come se fosse divenuto tutto un pezzo, lí riuscì di restituirmi il moto alle braccia, di farmi aprire la bocca che prima era divenuta immobile a tutto.  Questo io l’attribuì alla santità del mio confessore, che veramente era un santo sacerdote, lo tenni quasi per un miracolo, tanto che dicevo fra me stessa: “Vedi, ero preparata a morire”.  Ché in realtà mi sentivo male, e se avessi durato quello stato, io credo che lasciavo la vita”.  Sebbene ricordo che ero rassegnata e che quando mi vide libera provavo un certo rincrescimento ché non avevo morto.

(125) Quindi dopo che il confessore se ne andò, ed io rimasta libera ritornai allo stato di prima, e così successe che passavo, quando le settimane, i quindici giorni, e anche i mesi che ero sorpresa da quello stato d’intanto intanto nella giornata, e da me stessa riuscivo a liberarmi; quando poi ero sorpresa spesso spesso come ho detto di sopra, allora la famiglia mandava a chiamare il confessore, tanto più che avevano visto la prima volta che ne ero rimasta libera, che tutti credevano che non mi doveva più riavere da quello stato, ed invece scesi alla chiesa e mi rimisi allo stato di prima, così mandavano a chiamare il confessore e allora restavo libera.  Ma però non mi passò mai per la mente che ad un tale stato ci voleva il sacerdote per liberarmi, né che il mio male fosse una cosa straordinaria; è vero che quando perdevo i sensi vedevo Gesù Cristo, ma questo l’attribuivo alla bontà di Nostro Signore e dicevo fra me stessa: “Vedi quanto è buono il Signore verso di me, che in questo stato di sofferenze viene a darmi la forza, altrimenti come potrei sostenere, chi mi darebbe la forza?” E’ pur vero che quando doveva succedermi un tale stato, la mattina nella Comunione me lo diceva, ed in quello stesso stato le sofferenze da Lui stesso mi venivano, ma non dava retta a niente, il solo pensare qualche volta di dirlo al confessore mi credevo che fossi l’anima più superbia che fosse nel mondo se ardivo mettere bocca a parlare di queste cose di vedere Gesù Cristo; e provavo tale rossore che fu impossibile di dire niente a quel confessore per quanto buono e santo fosse.  Tanto vero, che non credevo che ci volesse il sacerdote per liberarmi, e che ciò succedeva per la santità del confessore, ché quando fu giunto il tempo che lui se ne andò in campagna, una mattina dopo la Comunione il Signore mi fece capire che dovevo essere sorpresa da quello stato, m’invitò a tenergli compagnia col partecipare alle sue pene, ed io subito gli dissi: “Signore, come farò, il confessore non ci sta, chi mi deve liberare? Adesso vuoi forse farmi morire?” Ed il Signore mi disse solamente:

(126) “La tua fiducia dev’essere solo in Me, statti rasegnata, che la rassegnazione rende l’anima luminosa, fa stare a posto tutte le altre passioni, in modo che Io, tirato da quei raggi di luce, ci vado nell’anima e la informo tutta in Me, e la faccio vivere della mia stessa Vita”.

(127) Io mi rassegnai alla sua Santa Volontà, offrii quella Comunione come l’ultima della mia vita, gli diede l’ultimo addio a Gesù in Sacramento, sebbene rassegnata, ma la natura la sentivo tanto, che tutto quel giorno non feci altro che piangere e pregare il Signore che mi desse la forza.  In verità mi riesci troppo amaro il fatto, e senza pensarlo né saperlo, mi trovai con una nuova e pesante croce che credo che sia stata la più pesante che ho avuto in mia vita.  Mentre stavo in quello stato di sofferenze, da me non ci pensavo altro che a morire e a fare la Volontà di Dio.  Da parte della famiglia che anche soffriva a vedermi in quello stato, cercavano di mandar a chiamare qualche sacerdote, e chi non voleva venire da una parte, e chi dall’altra, dopo dieci giorni ci venne il confessore che mi confessava quando ero piccola, e successe che anche quello mi fece riavere da quello stato, e allora me ne avvide la rete che il Signore mi aveva involto.

(128) Da qui mi ebbe una guerra da parte dei sacerdoti, chi diceva che era finzione, chi che ci volevano le bastonate, altri che volevami far credere santa, chi soggiungeva che ero indemoniata e tante altre cose, che dirle tutte sarebbe troppo lunga la storia.  Onde con queste idee nelle loro menti, quando succedevano le sofferenze e la famiglia mandava a chiamare qualche uno, facevano parti tante strane, che la povera famiglia ha sofferto molto, specialmente la povera mamma, quante lacrime ha versato per me, oh! Signore, ricompensatela Voi.  Oh! mio buon Signore quanto ho sofferto da questa parte, Tu solo sai tutto.

(129) Onde, chi può dire quanto mi riuscì amaro questo fatto, che per liberarmi da quello stato di sofferenze si volesse il sacerdote.  Quante volte ho pregato versando lacrime amarissime che mi liberasse! Quante volte ho fatto delle positive resistenze al Signore quando Lui voleva che mi offerisse come vittima, e accettassi le pene, ed io gli dicevo: “Signore, promettimi che mi libererà Voi, e allora accetto tutto, altrimenti no, non voglio accettare”.  E resistevo il primo giorno, il secondo, il terzo, ma chi può resistere a Dio? Me ne diceva tanto che al fin ero costretta a sottopormi alla croce.  Altre volte gli dicevo di cuore e con confidenza: “Signore, come è stato che hai fatto questo? Come tra me e Voi, adesso hai voluto mettere un terzo? E questo terzo che non vuol prestarsi.  Vedi, potevamo stare tanti contenti tutti e due.  Quando mi voleva al patire, io subito accettavo perché sapevo che Voi stesso mi dovevi liberare, adesso non ci vuole un’altra mano, Ve ne prego, liberatemi, che staremo più contenti tutti e due”.

(130) Delle volte fingeva di non ascoltarmi e non mi diceva niente, altre volte poi mi diceva:

(131) “Non temere, Io sono quello che do le tenebre e la luce, verrà il tempo della luce, è mio solito che le mie opere le manifesto per mezzo dei sacerdoti”.

(132) Così passai tre o quattro anni di queste contraddizioni da parte dei sacerdoti, molte volte mi assoggettavano a prove durissime, giungevano a farmi stare in quello stato di sofferenze, cioè impietrita, inabile a qualunque minimo moto, neppure di poter prendere una goccia d’acqua, diciotto giorni più o meno quando a loro piaceva.  Lo sa solo il Signore ciò che io passavo in quello stato, e dopo che venivano non avevo neppure il bene d’essere detta almeno: “Abbi pazienza, fa la Volontà di Dio”.  Ma ero rimproverata come capricciosa e disobbediente.  Oh! Dio, che pena, quante lacrime ho versato; quante volte pensavo che ero disobbediente e dicevo fra me: “Come quella virtù che al Signore è la più gradita è da me tanto lontana, che cosa può far e sperare di bene un’anima disobbediente?” Molte volte mi lamentavo con Nostro Signore e delle volte giungevo fino a risentirmi, e quando voleva che accettassi le sofferenze, resistevo quanto più potevo.  Ma il Signore quando vedeva che incominciavo a resistere faceva vedere che non mi curava e non mi diceva più niente, e poi all’improvviso veniva a sorprendermi.  Ciò che poi diceva il confessore è perché delle volte non voleva che cadessi in quello stato, ma ciò non stava in mio potere, è pur vero che sono stata dissobediente, e che non sono stata mai buona a nulla.  Ma ricordo pure che la pena più straziante per me era il non poter obbedire.

(133) In questo periodo di tempo, ricordo che ci fu il colera, e un giorno pregavo il mio buon Gesù che facesse cessare questo flagello, ed Egli mi disse:

(134) “Ti contenterò purché accetti d’offrirti a soffrire ciò che voglio Io”.

(135) Le dissi: “Signore no, non posso, Voi sapete come la pensano, nonché il fatto passa tra me e Voi solamente sarei stata prontissima ad accettare tutto”.

(136) Ed Egli mi disse: “Figlia mia, se Io avessi pensato a quello che pensavano e che dovevano fare di Me gli uomini, non avrei operato la Redenzione dell’umano genero, ma Io avevi l’occhio a la loro salvezza, e l’amore grande che mi divorava facevami fare che quando vedevo persone che di Me mal pensavano e che davano occasione di farmi più soffrire, era d’offerire quelle stesse pene che loro mi davano per la loro stessa salvezza.  Ti sei dimenticata che quello che voglio da te è l’imitazione della mia Vita, e che di tutto ciò che soffri ti farò parte di tutto? Non sai tu che l’atto più bello, più eroico, e più a Me gradito e che offerirmi devi, è quello d’offerirti per quei stessi che ti sono contrari?” 

(137) Io restai muta, non seppi che rispondergli, accettai tutto ciò che il Signore voleva, e così fino alla sera fui sorpresa da quello stato di sofferenze e vi stetti tre giorni continui, e dopo che mi riabbi non sentii più niente che ci stava il colera.

(138) Dopo questo mi ebbi un’altra mortificazione, e fu il dover cambiare confessore, ché essendo lui religioso fu chiamato in convento.  Io ne ero contenta di lui, e la maggiore parte di quei fracassi detto di sopra, succedevano quando lui stava in campagna, specialmente l’ultimo anno che fu confessore, per il colera che stava nel paese vi dimoro sei mesi; onde il mio confessore non faceva tante parte, mi faceva stare un giorno in quello stato di sofferenze e poi veniva.  Quindi non stette neppure un mese da che si era ritirato in campagna e si intese che se ne partiva; questo fu doloroso per me, non perché ci avevo attacco, ma per la necessità che ne avevo.  Onde andai dal Signore e gli dissi la mia pena, ed Egli mi disse:

(139) “Non volerti affliggere per questo, Io ne sono il padrone dei cuori, e posso volgerli e rivolgerli come a Me pare e piace.  Se lui ti ha fatto del bene non è stato altro che un porgitore che riceveva da Me e lo dava a te, così farò degli altri, di che temi dunque? Mia cara, fino a tanto che tu avrai l’occhio or a destra ora a sinistra, e lo lascerai posare or su d’una cosa e or sull‘altra, e non avrai l’occhio fisso in Me, non potrai camminare spedita la via del Cielo, ma andrai sempre zoppicando e non potrai seguire l’influsso della grazia.  Perciò voglio che con santa indifferenza guardi tutte le cose che in torno a te succedono, stando tutta intenta a Me solamente”.

(140) Onde dopo queste parole, il mio cuore acquistò tanta forza, che poco o niente soffri una tanta perdita, e che tanto bene aveva fatto all’anima mia.  Così successe che cambiai confessore e ritornai al confessore che mi confessava quand’ero piccola.  Ma sia sempre benedetto il Signore, che si serve di quelle stesse vie che compariscono a noi contrarie e quasi che ci dovrebbero portare danno all’anima nostra, per il maggiore bene nostro e per la sua gloria.  Così avvenne che incominciai ad aprire l’anima mia che fino a quel punto non avevo detto niente ha nessuno, per quanto sforzo mi facessi non ci riuscivo, anzi più impotente mi vedevo a dire le cose del mio interno, era tanto il rossore che sentivo al solo pensar dire queste cose, che mi vedevo essere più facile dire i più brutti peccati.  Donde procedesse, non so dirlo, da parte del confessore credo di no, perché egli era tanto buono, fiducioso, dolce, paziente nel sentire, prendeva una cura esattissima dell’anima, aveva l’occhio su di tutto affinché si potesse camminare dritto.  Da parte mia neppure, perché mi sentivo un intoppo sull’anima e avevo tutta la volontà di liberarmi e di sentire al meno come la pensava il confessore, ma mi sentivo impossibilitata a farlo.  Per me credo che ci fa una promissione del Signore.

(141) Onde trovandomi col nuovo confessore, incominciai, a poco a poco ad aprire il mio interno, il Signore molte volte mi comandava che manifestasse al confessore ciò che Lui mi diceva, e quando io non lo facevo, il Signore mi riprendeva, mi rimproverava severamente e delle volte giungeva a dirmi che se ciò non facesse, Lui non ci sarebbe più venuto, questo che è per me la pena più amara, che tutte le altre pene confrontate con questa non mi sembrano altro che fili di paglia.  Perciò, tanto era il timore ancora veramente non ci venisse, che facevo quanto più potevo a manifestare il mio interno.  E’ vero che delle volte mi costava molto, ma il timore di perdere il mio caro Gesù mi faceva superare tutto.  Da parte del confessore ero pure spinta a dirle donde procedesse un tale stato, che cosa mi succedeva quando stavo in quel assopimento, quale n’era la causa; ora mi comandava a manifestarlo, ora mi costringeva coi precetti d’ubbidienza, e ora mi metteva innanzi il timore che potessi vivere nell’illusione e nell’inganno, vivendo a me stessa, mentre se manifestasse al sacerdote potrei stare più sicura e tranquilla, e che il Signore non permette mai che il sacerdote s’inganna quando l’anima è obbediente.  Così Gesù Cristo mi spingeva da una parte, il confessore dall’altra, mi pareva delle volte che se l’intendessero tutti e due insieme, il confessore e Gesù Cristo.  Così mi riuscii a manifestare l’animo mio.  Ciò non faceva il confessore passato, non mi faceva nessuna domanda, non cercava di sapere che cosa mi succedeva in quello stato d’assopimento, onde io stessa non sapevo come riuscire a parlare di queste cose.  La cura che si prendeva era che stesse rassegnata, uniformata al Voler di Dio, a sopportare la croce che il Signore mi aveva dato, tanto che se delle volte mi vedeva un po’ infastidita, ne soffriva grande dispiacere.

(142) Dunque avvene che passai circa un altro anno con questo confessore, nello stesso stato detto di sopra.  Onde siccome il confessore sapeva donde procedesse quello stato di sofferenza, mi diceva che quando Gesù Cristo voleva che mi venissero le sofferenze, andasse da lui a chiedere l’obbedienza.  Ricordo che una mattina dopo la Comunione mi disse il Signore:

(143) “Figlia, sono tante le iniquità che si commettono, che la bilancia della mia Giustizia sta per sboccare da fuori.  Ora, sappi che pesanti flagelli verserò sopra degli uomini e specialmente una fierissima guerra in cui farò strage della carne umana.  Ah! sì”.  Prosegui quasi piangendo: “Io ho dato i corpi agli uomini acciocché fossero tanti santuari dove dovevo andare e deliziarmi in essi; loro invece l’hanno cambiati in cloache di marciume, che ne è tanto il fetore che mi costringono a stare lontano da essi, vedi la ricompensa che ricevo a tanto amore e a tante pene che ho sofferto per loro.  Chi mai è stato trattato simile a Me? Ah! nessuno.  Ma chi ne è la causa? E’ il troppo bene che li voglio.  Per ciò proverò coi castighi”.

(144) Io mi sentivo spezzare il cuore per il dolore, mi pareva che tante erano l’offese che gli facevano, che per sfuggire voleva nascondersi in me, quasi per trovare un rifugio.  Sentivo pure tale pene che gli uomini dovevano essere castigati, che mi pareva che non quelli, ma io stessa dovevo soffrire, anzi mi pareva che se io avessi potuto, mi riusciva più sopportabile soffrirli tutti io quei castighi, anziché veder soffrire agli altri.

(145) Cercai di compatirlo quanto più potetti e con tutto il cuore gli dissi: “Oh! Sposo Santo, risparmiate i flagelli che la vostra Giustizia tiene preparati, se la molteplicità delle iniquità degli uomini è grande, vi è il mare immenso del tuo sangue, ove potete seppellirle, e così la vostra Giustizia resterà soddisfatta.  Se non avete dove andare per deliziarvi, venite in me, vi do tutto il mio cuore, acciocché vi riposate alquanto, e vi deliziate con esso; è vero che anch’io sono una sentina di vizi, ma Voi mi potete purificare e far qual Voi mi volete.  Ma deh! placatevi, se è necessario il sacrificio della mia vita, oh! quanto volentieri ve lo farei purché vedessi le stesse tue immagine risparmiate”.  Ed il Signore spezzando il mio parlare riprese a dirmi:

(146) “Proprio qui ti volevo, se tu ti offri a soffrire, non già come fino a questo punto, d’intanto intanto, ma continuamente, ogni giorno, per un corto dato tempo, Io risparmierò agli uomini.  Vedi come farò, ti metterò in mezzo tra la mia Giustizia e le iniquità delle creature, e quando la mia Giustizia si vedrà ripiena delle iniquità, in modo da non poterle contenere, e sarà costretta a mandare i fulmini dei flagelli per castigare le creature, trovandote in mezzo, in vece di colpire loro resterai tu colpita.  In questo sol modo potrò contentarti di risparmiare agli uomini, diversamente no”.

(147) Io restai tutta confusa, non sapevo che dirle, la natura faceva la sua parte, si spaventava e tremava, ma vedevo il mio buon Gesù che attendeva una risposta, se accettavo o no, allora vedendomi quasi costretta a parlare gli dissi: “Oh! Divinissimo Sposo mio, da parte mia sarei pronta ad accettare, ma come si rimedierà da parte del confessore, se non ci vuol venire d’intanto intanto, come può essere possibile che venga ogni giorno; liberatemi da questa croce che si vuole il confessore per liberarmi, e allora tutto sarà combinato tra me e Voi”.  Allora il Signore mi disse:

(148) “Va dal confessore e domandagli l’ubbidienza, se vuole le dirai tutto ciò che ti ho detto e starai a ciò che lui dice.  Vedi, non sarà solamente per bene delle creature che voglio queste sofferenze continue, ma anche per tuo bene, in questo stato di sofferenze purificherò ben bene l’anima tua, in modo da disporti a formare con Me un mistico sposalizio, e dopo questo darò l’ultima trasformazione, in modo che diventeremo tutti e due, come due ceri che messi sul fuoco, uno si trasforma nell’altro e se ne forma un solo, così trasformerò Me in te, e tu vi resterai crocifissa con Me.  Ah! non saresti tu contenta se potessi dire: Lo Sposo crocifisso, ma anche la sposa crocifissa? Ah! sì, non c’è nessuna cosa che da Lui mi rende dissimile”.

(149) Onde, quando potetti parlare col confessore gli dissi tutto ciò che il Signore mi aveva detto, e siccome quella parola che il Signore mi disse: “Per un certo dato tempo”, senza notificarmi il tempo preciso che dovevo stare continuamente a soffrire, fu preso da me per una quarantina di giorni, più o meno, e ora sono circa dodici anni che continua a stare, ma sia benedetto sempre Iddio, siano adorati sempre i suoi inescrutabili giudizi, io credo che se il Signore benedetto m’avesse fatto capire con chiarezza la lunghezza del tempo che dovevo stare nel letto, la mia natura si sarebbe molto spaventata, e difficilmente si sarebbe assoggettata, sebbene ricordo che sono stata sempre rassegnata, ma non conoscevo allora la preziosità della croce come il Signore mi ha fatto conoscere nel corso di questi dodici anni, né il confessore si sarebbe adattato a darmi l’ubbidienza.  Onde così le dissi al confessore, per una quarantina di giorni il Signore voleva che mi desse l’ubbidienza di stare continuamente a soffrire, dicendogli tutto il resto.  Con mia sorpresa, perché io lo credevo impossibile, il confessore mi disse che se era veramente Volontà di Dio, lui mi dava l’ubbidienza, che in realtà non ne è che non si può venire, ma piuttosto un po’ di rispetto umano.  L’anima mia molto si rallegrò acciocché potessi contentare il Signore, e così risparmiare le creature, ma la natura molto se ne afflisse nel sentirsi dato quest’obbedienza, tanto che per qualche giorno fui molto contristata, anche l’anima la sentivo molto a pensare che dovevo stare tanto tempo senza poter ricevere Gesù in Sacramento, solo e unico mio conforto; delle volte mi sentivo una guerra tanto fierissima in me, che io stessa non sapevo che cosa mi era avvenuto, molte cose vi aggiungeva pure il demonio, ma il mio buon Gesù rimediò a tutto, ed ecco come esegui.

(150) Passo a dire altro, per ordine del confessore attuale io ubbidisco a manifestare i vari modi con cui il Signore mi ha parlato: A me pare che i modi con cui Iddio mi parla siano quattro, ma questi quattro modi di parlare di Gesù sono assai diversi dalle ispirazioni.

(151) 1.- Il primo modo è quando l’anima esce fuori di sé.  Voglio però prima spiegare come po meglio questo uscire fuori di me stessa.  Questo avviene in due modi: Il primo è istantaneo, quasi un baleno, ed è così repentino che a me pareva che il corpo si sollevassi un po’ dal letto per seguire l’anima, ma poi è rimasto lì, e a me è parso che il corpo è rimasto morto, e l’anima invece ha seguito Gesù camminando tutto l’universo, la terra, l’aria, i mari, i monti, il purgatorio ed il Cielo, ove tante volte mi ha fatto vedere il posto ove io starò dopo morta.

(152) L’altro modo di uscire l’anima poi è più quieto, pare che il corpo si sopisce insensibilmente e resta come impietrito alla presenza di Gesù Cristo, ma però rimane l’anima col corpo, ed il corpo non sente più nulla delle cose esterne, anche se riconvolgesse tutto l’universo, anche se mi bruciassero e mi facessero a pezzi.

(153) Questi due modi di uscire fuori di me stessa, cosi diversi, io li ho notato sensibilmente, perché nel primo modo, dovendo io obbedire al confessore che veniva a destormi, l’ho visto dal luogo ove mi conduceva Gesù; cioè, dai confini della terra, o dell’aria, o dei monti, o dal mare, o dal purgatorio, o anche dall’stesso Paradiso, anzi mi pareva di non fare in tempo per far trovare l’anima nel corpo dal confessore, e quindi non poter obbedire, e pareva che così di lontano, come io mi trovavo coll’anima, mi pareva, dico che mi affaccendassi tutta, mi angosciassi, e mi affliggessi se mai non facessi in tempo a farmi trovare dal confessore, e perciò a non ubbidire, ma confesso però che mi sono trovata sempre in tempo, e l’anima mi pareva che entrasse nel corpo prima che il confessore cominciasse a darmi l’obbedienza di destormi.

(154) Anzi dico la verità, che tante volte io vedevo di lontano il confessore che veniva, ma per non lasciare Gesù, pareva che non pensassi al confessore che veniva, e allora Gesù, Egli stesso mi premurava a tornare coll’anima nel corpo per poter obbedire al confessore, e allora io mi sentivo una gran ripugnanza di lasciare Gesù, ma l’obbedienza vinceva, e lasciando Gesù, Egli stesso, o mi baciava o mi abbracciava, o faceva altra cosa per licenziarsi da me.  Ed io lasciando il mio caro Gesù gli dicevo: “Vado al confessore, ma Voi mio buon Gesù, tornate presto non appena il confessore se ne andrà”.

(155) Questi dunque sono i due modi con cui l’anima pareva che uscisse dal corpo, ed in questi due modi di uscire l’anima Iddio mi parla.  Questo modo di parlare, Egli stesso lo chiama parlare intellettuale.  Mi ingegnerò di sprezzarlo: L’anima dunque uscita dal corpo, e trovandosi innanzi a Gesù, non ha bisogno di parole per intendere ciò che il Signore le vuol dire, né l’anima ha bisogno di parlare per farsi intendere, ma per mezzo del intelletto, oh! quanto ci intendiamo benissimo quando ci troviamo insieme.  Da una luce che da Gesù mi viene nell’intelletto, mi sento imprimere in me tutto ciò che il mio Gesù vuol farmi capire.  Questo modo è molto alto e sublime, tanto che la natura difficilmente sa addattarsi a spiegarlo con le parole, appena può dirne qualche idea, questo modo di farsi intendere Gesù è rapidissimo, in un semplice istante si apprendono molte cose sublime che leggendo libri interi.  Oh! quanto è maestro ingegnosissimo Gesù, che in un semplice istante insegna molte cose, che ad un altro ci vorrebbero anni interi, se pure vi riesce, perché il maestro terreno non ha potenza di poter tirare la volontà del discepolo, né di poterle infondere nella mente senza sforzo e fatica, ma in Gesù no, tanta è la sua dolcezza, l’amabilità del suo tratto, la soavità del suo parlare, e poi è tanto bello, che l’anima appena lo vede si sente tanto tirata, che delle volte è tanta la velocità con cui corre appresso a Gesù, che senza quasi avvedersi si trova trasformata nell’oggetto amato, in modo che l’anima no sa discernere più il suo essere terreno, tanto resta immedesimata col Essere Divino.  Chi può dire ciò che l’anima prova in questo stato? Ci vorrebbe a Gesù stesso, oppure un’anima separata perfettamente dal corpo, perché l’anima trovandosi un’altra volta circondata dal muro di questo corpo, e perdendo quella luce che prima la teneva inabissata, molto vi perde e vi resta oscurata, sicché se si vorrebbe provare a dirne qualche cosa, non può dirle che rozzamente.  Per darne un’idea, dico che m’immagino un cieco nato, che non ha mai avuto il bene di vedere ciò che si contiene nell’universo intero, e per pochi minuti avesse il bene d’aprire gli occhi alla luce, e potessi vedere tutto ciò che si contiene nel mondo: Il sole, il cielo, il mare, le tante città, le tante macchine, le varietà dei fiori e le tante altre cose che ci sono nel mondo, e dopo quei pochi minuti di luce, ritornasse alla cecità di prima.  Ora, potrebbe costui dire distintamente tutto ciò che ha visto? Potrebbe far un sbozzo, dire qualche cosa in confuso.  Ora, una similitudine succede quando l’anima si trova separata, e poi nel corpo, non so se dico spropositi, come a quel povero cieco gli resterebbe la pena della perduta vista; così l’anima, vive gemente e quasi in un stato violento, perché l’anima si sente violentata sempre verso il sommo Bene, è tanta l’attrazione che Gesù resta nell’anima di Sé, che l’anima vorrebbe stare sempre attratta nel suo Dio.  Ma ciò non può essere, e per ciò si vive come se si vivesse in purgatorio.  Aggiungo che l’anima non ha niente del suo in questo stato, è tutto operazione che fa il Signore.

(156) Ora m’ingegnerò di spiegare il secondo modo che tiene Gesù nel parlare, ed è che l’anima trovandosi fuori di sé stessa, vede la persona di Gesù Cristo, come per esempio da bambino, ossia crocifisso, o in qualunque altro atteggiamento, e l’anima vede che il Signore dalla sua bocca pronunzia le parole e l’anima dalla sua bocca risponde, delle volte succede che l’anima si mette a conversare con Gesù come farebbero due intimi sposi.  Sebbene il parlare di Gesù è parchissimo, appena quattro o cinque e delle volte anche una sola parola, rarissime volte si diffonde qualche poco, ma in quel pochissimo parlare, ah! quanta luce vi introduce nell’anima, mi sembra vedere a prima vista un piccolo ruscello, ma guardando bene, invece d’un ruscello si vede un vastissimo mare, così è una sola parola detta da Gesù, è tanta l’immensità della luce che resta nell’anima, che ruminandola ben bene vi sorge tante cose sublime e profittevole all’anima sua, che ne rimane stupita.

(157) Io credo che se si unissero insieme tutti i sapienti, resterebbero tutti confusi e muti ad una sola parola di Gesù.  Ora, questo modo è più confacevole all’umana natura, e facilmente si sa manifestare, perché l’anima entrando in sé stessa si porta con sé ciò che ha sentito dire dalla bocca di Nostro Signore, e le comunica al corpo, non così riesce facile quando è per mezzo d’intelletto.  Per me ritengo che Gesù tiene questo modo di parlare per adattarsi all’umana natura, non che ha bisogno di parola per farsi intendere, ma perché questo modo più facilmente l’anima capisce e può manifestarlo al confessore.  Insomma, Gesù fa come un maestro dottissimo, sapiente, intelligente, che possiede in grado eminentissimo tutte le scienze e che nessuno può eguagliarlo, ma siccome si trova tra discepoli che non hanno imparato ancora le prime sillabe dell’alfabeto, ritenendo tutto in sé gli altri studi, impara ai discepoli, a, b, c, eccetera.  Oh! quanto è buono Gesù, si adatta coi dotti e parla loro in modo altissimo, in modo che per capirlo devono studiare ben bene ciò che gli dice, si adatta cogli ignoranti e si finge Lui anche ignorantello, e parla in modo basso, in modo che nessuno può restare digiuno delle lezione di questo Divino Maestro.

(158) Il terzo modo che Gesù mi parla è quando parlando partecipa nell’anima la sua stessa sostanza.  A me sembra che come il Signore quando creò il mondo ad una sola parola furono create le cose, così essendo la sua parola creatrice, nell’atto stesso che dice la parola, già crea nell’anima quella stessa cosa che dice, come per esempio, Gesù dice all’anima: “Vedi quanto sono belle le cose, per quanto l’occhio tuo può scorrere sulla terra e nel cielo, mai troverai bellezza simile a Me”.  In questo dire di Gesù, l’anima si sente entrare in sé un certo che di divino, l’anima resta tanto attirata verso questa bellezza e insiememente perde l’attrattivo per tutte le altre cose, per quanto belle e preziose fossero non le fanno nessuna impressione sull’anima, quello che lì resta fisso e quasi tramutato in sé è la bellezza di Gesù, a quella pensa, di quella bellezza si sente investita, e resta tanto innamorata, che se il Signore non operasse un altro miracolo, le creperebbe il cuore, e di puro amore di questa bellezza di Gesù spirava l’anima per volare nel Cielo a bearsi di questa bellezza di Gesù.  Io stessa non so se dico spropositi.

(159) Per spiegarmi meglio di questo parlare sostanziale di Gesù dico un’altra cosa, Gesù dice: “Vedi quanto sono puro, anche in te voglio purità in tutto”.  In queste parole l’anima si sente entrare in sé una purità divina, questa purità si tramuta in sé stessa e giunge a vivere come se non avesse più corpo; e così poi delle altre virtù.  Oh! quanto è desiderabile questo parlare di Gesù, io per me darei tutto ciò che sta sulla terra, se potessi essere padrona, per avere una sola di queste parole di Gesù.

(160) Il quarto modo che Gesù mi parla è quando trovandomi in me stessa, cioè nello stato naturale, e questo è pure di due modi: Il primo è quando trovandomi in me stessa, raccolta nell’interno del cuore, senza articolazione di voce o di suono all’orecchio del corpo, Gesù internamente parla.  Il secondo è come si fa da noi, e questo succede delle volte stando anche distratta o pure parlando con altre persone.  Ma una sola di queste parole basta a raccogliermi se distratta, o a darmi la pace se sono turbata, a consolarmi se sono afflitta.

(161) Seguito a dire da dove lasciai, ed ecco come esegui:

(162) La mattina andai alla Comunione, e appena ricevuto Gesù, subito gli dissi: “Signore mio, vedi un po’ in che tempesta mi trovo, dovevo ringraziarvi che hai dato lume al confessore nel darmi l’ubbidienza di soffrire, ed invece la mia natura lo sente tanto, che io stessa ne resto confusa nel vedermi così cattiva.  Ma però tutto ciò è niente, Voi che ne volete il sacrificio mi darete anche la forza.  Ma la ragione più possente in me è dover stare tanto tempo senza potervi ricevere in Sacramento, chi potrà resistere senza di Voi? Chi mi darà la forza? Dove potrò trovare un ristoro nelle mie afflizione?” E mentre così dicevo, sentivo tale pene nel cuore di questa separazione di Gesù Sacramentato, che piangevo dirottamente.  Allora il Signore compatendo la mia debolezza mi disse:

(163) “Non temere, Io stesso sosterrò la tua debolezza, tu non sai quale grazie ti ho preparato, per ciò temi tanto.  Non sono Io Onnipotente, non potrò Io supplire alla privazione di potermi ricevere in Sacramento? Perciò rassegnati, metteti morta nelle mie braccia, offriti vittima volontaria per ripararmi le offese, per i peccatori e per risparmiare gli uomini dei meritati flagelli.  Ed Io ti do in pegno la mia parola di non lasciarti neppure un sol giorno senza venirti a trovare.  Finora tu sei venuta a Me, d’ora in poi verrò Io a te, non ne sei tu contenta?” 

(164) Così mi rassegnai alla Santa Volontà di Dio, e fui sorpresa da questo stato di sofferenze.  Ora, chi può dire le grazie che il Signore incominciò a farmi? E’ impossibile poter dire tutto distintamente, potrò dire qualche cosa in confuso, ma per quanto posso e per fare la santa ubbidienza che così vuole m’ingegnerò di dire per quanto mi è possibile.

(165) Ricordo che fin dal principio di questo stare continuamente nel letto, il mio amante Gesù, spesso spesso si faceva vedere, ciò che non aveva fatto per lo passato, fin dal principio mi disse che voleva che prendessi un nuovo sistema di vita per dispormi a quel mistico sposalizio promesso a me.  Mi diceva:

(166) “Diletta del mio cuore, ti ho messo in questo stato, acciò potessi più liberamente venire e conversare con te, vedi, ti ho liberato da tutte le occupazioni esterne acciocché non solo l’anima, ma anche il corpo stesse a mia disposizione, e così potessi stare in continuo olocausto innanzi a Me, vedi, se non ti avessi tirato in questo letto, dovendo tu disimpegnare i doveri di famiglia e soggettarti ad altri sacrifici, non potevo Io venire così spesso e farti partecipe delle offese conforme le ricevo, al più dovrei aspettare quando tu compiva i tuoi doveri, ma adesso no, siamo rimasti liberi, non ce più nessuno che ci molesti e che rompa la nostra conversazione, d’ora innanzi le mie afflizione saranno tue, e mie le tue; i miei patimenti tuoi, e miei i tuoi; le mie consolazione tue, e mie le tue; uniremo tutte le cose insieme, e tu prenderai interesse delle cose mie come se fossero tue, e così farò Io delle tue.  Non più tra noi due ci starà questo è mio e questo è tuo, ma tutto sarà comune d’ambi le parti.

(167) Sai come ho fatto con te? Come un re quando vuole parlare con la sua regina sposa, e questa si trova con le altre dame in altri affari.  Il re, che fa? Se la prende e se la porta dentro la sua stanza, si chiudono la porta, acciò nessuno possa andare a rompere la loro conversazione e sentire i loro segreti, così stando soli, si comunicano a vicenda le loro consolazioni e loro afflizioni.  Ora se qualche, e uno imprudente andasse a bussare, strillare dietro la porta e non gli lascerebbe in pace godere la loro conversazione, il re non lo avrebbe a male? Così ho fatto Io per te e così pure mi dispiacerebbe se qualche uno ti volesse distogliere da questo stato”.

(168) Proseguì a dirmi: “Voglio da te conformità perfetta alla mia Volontà, in modo da disfarsi la tua volontà nella mia, distacco assoluto d’ogni cosa, tanto che tutto ciò che è terra voglio che sia tenuto da te come sterco e marciume, che si ha orrore anche a guardarlo, e ciò perché le cose terrene, ancorché non si avesse attacco, solo a tenerle in torno e guardarle, adombrano le cose celeste e impediscono a fare quel mistico sposalizio promesso a te.  Di più voglio che sì come Io fui povero, anche m’imiti nella povertà, devi considerarti in questo letto come una poverella, i poveri si contentano di tutto ciò che hanno, e ringraziano primo a Me, e poi i loro benefattori.  Così tu, statti a tutto ciò che ti viene dato senza domandare né questo, né quel altro che potrebbe essere un impiccio nella tua mente, ma con santa indifferenza, senza pensare se ciò facesse bene o male rimettete alla volontà altrui”.

(169) Ciò mi costo molto in principio, specialmente per le obbedienze che mi dava il confessore, non so come voleva che prendessi il chinino, e tenevo data l’ubbidienza che quante volte rovesciava altre tante volte dovevo ritornare a prendere il cibo.  Ora il chinino mi stuzzicava l’appetito, e delle volte sentivo ben bene la fame, prendevo il cibo e appena presso, e delle volte nell’atto stesso di prenderlo, dai continui urti di vomiti ero costretta a rimetterlo, e rimanevo con la stessa fame di prima.  La parola “povera” che Gesù mi aveva detto non mi faceva ardire di chiedere niente, ed io stessa avevo vergogna di chiedere; pensavo tra me: “Che dirà la famiglia, ma ha vomitato e ora vuole mangiare? Se me la danno qualche cosa la prendo, se no il Signore ci penserà”.  Così me la passavo contenta di poter offrire qualche cosa al mio caro Gesù.  Però questo non durò molto tempo, ma circa quattro mesi.  Un giorno il Signore mi disse:

(170) “Ripete la domanda che ti desse l’ubbidienza di non prendere il chinino, e di non farti prendere il cibo tante volte, che Io gli darò lume”.

(171) Così venne il confessore e se lo dissi, e lui mi disse: “Per non mostrare singolarità, d’ora in poi voglio che prendi il cibo una sol volta al giorno, e sospese anche il chinino”.  Così restai più quieta e mi passò la fame, ma però non cessò il vomito, quella sol volta che prendevo il cibo ero costretta a rimetterlo, il Signore delle volte mi diceva di chiedere l’ubbidienza di non mangiare, ma il confessore non mi ha dato mai questa ubbidienza, mi diceva: “Fa niente che vomiti, è un’altra mortificazione”.

(172) Io però lo dicevo al Signore e Lui mi diceva: “Voglio che faccia la domanda, ma con santa indifferenza, voglio che stia a ciò che ti dice l’ubbidienza”.

(173) E così continuai a fare.  Quando furono passati circa quaranta giorni, da me presi da quella parola che disse il Signore (per un certo dato tempo) e che io così avevo detto al confessore, le sofferenze continuavano a sorprendermi ogni giorno e lui era costretto a venire tutti i giorni, il confessore incominciò a darmi l’ubbidienza di non dovere più stare in quello stato, e mi soggiungeva che se cadessi nelle sofferenze, lui non ci sarebbe più venuto.  Da parte mia mi sentivo prontissima a fare l’ubbidienza, specialmente la natura voleva liberarsi da quello stare continuamente nel letto, che per quanto bello fosse, era sempre letto, quel dovere soggetarsi a tutti, anche nelle cose più ripugnanti e necessarie alla natura, ed essere costretta a dirle agli altri è un vero sacrificio.  Quindi la natura fece il suo uffizio, tutta si consolò nel sentirsi data quest’ubbidienza, l’anima mia pronta a fare l’ubbidienza e pronta a stare nel letto se il Signore così volesse, perché avevo incominciato a sperimentare quanto era stato buono con me e che la vera rassegnazione sa cambiare la natura alle cose e l’amaro lo converte in dolce.

(174) Quando mi diede l’ubbidienza di non dover più stare nel letto, io incominciai a resistere e dicevo al Signore: “Che vuoi da me? Non posso più, ché l’ubbidienza non vuole, se Voi volete date lume al confessore e allora io sono pronta a fare ciò che vuoi”.  E stetti tutta una notte a contrastare col Signore, quando veniva gli dicevo: “Mio caro Gesù, abbi pazienza, non ci venire, che l’ubbidienza non permette che mi fate partecipe delle sofferenze”.  Fino alla mattina io vincevo, mi sentivo in me stessa e libera di sofferenze, quando in un istante venne il Signore e mi tirò talmente a Sé, che non potetti resistergli, ci perdetti io i sensi, e mi trovai insieme con Lui, ma tanto stretta, che per quanta opposizione facessi, non potetti distaccarmi da Gesù.  Stando con Gesù io mi sentivo tutta annichilita, e avevo un certo rossore per le tante parte che le avevo fatto la notte, gli dissi: “Sposo Santo perdonami, è il confessore che così vuole”.  E Lui mi disse:

(175) “Non temere, quando è l’ubbidienza Io non mi offendo”.  Proseguì: “Vieni, vieni a Me, oggi e capo d’anno, voglio darti la strenna”.

(176) (Giusto quella mattina era il primo giorno dell’anno).  Così avvicinò le sue purissime labbra alle mie e versò un latte dolcissimo, mi baciò, e prese un anello da dentro il costato, e mi disse:

(177) “Oggi voglio farti vedere l’anello che ti ho preparato quando ti sposerò”.  Poi mi disse: “Dille al confessore che è Volontà mia che continui a stare nel letto, e per segno che sono Io, dille: C’è la guerra tra l’Italia e tra l’Africa, e se lui ti dà l’ubbidienza di farti continuare a soffrire non farò far niente d’ambi le parti, si rappacificheranno insieme”.

(178) Nell’atto stesso di dire queste parole, mi sentii come da una veste circondata da sofferenze e da me stessa non potetti liberarmi, pensavo tra me stessa: “Che dirà il confessore?” Ma non stava più in mio potere.  Quel latte che Gesù versò in me mi produceva tale amore verso di Lui, che mi sentivo languire, e mi sentivo tanta sazietà e dolcezza, che dopo che venne il confessore e mi riebbe da quello stato, e la famiglia mi portò il cibo, tanto mi sentivo piena che il cibo non andavo a basso, ma per fare l’ubbidienza che così voleva, preso qualche poco, e subito fui costretta a rimetterlo, ma misto con quel dolce latte che mi aveva dato Gesù.  E Gesù quasi scherzando mi disse:

(179) “Non ti bastò quel che ti ho dato? Non ne sei contenta ancora?” Io mi arrossi tutta, ma subito le dissi: “Che vuoi da me? E’ l’ubbidienza”.  Quando venne il confessore s’incominciò ad inquietare e a dirmi ch’ero disobbediente, o pure mi diceva: “E’ una malattia.  Se fosse cosa di Dio t’avrebbe fatto ubbidire, perciò invece di chiamare il confessore devi chiamare i medici”.  Quando lui fini di dire, io gli dissi tutto ciò che mi aveva detto il Signore, come ho detto di sopra, e lui mi disse che era vero che ci era la guerra tra l’Africa e l’Italia; staremo a vedere se non si farà niente.  E così restò persuaso di farmi continuare a soffrire.

(180) Dopo circa quattro mesi, un giorno venne il confessore e mi disse che erano venute le notizie che la guerra che stava tra l’Africa e l’Italia, senza farsi nessun danno d’ambi le parti, si erano rappacificate insieme.  Così il confessore restò più persuaso e mi lasciò restare in pace.

(181) Onde il mio dolce Gesù non faceva altro che dispormi a quel mistico sposalizio promesso a me, si faceva vedere stando in quello stato, quando tre, quattro volte al giorno, secondo che a Lui piaceva, e delle volte era un continuo andare e ritornare, mi pareva un innamorato che non sa stare senza della sua sposa, così faceva Gesù con me, e delle volte giungeva a dirmelo:

(182) “Vedi, t’amo tanto che non so stare se non ci vengo, mi sento quasi irrequieto pensando che tu stai a soffrire per Me e stai sola, perciò sono venuto per vedere se hai bisogno di qualche cosa”.

(183) E mentre così diceva, Lui stesso mi sollevava la testa, metteva il braccio da dietro il collo e m’abbracciava, e mentre così mi teneva, mi baciava, e se era tempo d’estate che faceva caldo, dalla sua bocca mandava un alito rinfrescante, o pure prendeva qualche cosa in mano e mi menava il vento, e poi mi domandava:

(184) “Come ti senti? Non ti senti meglio?”

(185) Io gli dicevo: “In qualunque modo si sta con Voi si sta sempre bene”.  Altre volte poi veniva, e se mi vedeva molto debole per il continuo stare in quelle sofferenze, specialmente se il confessore veniva la sera, il mio amante Gesù veniva, e vedendomi in quello stato di strema debolezza, tanto che delle volte mi sentivo morire, si avvicinava a me e dalla sua bocca versava nella mia il latte, o pure mi faceva mettere al costato e là succhiava torrenti di dolcezze, di delizie e di fortezza, e Lui mi diceva:

(186) “Voglio essere Io proprio il tuo tutto, e anche il tuo nutrimento dell’anima e del corpo”.

(187) Chi può dire ciò che io esperimentavo, tanto nell’anima quanto nel corpo, da queste grazie che Gesù mi faceva? Se io le volessi dire, andrei troppo per le lunghe.  Ricordo che delle volte quando non ci veniva presto, io mi lamentavo con Lui dicendogli: “Deh! oh Sposo Santo, come mi hai fatto tanto aspettare, io non potevo più resistere, mi sentivo morire senza di Voi”.  E mentre così dicevo, era tanta la pena che sentivo che piangevo, e Lui tutta mi compativa, m’asciugava le lacrime, mi baciava, mi abbracciava e diceva:

(188) “Non voglio che piangi.  Vedi, adesso sto con te, dimmi che vuoi”.

(189) Io gli dicevo: “Non voglio altro che Voi, e allora cesserò dal piangere quando mi promettete di non farmi tanto aspettare”.

(190) E Lui mi diceva: “Sì, sì, ti contenterò”.

(191) Un giorno, mentre stavamo in questo contrasto, ed io, era tanta la pena che non potevo cessare dal piangere, il mio buon Gesù mi disse:

(192) “Voglio contentarti in tutto, mi sento tanto tirato verso di te che non posso farne a meno di far quel che tu vuoi.  Se finora ti ho tolto la vita esteriore e mi sono a te manifestato, ora voglio tirare l’anima tua presso di Me, acciocché dovunque Io vado possa tu venire insieme, così potrai tu più godermi e stringerti più intimamente a Me, che non hai fatto per l’addietro”.

(193) Una mattina, non ricordo tanto bene, credo che erano passati circa tre mesi che continuavo a star sempre nel letto, mentre stavo nel solito mio stato, viene il mio dolce Gesù con un aspetto tutto amabile da giovine, circa l’età di diciotto anni.  Oh! quanto era bello, con la sua chioma dorata e tutta inanellata, pareva che incatenava i pensieri, gli affetti, il cuore.  La sua fronte serena e spaziosa, cui si rimirava come da dentro un cristallo l’interno della sua mente, e si scopriva la sua infinita sapienza, la sua pace imperturbabile.  Oh! come mi sentivo rasserenare la mia mente, il mio cuore, anzi le stesse mie passioni innanzi a Gesù si atterrano e non ardiscono darmi la minima molestia.  Io credo, non so si sbaglio, che non si può vedere questo Gesù sì bello se non si sta nella calma più profonda, tanto che il minimo alito di sturbo impedisce di ricevere una sì bella vista.  Ah! sì, al solo vedere la serenità della sua fronte adorabile, è tanta l’infusione della pace che si riceve nell’interno, che credo che non ci sia disastro, guerra più fiera che innanzi a Gesù non s’acquieta.  Oh! mio tutto e bello Gesù, se per pochi momenti che vi manifestate in questa vita, comunicate tanta pace, in modo che si possono soffrire i più dolorosi martiri, le pene più umilianti con la più perfetta tranquillità, mi sembra un misto di pace e di dolore, che sarà in Paradiso? Oh! come sono belli i suoi occhi purissimi, scintillanti di luce; non è come la luce del sole che volendo guardarla offende alla nostra vista, no, in Gesù mentre è luce, si può fissare benissimo lo sguardo, e solo il guardare l’interno della sua pupilla d’un colore celeste scuro, oh! quante cose mi dicevano.  E’ tanta la bellezza degli suoi occhi, che un sol suo sguardo basta farmi uscire fuori di me stessa, e farmi correre dietro di Lui per vie e per monti, per la terra e per il cielo, basta una sola occhiata per trasformarmi in Lui e sentirme scendere in me un resto che di Divino.  Chi può dire poi la bellezza del suo volto adorabile? La sua bianca carnagione pare a la neve tinta d’un colore di rose, le più belle; nelle sue guance purpuree si scopre la grandezza della sua persona, con un aspetto maestosissimo all’in tutto Divino, che incute timore e riverenza, e insieme vi dà tanta confidenza, che in quanto a me non ho trovato mai persona alcuna che mi desse almeno un’ombra di confidenza che dà il mio caro Gesù, né nei genitori, né nei confessori, né le sorelle.  Ah! sì, quel volto santo, mentre è così maestoso, poi è così amabile, e quella amabilità vi attira tanto, in modo che l’anima non ha minimo dubbio d’essere accolta da Gesù, per quanto brutta e peccatrice si vedesse.  Bello pure è il suo naso che scende in punta finissima, proporzionato al suo sacratissimo volto.  Graziosa è la sua bocca piccola, ma estremamente bella, le sue labbra finissime d’un colore di scarlatto, mentre parla contiene tanta graziosità che è impossibile poterlo dire.  E’ dolce la voce del mio Gesù, è soave, è armoniosa, mentre parla esce tale un profumo dalla sua bocca, che pare non se ne trova sulla terra, è penetrante, in modo vi penetra tutto, si sente scendere dall’udito al cuore, e oh! quanti affetti produce, ma chi può dirlo tutto? Poi è tanto piacevole che credo che non si possono trovare altri piaceri, quanto se ne possono trovare in una sola parola di Gesù.  La voce del mio Gesù è potentissima, è operante, e già nello stesso atto che parla opera ciò che dice.  Ah! sì, è bella la sua bocca, ma dimostra più la sua bella grazia nell’atto del suo parlare, mentre si vedono quei denti così nitidi e così ben aggiustati, ed esce il suo alito d’amore che incendia, saetta, consuma il cuore.  Belle sono le sue mani, soffice, bianche, delicatissime, con quei diti così artificiosamente fatti, e li muove con una maestria tale, che è un incanto.  Oh! quanto sei bello, tutto bello, oh! mio dolce Gesù.  Ciò che ho detto è niente della vostra bellezza, anzi mi pare che ho detto tanti spropositi, ma che vuoi da me? Perdonami, è l’ubbidienza che così vuole, da me non avrei ardito di farne parola, conoscendo la mia insufficienza.

(194) Ora, mentre vedevo Gesù nell’aspetto già detto, dalla sua bocca mi mandò un alito che m’investiva tutta l’anima, e mi pareva che Gesù mi tirava con quel alito dietro di Sé, e m’incominciai a sentirmi uscire l’anima dal corpo, proprio me la sentivo uscire da tutte le parti, dalla testa, dalle mani e fin dai piedi, essendo la prima volta che mi succedeva, dentro di me incominciai a dire: “Adesso muoio, il Signore mi è venuto a prendere”.  Quando mi vidi uscita dal corpo, l’anima teneva la stessa sensazione del corpo, con questa differenza, che il corpo contiene carne, nervi e ossa, l’anima no, è un corpo di luce, quindi io mi sentivo un timore, ma Gesù continuava a mandarmi quell’alito e mi disse:

(195) “Se tanto ti dà pena l’essere priva di Me, adesso vieni insieme con Me che voglio consolarti”.

(196) E così Gesù prese il suo volo, ed io presi il mio, appresso a Lui girammo per tutta la volta del cielo.  Oh! quanto era bello passeggiare insieme con Gesù, ora appoggiavo la testa sopra la sua spalla, e con un braccio da dietro le spalle e l’altro mano in mano, ora s’appoggiava Gesù a me, quando si giungeva in certi luoghi dove l’iniquità più inondava, oh! quanto soffriva il mio buon Gesù, io vedevo con più chiarezza le sofferenze del suo cuore adorabile, lo vedevo venire quasi svenuto, le dicevo: “Appoggiatevi a me e fatemi parte delle vostre pene, che non mi regge l’anima vedervi solo soffrire”.  E Gesù mi diceva:

(197) “Diletta mia, aiutami, che più non posso”.

(198) E mentre così diceva avvicinava le sue labbra alle mie e versava un’amarezza tale, da sentirmi pene mortali quando sentivo entrare in me quel liquore così amarissimo; mi sentivo entrare come tanti coltelli, punture, saette che mi penetravano a parte a parte, insomma, in tutte le mie membra si formava un strazio atroce e tornando l’anima al corpo le partecipava queste sofferenze al corpo, chi può dirne le pene? Gesù stesso che ne era testimone, perché gli altri non potevano mitigare le mie pene stando in quello stato di perdimento dei sensi, e s’aspettava quando stava presente il confessore, ché anche all’ubbidienza si mitigavano.  Quindi, solo Gesù mi poteva aiutare quando vedeva che la natura non poteva più e che giungeva proprio agli estremi, che non mi lasciava che dare l’ultimo respiro.  Oh! quante volte la morte si ha burlato di me, ma verrà un giorno che io mi burlerò di lei.  Allora veniva Gesù, mi prendeva fra le sue braccia, m’avvicinava al suo cuore, e oh! come mi sentivo ritornare la vita, poi, dalle sue labbra versava un liquore dolcissimo, e così si mitigavano le pene.  Altre volte, mentre mi portava insieme con Lui girando, s’erano peccati di bestemmie, contro la carità e altri, versava quel amaro velenoso; se poi erano peccati di disonestà, versava una cosa di marciume puzzolente, e quando ritornavo in me stessa, la sentivo tanto bene quella puzza, ed era tanto il fetore che mi toccava lo stomaco e mi sentivo venire meno, e delle volte prendendo il cibo, e dopo quando lo rovesciava, mi sentivo uscire dalla bocca quel marciume misto col cibo.  Qualche volta, poi, mi portava nelle chiese, e anche là il mio buon Gesù era offeso.  Oh! come giungevano male al suo cuore quelle opere sante, sì, ma strapazatamente fatte, quelle orazioni vuote di spirito interno, quella pietà finta, apparente, solamente pareva che faceva più insulto a Gesù che onore.  Ah! sì, quel cuore santo, puro, retto, non poteva ricevere quelle opere così mal fatte.  Oh! quante volte si è lamentato dicendo:

(199) “Figlia, anche dalla gente che si dice devota, vedi quante offese mi fanno, anche nei luoghi più santi, nel ricevere gli stessi Sacramenti, invece d’uscirne purificati ne escono più imbrattate”.

(200) Ah! sì, quanta pena faceva a Gesù vedere gente che si comunicavano sacrilegamente, sacerdoti che celebravano il Santo Sacrificio della messa in peccato mortale, per abitudine, e cert’uno, orrore a dirlo, per fin d’interesse.  Oh! quante volte il mio Gesù mi ha fatto vedere queste scene sì dolorose.  Quante volte mentre il sacerdote celebrava il Sacrosanto Mistero, è Gesù costretto ad andarvi, perché chiamato dalla potestà sacerdotale nelle loro mani, si vedevano quelle mani che stillavano marciume, sangue, oppure imbrattate di fango.  Oh! come era compassionevole allora lo stato di Gesù, sì santo, sì puro, in quelle mani che facevano orrore solo a mirarle, pareva che voleva fuggire da mezzo a quelle mani, ma era costretto a starvi finché si consumavano le specie del pane e del vino.  Delle volte, mentre rimaneva là, col sacerdote, se ne veniva frettoloso alla volta mia e tutto si lamentava, e prima che io lo dicessi, Lui stesso me lo diceva:

(201) “Figlia, fammi versare in te, ché più non posso, abbi compassione del mio stato che è troppo doloroso, abbi pazienza, soffriamo insieme”.

(202) E mentre ciò diceva versava dalla sua bocca nella mia, ma chi può dire ciò che versava? Pareva un veleno amaro, un marciume fetente, misto con un cibo tanto duro e stomachevole e nauseante, che delle volte non andava a basso, chi può dire poi le sofferenze che produceva questo versare di Gesù? Se Lui stesso non mi avesse sostenuto, certo sarei lasciata vittima; eppure a me non versava che la minima parte, che sarà di Gesù che ne conteneva tanto e tanto? Oh! quanto è brutto il peccato! Ah! Signore, fattelo conoscere a tutti, affinché tutti fuggono da questo mostro sì orribile; ma mentre vedevo queste scene sì dolorose, mi faceva vedere pure altre volte scene sì consolante e belle, che rapivano, e questo era il vedere buoni e santi sacerdoti che celebravano i Sacrosanti Misteri.  Oh Dio! quanto è alto, grande, sublime il loro ministero.  Quanto era bello vedere il sacerdote che celebrava la messa e Gesù trasformato in esso, pareva che non il sacerdote, ma che Gesù stesso celebrava il Divina Sacrificio, e delle volte faceva scomparire affatto il sacerdote, e Gesù solo celebrava la messa, ed io l’ascoltavo, oh! quanto era commovente vedere Gesù recitare quelle preci, fare tutte quelle cerimonie e movimenti che fa lo stesso sacerdote.  Chi può dire quanto mi riusciva consolante vedere queste messe insieme con Gesù? Quante grazie ricevevo, quanti lumi, quante cose comprendevo! Ma siccome sono cose passate e non le ricordo tanto chiaro, perciò le passo in silenzio.

(203) Ma mentre così dico, Gesù nel mio interno si è mosso e mi ha chiamato, e non vuole che ciò facessi.  Ah! Signore, quanta pazienza ci vuole con Voi.  Ebbene vi contenterò.  Oh! dolce Amore dirò qualche piccola cosa, ma datemi la grazia vostra per poter manifestarlo, ché da me non ardirei mettere parola in misteri sì profondi e sublimi.

(204) Ora, mentre vedevo Gesù o il sacerdote che celebrava il Divino Sacrificio, Gesù mi faceva capire che nella messa c’è tutto il fondo della nostra sacrosanta religione.  Ah! sì, la messa ci dice tutto e ci parla di tutto.  La messa ci ricorda la nostra Redenzione, ci parla a parte a parte delle pene che Gesù patii per noi, ci manifesta ancora l’Amore immenso che non fu contento di morire sulla croce, ma volle continuare lo stato di vittima nella Santissima Eucarestia.  La messa ci dice pure che i nostri corpi disfatti, inceneriti dalla morte, risorgeranno nel giorno del giudizio insieme con Cristo a vita immortale e gloriosa.  Gesù mi faceva comprendere che la cosa più consolante per un cristiano, ed i misteri più alti e sublimi della nostra santa religione sono: Gesù in Sacramento e la resurrezione dei nostri corpi alla gloria.  Sono misteri profondi che li comprenderemo solo al di là delle stelle, ma Gesù in Sacramento ci lo fa quasi con mano toccare in più modi.  In primo, la sua Resurrezione; in secondo il suo stato di annientamento sotto di quelle specie, ma pure è certo che Gesù ci sta vivo e vero.  Poi, consumate quelle specie, la sua reale presenza non più esiste.  Di poi consacrate quelle specie, di nuovo viene ad acquistare il suo stato Sacramentato.  Così Gesù in Sacramento ci ricorda la resurrezione dei nostri corpi alla gloria, come Gesù, cessando il suo stato Sacramentato risiede nel seno di Dio, suo Padre, così noi, cessando la nostra vita, le anime nostre vanno a fare la loro dimora nel Cielo, nel seno di Dio, ed i nostri corpi restano consumati, sicché si può dire che non più esisteranno, ma poi con un prodigio dell’Onnipotenza di Dio, i nostri corpi acquisteranno nuova vita, e unendosi coll’anima andranno insieme a godere la beatitudine eterna.  Si può dare cosa più consolante per un cuore umano, che non solo l’anima, ma anche il corpo deve bearsi negli eterni contenti? A me sembra che in quel gran giorno succederà come quando il cielo è stellato ed esce il sole, che avviene? Il sole, con la sua immensa luce assorbe le stelle e le fa scomparire, ma le stelle esistono.  Il sole è Dio, e tutte le anime beate sono stelle, Iddio con la sua immensa luce ci assorbirà tutti in Sé, in modo che esisteremo in Dio, e nuoteremo nel mare immenso di Dio.  Oh! quante cose ci dice Gesù in Sacramento, ma chi può dirle tutte? Davvero che andrei troppo per le lunghe, se il Signore permetterà riserberò in altre occasione di dire qualche altra cosa.

(205) Ora in queste uscite che il Signore mi faceva fare, delle volte mi rinnovava la promessa dello sposalizio già detto, chi può dire le accese brame che il Signore infondeva in me di effettuarsi questo mistico sposalizio? Molte volte lo sollecitavo dicendogli: “Sposo dolcissimo, fate presto, non più dilungare la mia intima unione con Voi.  Deh! stringiamoci con più forti vincoli d’amore, in modo che più nessuno ci possa separare anche per semplici istanti”.  E Gesù ora mi correggeva d’una cosa, or d’un altra.  Ricordo che un giorno mi disse:

(206) “Tutto ciò che è terreno, tutto, tutto devi togliere, non solo dal tuo cuore, ma anche dal tuo corpo, tu non puoi capire quanto è nocevole e di quanto impedimento all’Amore mio le minime ombre terrene”.

(207) Io gli dissi subito: “Se ho qualche altra cosa da togliere, ditemelo, che sono pronta a farlo”.  Ma mentre ciò dicevo, io stessa avverti che ci avevo un anello d’oro al dito, rappresentando l’immagine del Crocifisso, subito gli dissi: “Sposo santo, volete che lo tolga?” E Lui mi disse:

(208) “Dovendoti dare Io un anello più prezioso, più bello, e che al vivo sarà impressa la mia immagine, che ogni volta che lo guarderai, nuove frecce d’amore riceverà il tuo cuore, per ciò questo non è necessario”.

(209) Ed io prontamente me lo tolsi.  Giunse finalmente il sospirato giorno, dopo non poco patire.  Ricordo che poco mancava a compire l’anno che continuamente stavo nel letto, giorno della purità di Maria Santissima.  La notte precedente a tal giorno, il mio amante Gesù si fece vedere tutto festoso, si avvicinò a me e prese il mio cuore fra le sue mani e lo guardò e riguardò, lo spolverò, e poi di nuovo me lo restituì.  Poi prese una veste d’immensa bellezza, mi pareva che il fondo fosse un masso di oro screziato di vari colori, e con quella mi vestì, indi prese due gemme come se fossero orecchini e ingemmò le orecchie, dopo mi ornò il collo e le braccia e mi cinge la fronte d’una corona d’immenso valore, tutta arricchita di pietre e di gemme preziose, tutta risplendente di luce, e mi pareva che quelle luci erano tante voci, che fra loro risuonavano e a chiare note parlavano della bellezza, potenza, fortezza, e di tutte le altre virtù del mio sposo Gesù.  Chi può dire ciò che compresi, ed in qual mare di consolazione nuotava l’anima mia? E’ impossibile poterlo dire.  Ora, mentre Gesù mi cinse la fronte mi disse:

(210) “Sposa dolcissima, questa corona te la metto acciò niente mancasse per farti degna d’essere mia sposa, ma poi, dopo che sarà fatto il nostro sposalizio me la porterò nel Cielo per riserbartela al punto della morte”.

(211) Finalmente prese un velo, e con quello tutta mi coprì, della testa fino ai piedi, e così mi lasciò.  Ah! mi pareva che in quel velo ci stesse un grande significato, perché i demoni al vedermi ricoperta con quel velo, restavano tanto spaventati e avevano tale paura di me, che sfuggivano atterriti.  Gli stessi angioli stavano intorno con tal venerazione, che io stessa ne restavo confusa e tutta piena di rossore.

(212) La mattina del suddetto giorno, Gesù si fece vedere di nuovo tutto affabile, dolce e maestoso, insieme con la sua Madre Santissima e Santa Caterina.  Primo si cantò un inno dagli angeli, Santa Caterina m’assisteva, la Mamma mi prese la mano e Gesù mi pose al dito l’anello, poi ci abbracciammo e mi baciò, e così fece anche la Mamma.  Dopo si tenne un colloquio tutto d’amore, Gesù diceva a me l’amor grande che mi voleva, e io dicevo a Lui pure l’amore che le volevo.  La Santissima Vergine mi fece comprendere la grazia grande che avevo ricevuto e la corrispondenza con cui dovevo corrispondere all’Amore di Gesù.

(213) Il mio Sposo Gesù mi diede nuove regole per vivere più perfettamente, ma siccome e da molto tempo, non tanto le ricordo bene, perciò le passo, e così finì per quel giorno.

(214) Chi può dire poi le finezze d’amore che Gesù faceva all’anima mia? Erano tale e tanti, ch’è impossibile descriverle, ma quel poco che ricordo cercherò di dirlo.  Delle volte trasportandomi con Lui mi portava nel Paradiso, e ivi ascoltavo i cantici dei beati, vedevo la Divinità, i diversi cori degli angioli, gli ordini dei santi, tutti immersi nella Divinità di Dio, assorbiti, immedesimati.  Mi pareva che intorno al trono ci fossero tante luci, come se fossero più del sole risplendente, che a chiare note queste luci denotavano tutte le virtù ed i gli attributi di Dio.  I beati specchiandosi in una di queste luci restavano rapiti in modo che non giungevano a penetrare tutta l’immensità di quella luce, dimodochè passavano ad una seconda luce senza capirne tutta a fondo la prima.  Sicché i beati in Cielo non possono comprendere perfettamente Dio, perché è tanta l’Immensità, la Grandezza, la Santità di Dio, che mente creata non può comprendere un Essere increato.  Ora, i beati specchiandosi in queste luci, mi pareva che venivano a partecipare alle virtù di queste luci, sicché l’anima in Cielo rassomigliasi a Dio, con questa differenza: Che Dio è quel Sole grandissimo, e l’anima è un piccolo sole.  Ma chi può dire tutto ciò che in quel beato soggiorno si apprende? Mentre l’anima si trova in questo carcere del corpo è impossibile, mentre nella mente si sente qualche cosa, le labbra non trovano vocaboli come potersi esprimere, mi sembra come un bambino che incomincia a balbettare, che vorrebbe dire tante e tante cose, ma alla fin resta che non sa dire neppure una parola chiara.  Perciò faccio punto senza passare più oltre.  Solo dirò che delle volte mentre mi trovavo in quella patria beata, passeggiavamo insieme con Gesù in mezzo ai cori degli angeli e dei santi, e siccome io ero novella sposa, tutti i beati si univano insieme per partecipare alle gioie del nostro sposalizio, mi pareva che dimenticavano i loro contenti per occuparsi dei nostri, e Gesù ora mi mostrava ai santi dicendogli:

(215) “Vedete quest’anima, è un trionfo del mio Amore, il mio Amore tutto ha superato in lei”.

(216) Altre volte poi mi faceva mettere al posto che a me toccava e mi diceva: “Ecco qui il tuo posto, nessuno te lo può togliere, e delle volte giungevo a credere che non dovevo tornare più alla terra, ma in un semplice istante mi trovavo rinchiusa nel muro di questo corpo.  Chi può dire quanto mi riusciva amarissimo questo ritornare? A me pareva dalle cose del Cielo alle cose di questa terra, tutto era marciume, insipido, fastidioso, le cose che agli altri tanto dilettano, per me riuscivano amare, le persone più care, più ragguardevole, che altri chi sa quanto avessero fatto per trattenersi con loro, a me riuscivano indifferenti e anche fastidiosi, il solo riguardarli come immagine di Dio mi pareva che potevo sopportarli, ma l’anima era perduta qualche soddisfazione, nessuna cosa le recava la minima ombra di contento, ed era tanta la pena che sentivo, che non facevo che piangere e lamentare col mio amato Gesù.  Ah! il mio cuore viveva irrequieto tra continue ansie e desideri, me lo sentivo più nel Cielo che sulla terra, sentivo nell’interno una cosa che mi rodeva continuamente, tanto mi riusciva amaro e doloroso il dover continuare a vivere.  Ma l’ubbidienza mise quasi un freno a queste mie pene, comandandomi assolutamente di non desiderare di morire, e che allora dovevo morire quando il confessore mi dava l’ubbidienza.  Quindi per fare la santa ubbidienza facevo quanto più potevo a non pensarci, che nel mio interno era una giaculatoria continua di desideri di volermene andare.  Onde in gran parte il mio cuore si quietò, ma non del tutto.  Confesso la verità, molto difettai in questo, ma che potevo fare? Non sapevo frenarmi, per me era un vero martirio.  Il mio benigno Gesù mi diceva:

(217) “Quietate, quale è la cosa che tanto ti fa desiderare il Cielo?” 

(218) Io le dicevo: “Che voglio stare sempre unita con Voi, non mi regge più l’anima di stare separata da Voi, non solo per un giorno, ma neppure per un momento, quindi a qualche costo voglio venirmene”.

(219) “Ebbene”.  Mi diceva: “Se è per Me ti voglio pure contentare, verrò a starmene con te”. 

(220) Io poi le dicevo: “Ma poi mi lasciate ed io vi perdo di vista, ma nel Cielo non è così, là non vi potrò mai perdere di vista”.

(221) Delle volte anche Gesù voleva scherzare, ed ecco come: Mentre stavo in queste ansie, veniva tutto in fretta e mi diceva: “Vuoi tu venire?” Ed io le dicevo: “Dove?” E Lui: “Al Cielo”.  Ed io: “D’avvero me lo dite?” E Lui: “Ma fa presto, vieni, non indugiare”.  Ed io: “Ebbene, andiamo, ma temo che vogliate burlarmi”.  E Gesù: “No, no, davvero te ne voglio portare insieme”.  E mentre così diceva mi sentivo uscire l’anima dal corpo, ed insieme con Gesù prendevo la volta del Cielo.  Oh! come ero contenta allora, credendo di dover lasciare la terra, la vita mi pareva un sonno, il patire pochissimo.  Mentre si giungeva ad un punto alto del Cielo, sentivo il canto che facevano i beati.  Io sollecitavo Gesù m’introducesse subito in quel beato soggiorno, ma Gesù l’incominciava a prendere lentamente.  Nel mio interno incominciavo a sospettare che non fosse vero, chi sa, dicevo, che non è uno scherzo che ha fatto? D’intanto intanto le dicevo: “Gesù mio, caro, fatte presto”.  E Lui mi diceva: “Aspetta un altro poco, scendiamo un’altra volta alla terra.  Vedi, lì sta un peccatore per perdersi, andiamo, chissa si converta.  Preghiamo insieme l’Eterno Padre che gli use misericordia.  Non vuoi tu che si salve? Non sei pronta a soffrire qualunque pena per la salvezza d’un anima sola?” Ed io: “Sì, qualunque cosa Voi volete che soffra sono pronta, purché la salvate”.  Così si andava da quel peccatore, si cercava di convincerlo, si mettevano innanzi alla sua mente le più possente ragioni per farlo arrenderlo, ma invano.  Allora Gesù tutto afflitto mi diceva: “Sposa mia, ritorna un’altra volta al tuo corpo, prendi su di te le pene a lui dovute, così la Divina Giustizia, placata, potrà usargli misericordia.  Tu hai visto, le parole non l’hanno scosso, le ragioni neppure, non restano altro che le pene, che sono i mezzi più potenti per soddisfare la Giustizia, e per fare arrendere il peccatore”.  Così mi portava di nuovo al corpo.  Chi può dire le sofferenze che mi venivano? Lo sa solo il Signore che n’era testimone.  Dopo qualche giorni poi, mi faceva vedere quell’anima convertita e salva, oh! come era contento Gesù ed io pure.

(222) Chi può dire quante volte Gesù ha fatto questi scherzi? Quando si giungeva al punto d’entrare, e alle volte anche dopo entrato, ora diceva che non mi aveva fatto avere l’ubbidienza dal confessore, e quindi conveniva ritornare alla terra, io le dicevo: “Fino che sono stata col confessore ero obbligata d’ubbidire a lui, ma ora che sono con Voi, sono dovuta d’ubbidire a Voi, perché Voi siete il primo di tutti.  E Gesù mi diceva: “No, no, voglio che ubbidisci al confessore”.  Onde, per non andare troppo per la lunghe, ora per un pretesto, ora per un altro, mi faceva ritornare alla terra.

(223) Molti mi riuscivano dolorosi questi scherzi, basta dire che mi rese impertinente, tanto, che il Signore per castigare le mie impertinenze, non permetteva più così spesso questi scherzi.

(224) In questo stato già detto, passai circa tre anni, continuando a stare nel letto.  Quando una mattina Gesù mi fece intendere che voleva rinnovare lo sposalizio, ma non già sulla terra come la prima volta, ma nel Cielo alla presenza di tutta la corte Celeste, quindi che stesse preparata ad una grazia sì grande.  Io feci quanto più potetti per dispormi, ma che, essendo io tanto miserabile e insufficiente a fare nessun’ombra di bene, ci voleva la mano dell’Artefice Divino per dispormi, che da me mai sarei riuscita a purificare l’anima mia.

(225) Una mattina, era la vigilia della natività di Maria Santissima, il mio sempre benigno Gesù venne Lui stesso a dispormi.  Non faceva che andare e venire continuamente, e ora mi parlava della fede e mi lasciava, ed io mi sentivo infondere nell’anima una vita di fede, l’anima mia, grossolana qual me la sentivo prima, ora dietro il parlare di Gesù me la sentivo leggerissima, in modo da penetrare in Dio, ed or miravo la Potenza, ora la Santità, ora la Bontà e altro, e l’anima mia restava stupefatta, in un mare di stupore dicevo: “Potente Iddio, qual potenza innanzi a Te non resta disfatta? Santità immensa di Dio, quall’altra santità per quanto sublime ella fosse, ardirà comparire al tuo cospetto?” Poi mi sentivo scendere in me stessa e vedevo il mio nulla, la nullità delle cose terrene, come tutto è niente innanzi a Dio.  Io mi vedevo come un piccolo verme tutto pieno di polvere che mi arrampicavo per dare qualche passo, e che per distruggermi non ci voleva altro che uno mi mettesse il piede sopra, e già ero disfatta.  Quindi, vedendomi così brutta, quasi non ardivo d’andare a Dio, ma si faceva innanzi alla mia mente la bontà, e mi sentivo tirare come da una calamita d’andare a Lui e dicevo tra me: “Se è Santo, è pure Misericordioso; se è Potente, contiene anche in Sé piena e somma Bontà”.  Mi pareva che la bontà lo circondava da fuori, l’inondava da dentro.  Quando miravo la Bontà di Dio mi pareva che sorpassava tutti gli altri attributi, ma poi, mirando gli altri, li vedevo tutti eguali in sé stessi, immensi, immensurabili e incomprensibili all’umana natura.  Mentre l’anima mia stava in questo stato, Gesù ritornava e parlava della Speranza.

(226) Ricordo qualche cosa in confuso, perché dopo tanto tempo è impossibile ricordare chiaro, ma per fare l’ubbidienza che così vuole, dirò per quanto posso.

(227) Quindi diceva Gesù, ritornando alla fede: “Per ottenere bisogna credere.  Come al capo senza la vista degli occhi, tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se vorrebbe camminare, or cadrebbe ad un punto, ora ad un altro, e finirebbe col precipitare del tutto, così all’anima senza fede, non fa altro che andare di precipizio in precipizio, ma la fede serve di vista all’anima e come luce che la guida a la vita eterna.  Or, da che viene alimentata questa luce della fede? Della speranza.  Or, di quale sostanza è questa luce della fede e questo alimento della speranza? La carità.  Tutte e tre queste virtù sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza dell’altra.

(228) Difatti, che giova all’uomo credere le immense ricchezze della fede se non le spera per sé? Le guarderà, sì, ma con occhio indifferente perché sa che non sono sue, ma la speranza somministra le ali alla luce della fede, e sperando nei meriti di Gesù Cristo, le guarda come sue e viene ad amarle”.

(229) “La speranza”.  Diceva Gesù.  “Somministra all’anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo che tutti i nemici coi loro strali non possono ferirla, non solo, ma neppure apportare il minimo disturbo.  Tutto è tranquillità in lei, tutto è pace.  Oh! è bello vedere quest’anima investita della bella speranza, tutta appoggiata al suo diletto, tutta diffidente di sé, e tutta confidente in Dio; disfida i nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri, i palpiti, i pensieri con una maestria tale, che Gesù stesso ne resta innamorato perché vede che quest’anima opera con tale coraggio e fortezza; ma questa l’attinge e lo spera tutto da Lui, tanto che Gesù vedendo questa ferma speranza niente sa negare a quest’anima.

(230) Ora, mentre Gesù parlava della speranza, si ritirava un poco, lasciandomi una luce nell’intelletto.  Chi può dire ciò che comprendevo sulla speranza? Se le altre virtù, tutte servono ad abbellire l’anima, ma ci possono far vacillare e renderci incostanti, invece la speranza rende l’anima ferma e stabile, come quei monti alti che non si possono muovere un tantino.  A me sembra che l’anima investita dalla speranza, succede come a certi monti altissimi, che tutte le intemperie dell’aria non le possono recare nessun nocumento, sopra di questi monti non penetra né neve, né venti, né caldo, qualunque cose vi si potrebbe mettere sopra, si può star sicuro ancorché passassero cent’anni, che là dove si mette, là si trova.  Tale è appunto l’anima vestita dalla speranza, nessuna cosa la può nuocere, né la tribolazione, né la povertà, né tutti i vari accidenti della vita, la sgomentano un istante, dice fra sé: “Io tutto posso operare, tutto posso sopportare, tutto soffrire sperando in Gesù che forma l’oggetto di tutte le mie speranze”.  La speranza rende l’anima quasi onnipotente, invincibile e somministra all’anima la perseveranza finale, tanto che allora cessa di sperare e di perseverare quando ha preso possesso del regno del Cielo, allora depone la speranza e tutta si tuffa nell’oceano immenso dell’Amore Divino.  Mentre l’anima mia si perdeva nel mare immenso della speranza, il mio diletto Gesù ritornava e parlava della carità dicendomi:

(231) “Alla fede e alla speranza sottentra la carità, e questa congiunge tutto il resto insieme delle altre due, in modo da formare una sola mentre sono tre.  Eccoti, oh! sposa mia, adombrata nelle tre virtù teologali, la Trinità delle Divine Persone”.

(232) Poi proseguì: “Se la fede fa credere, la speranza fa sperare, la carità fa amare.  Se la fede è luce e serve di vista all’anima, la speranza che è l’alimento della fede somministra all’anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto; la carità che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quel’unguento dolcissimo e odorosissimo che penetrando da per tutto, lenisce, raddolcisse le pene della vita.  La carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo.  L’anima che possiede la carità spande odore da per tutto, le sue opere fatte tutte per amore, danno un odore gratissimo, e qual è questo odore? E’ l’odore di Dio stesso.  Le altre virtù rendono l’anima solitaria e quasi rustica con le creature; la carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori, ma dove? In Dio.  La carità essendo unguento odorosissimo si spande da per tutto e con tutti.  La carità fa soffrire con gioia i più spietati tormenti, e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne vede priva dice al suo sposo Gesù: “Sostenetemi coi frutti, qual è il patire, perché languisco d’amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore che nel patire per Te?” La carità brucia, consuma tutte le altre cose, e anche le stesse virtù, e converte tutte in sé.  Insomma, è qual regina che vuol regnare da per tutto, e che non vuol cederla a nessuno”.

(233) Chi può dire quello che rimase dietro questo parlare di Gesù? Dico solo che si accese in me tale brama di patire, non solo brama, ma mi sento in me come un infusione, come una cosa naturale, tanto che per me ritengo che la più grande disgrazia è il non patire.  Dopo ciò, quella mattina, Gesù per disporre il mio cuore maggiormente, parlò sull’annientamento di me stessa, disse pure sul desiderio grandissimo che dovevo eccitarmi per dispormi a ricevere la grazia.  Mi diceva che il desiderio supplisce ai mancamenti e imperfezioni che ci possono essere nell’anima, è come un ammanto che copre tutto.  Ma questo non era un parlare semplicemente, era un infondere in me ciò che diceva.

(234) Mentre l’anima mia stava eccitandosi in accese brame di ricevere la grazia che Gesù stesso mi voleva fare, Gesù ritorna e mi trasportò fuori di me stessa, fin nel paradiso, e ivi, alla presenza della Santissima Trinità e di tutta la corte celeste rinnovò lo sposalizio.  Gesù mise fuori l’anello fregiato con tre pietre preziose, bianca, rossa e verde e lo consegnò al Padre che lo benedisse e di nuovo lo restituì al Figlio, lo Spirito Santo mi prese la destra e Gesù mi mise al dito anulare l’anello.  Poi fui ammessa al bacio di tutte e Tre Divine Persone, e d’ambi le parti mi benedissero.

(235) Chi può dire la mia confusione quando mi trovai innanzi alla Santissima Trinità? Dico solo che appena che mi trovai alla loro presenza, caddi boccone a terra e lì sarei rimasta se non fosse stato per Gesù che m’incoraggiò d’andare alla loro presenza, tant’era la luce, la santità di Dio.  Questo solo dico, le altre cose le lascio perché le ricordo in confuso.

(236) Dopo questo, ricordo che passarono pochi giorni, e fece la Comunione perdetti i sensi, e vidi la Santissima Trinità vista nel Cielo innanzi a me presente, subito mi prostrai alla loro presenza, l’adorai, confessai il mio nulla.  Ricordo che mi sentivo tanto sprofondata in me stessa, che non ardivo di dire una sola parola, quando una voce uscì da mezzo allora, e disse:

(237) “Non temere, fatti coraggio, siamo venuti per confermarti per nostra, e prendere possesso del tuo cuore”.

(238) Mentre così diceva questa voce, vidi che la Santissima Trinità scese nel mio cuore e si impossessarono e lì formarono la loro sede.  Chi può dire il cambiamento che successe in me? Mi sentivo divinizzata, non più io vivevo, ma loro vivevano in me.  A me pareva che il mio corpo fosse come una abitazione, e che dentro abitasse il Dio vivente, perché io mi sentivo la presenza reale sensibilmente nel mio interno, sentivo la loro voce chiara che usciva da dentro il mio interno e risuonava alle orecchie del corpo.  Succedeva precisamente come quando vi sono gente dentro d’una stanza, che parlano, e le loro voci si sentono chiare e distinte anche di fuori.

(239) D’allora in poi, non ebbi più bisogno di andare in cerca altrove per trovarlo, ma dentro il mio cuore là lo trovavo.  E quando qualche volta si è nascosto e io sono andata in cerca di Gesù, girando e per il cielo, e per la terra, cercando il mio sommo e unico bene, mentre mi trovavo nella foga delle lacrime, nella intensità delle brame, nelle pene innennarrabili d’averlo perduto, Gesù usciva da dentro il mio interno e mi diceva::

(240) “Sto qui con te, non mi cercare altrove”.

(241) Io, tra la meraviglia ed il contento d’averlo trovato le dicevo: “Mio Gesù, come tutta questa mane mi avete fatto tanto girare e rigirare per trovarvi, e Voi state qui? Me lo potevi dire almeno, che non mi sarei tanto affannata.  Dolce mio bene, cara mia vita, vedete un po’ come sono stanca, non mi sento più forze, mi sento venir meno, deh! sostenetemi fra le vostre braccia che mi sento morire.  E così Gesù mi prendeva fra le sue braccia e mi faceva riposare, e mentre riposavo mi sentivo restituire le forze perdute.

(242) Altre volte, in questo nascondimento che Gesù faceva ed io che andavo in cerca di Lui, quando si faceva sentire dentro di me e che poi usciva da dentro non solo Gesù, ma tutte e Tre le Divine Persone, trovavo ora in forma di tre bambini graziosi e sommamente belle, ora un sol corpo e tre teste distinte, ma d’una stessa similitudine, tutte e tre attraenti.  Chi può dire il mio contento? Specialmente quando vedevo i tre bambini e che io li contenevo tutti e tre fra le mie braccia, or baciavo uno, or l’altro, ed io da loro, or uno s’appoggiava ad una spalla, e l’altro all’altra spalla, e uno mi rimaneva di fronte, e mentre mi beavo in loro, tra la meraviglia facevo per guardare, e da tre trovavo un solo.

(243) L’altra mia meraviglia quando mi trovavo questi tre bambini, che tanto pesavo uno, e tanto tutti e tre.  Tanto amore mi sentivo per uno di questi bambini, quanto verso di tutti e tre, tutti e tre mi attiravano ad uno stesso modo.

(244) Per finire di parlare di questi sposalizi, ho dovuto passare qualche cosa per sopra che andavo in filo, e ora m’accingo a dirlo.

(245) Ritornando al principio, Gesù quando si benignava di venire, spesso spesso mi parlava della sua Passione e curava di disporre l’anima mia all’imitazione della sua vita e delle sue pene, dicendomi che oltre allo sposalizio suddetto ci rimaneva un altro da fare, e quest’era lo sposalizio della croce.  Ricordo che diceva:

(246) “Sposa mia, le virtù si rendono debole se non sono corroborate, fortificate dall’innesto della croce.  Prima della mia venuta in terra, le pene, le confusioni, gli obbrobri, le calunnie, i dolori, la povertà, le malattie, la croce specialmente, erano tenuti tutti in conto d’obbrobri, ma da che furono portati da Me, restarono tutti santificati e divinizzati dal mio contatto, sicché tutti hanno cambiato aspetto e si sono rese dolci, graditi, e l’anima che ha il bene d’averne qualche d’uno, ne resta onorata, e questo perché ha ricevuto la divisa di Me, Figliolo di Dio.  E solo esperimentano il contrario, chi guarda e si ferma nella corteccia della croce, trovando lo amaro se ne disgustano, ne menano lamento, e pare che le sia venuto un torto.  Ma chi vi penetra dentro, trovando lo gustoso, ivi formano la loro felicità.  Figlia mia diletta, non altro bramo che il crocifiggerti nell’anima e nel corpo”.

(247) E mentre ciò diceva mi sentivo infondere tale brame d’essere crocifissa con Gesù Cristo, che andavo spesso ripetendo: “Gesù mio, amor mio, fate presto, crocifiggetemi con Voi”.  E quando ritornavo, le prime domande che le facevo e che a me parevano più importanti, erano queste: Il dolore di miei peccati, e la grazia che mi crocifiggesse con Lui.  Mi pareva che se ottenesse questo, sarei ottenuto tutto.

(248) Quando una mattina il mio amantissimo Gesù si presenta a me dinanzi, in forma di Crocifisso, e mi disse che voleva crocifiggermi con Lui, e mentre ciò diceva vidi che dalle sue santissime piaghe uscirono raggi di luce, e dentro a questi raggi i chiodi che venivano alla volta mia.  In questo mentre, non so il perché, mentre desideravo tanto che mi crocifiggesse, che mi sentivo consumare, fui sorpresa da un grande timore che mi faceva tremare da capo a piedi, sentivo tale annientamento di me stessa, mi vedevo tanto indegna di ricevere la grazia, che non osavo dire: “Signore crocifiggetemi con Voi”.  Gesù pareva che stava sospeso aspettando il mio volere.  Chi può dire, nell’intimo dell’anima mia lo desiravo ardentemente, ma insiememente mi vedevo indegna? La natura si spaventava e tremava.  Mentre mi trovavo in ciò, il mio diletto Gesù intellettualmente mi sollecitava ad accettare, allora con tutto il cuore le dissi: “Sposo santo, crocifisso per me, vi prego a concedermi la grazia di crocifiggermi, e insiememente di non fare comparire nessun segno esterno.  Sì, dammi il dolore, dammi le piaghe, ma fa che tutto sia nascosto tra me e Te”.

(249) E così quei raggi di luce insieme coi chiodi mi passarono le mani ed i piedi, ed il cuore fu passato con un raggio di luce insieme con una lancia; chi può dire il dolore ed il contento? Per quanto prima fui sorpresa dal timore, altrettanto dopo l’anima mia nuotava nel mare della pace, del contento e del dolore.  Era tanto il dolore che sentivo nelle mani, nei piedi e nel cuore, che mi sentivo morire, mi sentivo le ossa delle mani e dei piedi fare in minutissimi pezzi, sentivo come si stessi con chiodo dentro, ma insiememente mi cagionavano tale un contento, che non so esprimere, e mi somministravano tale una forza, che mentre mi sentivo morire per il dolore, i dolori stessi mi sostenevano a fare che non morisse.  Ma però alle parti esterne del corpo niente compariva, ma vi sentivo i dolori corporalmente, tanto vero, che quando veniva il confessore per chiamarmi all’ubbidienza e mi scioglieva le braccia e le mani attratte, ogni qual volta che mi toccò e a quel punto delle mani, cioè, dove era passato quel raggio di luce insieme col chiodo, sentivo pene mortali.  Ma però quando il confessore comandava per ubbidienza che cessassero quei dolori, molti si mitigavano, perché quei dolori erano tanto forti che mi facevano perdere i sensi, e se alla ubbidienza non si mitigavano, difficilmente mi sarei prestata ad ubbidire.  Oh! prodigio della santa ubbidienza, tu sei stata tutto per me.  Quante volte mi sono trovata in contrasto con la morte, tanta era la forza dei dolori, e l’ubbidienza mi ha quasi restituito la vita.  Sia sempre benedetto il Signore, sia tutto a gloria sua.

(250) Ora, mentre mi sentivo in me stessa, niente vedevo, ma quando perdevo i sensi vedevo le parti segnate dalle piaghe di Gesù, mi pareva che le piaghe di Gesù stesso si erano trasmutate nelle mie mani e del resto.  E questa fu la prima volta che Gesù mi crocifiggesse, perché di queste crocifissioni ce ne sono tante, che è impossibile numerarle tutte, dirò solo le cose principale appartenente a questo.

(251) Ora ritornando Gesù le dicevo: “Caro, mio diletto, dammi il dolore dei miei peccati, così i miei peccati consumati dal dolore, dal pentimento d’averti offeso, possono essere cancellati dall’anima mia e anche dalla vostra memoria, sì, tanto dolore datemi per quanto ho ardito d’offendervi.  Anzi fate che il dolore superi questo, così potrò stringermi più intimamente con Voi”.

(252) Ricordo che una volta mentre stavo ciò dicendo, il mio sempre benigno Gesù mi disse:

(253) “Giacché tanto ti dispiace d’avermi offeso, voglio Io stesso disporti a farti sentire il dolore dei tuoi peccati, così vedi quanto è brutto il peccato, e che acerbo dolore soffrì il mio cuore.  Perciò di’ insieme con Me: “Se passi il mare, nel mare Tu sei, e pure non ti vedo; calpesto la terra, stai sotto dei miei piedi, peccai”.

(254) E poi, Gesù sotto voce soggiunse quasi piangendo:

(255) “E pur Ti amai, e nello stesso tempo ti conservai”.

(256) Mentre ciò Gesù diceva ed io insieme con Lui, fui sorpresa da tale dolore dell’offese fatte, che caddi boccone a terra, e Gesù mi scomparve.

(257) Poche sono le parole, ma io capii tante cose che è impossibile dire tutto ciò che io compresi.  Nelle prime parole compresi l’immensità, la grandezza, la presenza di Dio in ogni cosa presente, senza che possa sfuggire da Lui neppure l’ombra del nostro pensiero, compresi pure il mio nulla a confronto d’una maestà sì grande e santa.  Nella parola “peccai”, comprendevo la bruttezza del peccato, la malizia, l’ardire che io avevo avuto nell’offenderlo.  Ora, mentre l’anima stava considerando questo, nel sentire dire da Gesù Cristo.  “E pur ti amai, e nello stesso tempo ti conservai”.  Fu presso da tal dolore il mio cuore, che mi sentivo morire perché comprendevo l’Amore immenso che il Signore mi portava nell’ato stesso che io cercavo d’offenderlo, e anche d’ucciderlo.  Ah! Signore quanto sei stato buono con me, ed io sempre ingrata, e così cattiva ancora!

(258) Ricordo ch’era un’alternazione, ora le chiedevo il dolore dei miei peccati, e ora la crocifissione, ogni qual volta si benignava di venire e anche altre cose.  Come una mattina mentre mi trovavo nelle solite mie sofferenze, il mio caro Gesù mi trasportò fuori di me stessa e mi fece vedere un uomo che era ucciso a colpi di rivoltella, e che allora spirava e andava all’inferno.  Oh! quanta pena faceva a Gesù la perdita di quell’anima, se tutto il mondo sapesse quanto soffre Gesù la perdita delle anime, non dico per loro, ma almeno per risparmiare quella pena a nostro Signore, userebbero tutti i mezzi possibili per non andare perduti eternamente.  Ora mentre insieme con Gesù mi trovavo in mezzo alle palle, Gesù avvicinò le sue labbra alle mie orecchie e mi disse:

(259) “Figlia mia, vuoi tu offerirti vittima per la salvezza di quest’anima, e prendere sopra di te le pene che lui merita per i suoi gravissimi peccati?”

(260) Ed io risposi: “Signore, sono pronta, a patto però che lo salvate e le restituite la vita”.  Chi può dire le sofferenze che venivano? Furono tale e tante che io stessa non so come mi lasciò la vita.  Ora mentre mi trovavo in questo stato di sofferenze, da più d’un ora venne il mio confessore per chiamarmi all’ubbidienza, e trovandomi molto sofferente, stentatamente potevo ubbidire, perciò mi domandò la ragione d’un tale stato, io le dissi il fatto come l’ho descritto di sopra, dicendole il punto del paese dove mi pareva che fosse successo.  Il confessore mi disse che era vero il fatto, ma che lo portavano per morto, ma poi si seppe che stava malissimo, ma a poco a poco si ristabilì e vive ancora.  Sia sempre benedetto il Signore.

(261) Ricordo che seguitando a domandare la crocifissione e trasportandomi Gesù fuori di me stessa, mi portava nei luoghi santi di Gerusalemme, dove nostro Signore patì la sua dolorosa passione, e là incontrammo molte croci, il mio diletto Gesù mi diceva:

(262) “Se tu sapessi che bene contiene in sé la croce, come rende l’anima preziosa, che gemma d’inestimabile valore acquista chi ha il bene di possedere le sofferenze, basta dirti solamente che venendo sulla terra non scelsi le ricchezze, i piaceri, ma mi ebbi a care e intime sorelle la croce, la povertà, le sofferenze, ignominie”.

(263) Mentre così diceva, mostrava tale un gusto, una gioia del patire, che quelle parole mi passavano il cuore come tanti dardi infuocati, a parte a parte, tanto che mi sentivo venir meno la vita se il Signore non mi concedeva il patire, e con quanta voce e forza tenevo, non facevo altro che dirle: “Sposo Santo, dammi il patire, dammi le croci, a questo solo conoscerò che mi amate, se mi contentate con le croci e coi patimenti”.  E così prendevo una di quelle croci più grandi che vedevo, mi mettevo sopra e pregavo Gesù che mi venisse a crocifiggermi, e Lui si compiaceva di prendere la mia mano e incominciava a trapassarla col chiodo, d’intanto intanto il benedetto Gesù mi domandava:

(264) “Che, ti duole assai? Vuoi che non continuo?” 

(265) Ed io: “No, no diletto mio, continuate, mi duole, sì, ma sono contenta”.  E avevo tale timore che non compisse di crocifiggermi, che non facevo altro che dirle: “Fate presto, oh! Gesù, fate presto, non la prendete per le lunghe”.  Ma che, quando si giungeva a inchiodarmi l’altra mano, le bracci della croce si trovavano corte, mentre prima mi parevano bastante per poter ciò fare, chi può dire quanto lasciavo mortificata? Questo si ripeteva molte volte, e delle volte se si trovavano le bracci, non si trovava la lunghezza della croce per poter distendere i piedi, in una parola, ci doveva mancare una cosa per non potersi compiere la crocifissione.  Chi può dire l’amarezza dell’anima mia ed i lamenti che mi facevo con nostro Signore, che non mi concedeva il vero patire? Le dicevo: “Diletto mio, tutto finisce in burla, mi dicevi di dovermi portare nel Cielo, e poi di nuovo mi facevi ritornare alla terra, mi dici di dovermi crocifiggere, e mai veniamo alla completa crocifissione”.  E Gesù di nuovo mi prometteva di dovermi crocifiggere.

 

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1-2

14 Settembre 1899

 

(1) Una mattina, era il giorno delle esaltazione della croce, il mio dolce Gesù mi trasportò nei luoghi santi, e prima mi disse tante cose della virtù della croce, non ricordo tutto, appena qualche cosa:

(2) “Diletta mia, vuoi tu essere bella? La croce ti darà i lineamenti più belli che trovar si possa e nel Cielo e nella terra, tanto da innamorare Iddio che contiene in Sé tutte le bellezze”.

(3) Continuava Gesù: “Vuoi tu essere ripiena d’immense ricchezze, non per breve tempo ma per tutta l’eternità? Ebbene, la croce ti somministrerà tutte le specie di ricchezze, dai centesimi più piccoli, qual sono le piccole croci, alle somme più grandi, quale sono le croci più pesanti, eppure gli uomini sono tanto avidi per guadagnare un soldo temporale, che dovranno presto lasciare, e nessun pensiero si danno per acquistare un centesimo eterno, e quando Io, avendo compassione di loro, vedendo la loro spensieratezza per tutto ciò che riguarda l’eterno, benignamente gli ne porgo l’occasione, invece d’averlo a caro, si indignano e mi offendono, che pazzia umana, pare che la capiscono al rovescio.  Diletta mia, nella croce ci sono tutti i trionfi, tutte le vittorie ed i più grandi acquisti, per te non deve aver altra mira che la croce e questa ti basterà per tutto questo.  Oggi voglio contentarti, quella croce che finora non bastava per poterti stendere e completamente crocifiggerti è la croce che tu finora ai portato, quindi, dovendoti completamente crocifiggerti hai bisogno che nuove croci faccia scendere sopra te, onde quella croce che finora hai trovato, me la porterò nel Cielo per mostrarla come pegno del tuo amore a tutta la corte celeste, e un’altra più grande dal Cielo ne farò scendere per poter soddisfare le mie ardenti brame che ho sopra di te.

(4) Mentre ciò Gesù diceva, si presentò quella croce vista da me le altre volte, io la presi e mi distesi sopra, mentre stavo così, si aprì il Cielo, e vi scese l’Evangelista san Giovanni, e portava la croce che Gesù mi aveva indicato, la Regina Madre e molti angeli, quando giunsero a me vicino, mi tolsero da sopra quella croce, e mi misero sopra di quella che mi avevano portato, molto più grande, un angelo poi prese quella croce di prima e se la portò nel Cielo.  Dopo ciò, Gesù di propria mano incominciò ad inchiodarmi sopra di quella croce, Mamma Regina mi assisteva, gli angeli e san Giovanni porgevano i chiodi.  Il mio dolce Gesù mostrava tale un contento, una gioia nel crocifiggermi, che solo per poter dare quel contento a Gesù non solo avrei sofferto la croce, ma altre pene ancora.  Ah! mi pareva che il Cielo faceva nuova festa per me nel vedere il contento di Gesù.  Molte anime dal purgatorio furono liberate prendendo il volo per il Cielo, e parecchi peccatori furono convertiti, perché il mio Divino Sposo a tutti fece partecipe il bene delle mie sofferenze.  Chi può dire poi i dolori intensi che provai nell’essere bene bene distessa sulla croce ed essere trapassate le mani ed i piedi con i chiodi? Ma specialmente i piedi era tanta l’atrocità delle pene, che non possono descriversi.  Quando mi compirono di crocifiggermi, ed io mi sentivo che nuotavo sul mare delle pene e dei dolori, Mamma Regina disse a Gesù: “Figlio mio, oggi è giorno di grazia, voglio che di tutto le partecipate le vostre pene, non ci resta altro che passate il cuore con la lancia e le rinnovate la corona di spine”.  Allora Gesù stesso prese la lancia e mi passò il cuore da parte a parte, gli angeli presero una corona di spine ben folta, e la diedero in mano alla Santissima Vergine, e Lei stessa me la conficcò in testa.

(5) Che giorno memorando fu per me, di dolori, sì, e contenti; di pene indicibili, ma di gioia ancora.  Basta sol dire che era tanta la forza dei dolori, che Gesù per tutto quel giorno non si mosse da me vicino per sorreggere la mia natura che veniva meno alla vivacità delle pene.  Quelle anime del purgatorio che erano volate al Cielo, scendevano unite con gli angeli e circondavano il mio letto, ricreandomi coi loro cantici e ringraziando affettuosamente che per le mie sofferenze le avevo liberate da quelle pene.

(6) Succedeva poi che passando cinque, sei giorni di quelle pene intense, con mio grande rammarico quelle pene si incominciavano a diminuirsi, e allora sollecitavo al mio diletto Gesù che di nuovo mi rinnovasse la crocifissione, e Lui, quando presto, e quando un po’ tardo, si compiaceva di trasportarmi nei luoghi santi e mi partecipava le pene della sua dolorosa Passione...  or la corona di spine, or la flagellazione, or portava la croce al calvario e or la crocifissione.  Quando un mistero al giorno, e quando tutto in un giorno, secondo che a Lui piaceva, e questo mi riusciva con sommo dolore e contento dell’anima mia.  Ma allora mi riusciva amarissimo quando si cambiava la scena, e invece di soffrire io, ero io spettatrice di veder soffrire il amantissimo Gesù le pene della dolorosa passione.  Ah! quante volte mi trovavo in mezzo ai giudei insieme con Mamma Regina a veder soffrire il mio diletto Gesù.  Ah! sì, è pur vero che riesce più facile soffrire la persona stessa, che veder soffrire la persona amata.  Altre volte, rinnovando queste crocifissioni il mio dolce Gesù, ricordo che mi disse:

(7) “Diletta mia, la croce fa distinguere i reprobi dai predestinati.  Come nel giorno del giudizio i buoni si rallegreranno al vedere la croce, così fin d’ora si può vedere se uno dev’essere salvo o perduto, se al presentarsi della croce l’anima l’abbraccia, se la porta con rassegnazione, con pazienza e bacia e ringrazia quella mano che l’invia, eccoti il segno che è salvo.  Se al contrario, al presentarsi della croce s’irritano, la disprezzano e giungono fino ad offendermi, puoi dire ch’è un segno che è anima che s’incammina per la via dell’inferno; tale faranno i reprobi nel giorno del giudizio, che al veder della croce si affliggeranno e bestemmieranno.  Tutto dice la croce, la croce è un libro che senza inganno e a chiare note ti dice e fa distinguere il santo dal peccatore, il perfetto dall’imperfetto, il fervoroso dal tiepido.  La croce comunica tale una luce all’anima, che fin d’ora non solo fa distinguere il buono dal reo, ma si può conoscere ancora chi dev’essere più o meno glorioso nel Cielo, chi deve occupare un posto più superiore e un posto minore.  Tutte le altre virtù stanno umili e riverenti innanzi alla virtù della croce, e innestandosi con essa ne ricevono maggior lustro e splendore”.

(8) Chi può dire quale fiamme di desiderio ardenti gettava nel mio cuore questo parlare di Gesù? Mi sentivo divorare dalla fame del patire, e Lui per soddisfare le mie brame, oppure, per dire meglio, ciò che Lui stesso m’infondeva, mi rinnovava la crocifissione.

(9) Ricordo che delle volte, dopo rinnovate queste crocifissione mi diceva:

(10) “Diletta del cuor mio, bramo ardentemente non solo crocifiggerti l’anima e comunicarti i dolori della croce al corpo, ma desidero di suggellarti anche il corpo col suggello delle mie piaghe, e voglio insegnarti la preghiera come ottenere questa grazia, la preghiera è questa: “Io mi presento innanzi al trono supremo di Dio, bagnata nel sangue di Gesù Cristo, pregandolo che per il merito delle sue preclarissime virtù, e della sua Divinità, di concedermi la grazia di crocifiggermi”.

(11) Io però, siccome ho avuto sempre avversione a tutto ciò che può comparire esterno, come la tengo ancora, ma nell’atto che Gesù diceva, mi sentivo infondere tale brame di soddisfare al desiderio che Lui stesso diceva, che pure ardivo di dire a Gesù che mi crocifiggessi nell’anima e nel corpo, e qualche volta le dicevo: “Sposo Santo, cose esterne non ne vorrei, e se qualche volta ardisco dirlo, è perché Voi stesso me lo dite, e anche per dare un segno al confessore che siete Voi che operate in me.  Ma del resto, non vorrei altro che quei dolori che mi fate soffrire quando mi rinnovate la crocifissione, fossero permanenti, non vorrei quella diminuzione dopo qualche tempo, e questo solo mi basta, che dall’apparenza esterna, quanto più mi potete tenere nascosta, tanto più mi contenterete”.

(12) Ricordo in confuso che siccome domandavo spesso, quando mi trovavo insieme con Nostro Signore, il dolore dei miei peccati e la grazia che mi perdonasse tutto ciò che di male avevo fatto, e delle volte giungevo a dirle che allora sarei contenta quando dalla sua propria bocca mi dicesse che: “Ti rimetto tutti i tuoi peccati”.  E Gesù benedetto, che niente sa negare quando è per nostro bene, una mattina vi si fece vedere e mi disse:

(13) “Questa volta voglio fare Io stesso l’uffizio di confessore, e tu confesserai a Me tutte le tue colpe, e nell’atto che ciò farai, ti farò comprendere uno per uno i dolori che hai dato al cuor mio nell’offendermi, acciocché, comprendendo tu, per quanto può una creatura, che cosa è il peccato, prendi risoluzione che piuttosto morire che offendermi.  Tu intanto entra nel tuo nulla e recita il confiteor”.

(14) Io, entrando in me stessa, vi scorgevo tutta la mia miseria e le mie scelleraggine e innanzi alla sua presenza tremavo a verga a verga, e mi mancava la forza di pronunziare le parole del confiteor, e se il Signore non avesse infuso in me nuova forza col dirmi: “Non temere, se sono giudice, sono ancora tuo padre, coraggio, andiamo avanti”.  Lì sarei rimasta senza dire neppure una parola.  Onde dissi il confiteor tutta piena di confusione e d’umiliazione, e siccome mi vedevo tutta coperta dalle mie colpe, dando una occhiata, la più che vi scorsi, che aveva fatto affronto a Nostro Signore era la superbia, perciò dissi: “Signore, mi accuso innanzi a la vostra presenza che ho peccato di superbia”.  E Lui:

(15) “Avvicinati al mio cuore e metti l’orecchia, e sentirai lo strazio crudele che hai fatto al mio cuore con questo peccato”.

(16) Tutta tremando vi misi l’orecchia sopra del suo cuore adorabile, ma chi può dire ciò che sentì e compresi in quel istante? Specialmente dopo tanto tempo dirò solo qualche cosa in confuso.  Ricordo che il suo cuore batteva tanto forte, che pareva che si volesse rompere il petto, poi mi parve che si facesse a brani a brani, e per il dolore restava quasi distrutto.  Ah! se avessi potuto, giungerei a distruggere l’Essere Divino con la superbia.  Vi do una similitudine per farmi capire, altrimenti non ho parole come manifestarmi: Immaginate un re e ai piedi di detto re un verme, che sollevandosi e gonfiandosi s’incomincia a credere qualche cosa e che giunge a tale audacia, che sollevandosi a poco a poco giunge a la testa del re e le vuol togliere la corona per mettersela sopra della sua testa, poi lo spoglia delle sue vestimenti regali, dopo lo caccia dal trono e infine cerca d’ucciderlo.  Ma quello che è più di questo verme, che lui stesso non conosce il suo essere, tanto s’illude, e che per disfare lui non ci vuole altro che il re se lo metta sotto dei piedi e lo schiacci, e così finisce i suoi giorni.  Cosa in vero che muove a sdegno e a compassione, e insieme a ridicolaggine l’orgoglio di questo verme, se ciò si potesse fare.  Tale mi vedevo io innanzi a Dio, cosa che mi riempì di tale confusione e dolore che mi sentivo rinnovare nel mio cuore lo strazio che soffriva il benedetto Gesù.

(17) Dopo ciò mi lasciò, ed io mi sentivo tal pena e comprendevo tanto brutto questo peccato di superbia, ch’è impossibile descriverlo.  Quando ebbi ruminato ben ben tutto ciò in me stessa, il mio buon Gesù ritornò e mi disse che seguitasse la confessione delle mie colpe, ed io tutta tremando seguitai a fare l’accusa dei pensieri, parole, opere, cause e omissioni, e quando mi vedeva che non potevo seguitare a fare la confessione per la pena che sentivo d’averlo tanto offeso, perché avevo una chiarezza sì viva innanzi a quel Sol divino, specialmente che vi scorgeva la piccolezza, la nullità dell’essere mio e restavo stupita come avevo avuto tanto ardire, da dove avevo preso quel coraggio d’offendere un Dio sì buono che nell’atto stesso che l’offendevo, Lui mi assisteva, mi conservava, mi alimentava, e se ci aveva qualche rancore con me, era al peccato che facevo, che odiava sommamente, che a me mi amava immensamente, mi scusava innanzi alla Divina Giustizia, e tutto s’occupava per togliere quel muro di divisione che aveva prodotto il peccato tra l’anima e Dio.  Oh! se tutti potessero vedere chi è Dio, e chi è l’anima nell’atto che si pecca, tutti morrebbero di dolore e credo che il peccato doveva essere esiliato dalla terra.

(18) Quindi, quando Gesù benedetto vedeva che per la pena non ne potevo più, si ritirava e mi lasciava ben ben farmi comprendere il male che avevo fatto, e dopo ritornava di nuovo e continuavo l’accusa delle mie colpe.

(19) Ma chi può dire tutto ciò che compresi, e spiegare uno per uno i diversi affronti ed i speciali dolori che con le mie colpe avevo recato a Nostro Signore? Mi sento quasi impossibilitata a spiegarmi, e pure perché non tanto ricordo bene.  Onde, quando ebbi finito l’accusa che durò circa sette ore, l’amabile Gesù prese l’aspetto di padre amorosissimo, e siccome io mi trovavo sfinita di forze per il dolore, e molto più che vedevo che non era dolore bastante per dolermi come si conveniva delle mie colpe, Lui per rincuorarmi mi disse:

(20) “Voglio supplire Io per te, e applico all’anima tua il merito del dolore che ebbi nell’orto del Getsemanì.  Questo solo può soddisfare alla Divina Giustizia”. 

(21) Dopo che applicò all’anima mia il suo dolore, allora mi parve d’essere disposta per ricevere l’assoluzione.  Tutta umiliata e confusa com’ero, e prostrata ai piedi del buon padre Gesù, coi raggi che tramandava nella mia mente, cercavo d’eccitarmi maggiormente al dolore col dire, sebbene non ricordo tutto: “Grande, sommo è stato il male che ho fatto verso di Voi.  Queste potenze mie e questi sensi del corpo dovevano essere tante lingue come lodarvi, ah! invece sono state come tante vipere velenose che vi mordevano e cercavano anche d’uccidervi.  Ma, padre santo, perdonami, non vogliate discacciarmi per il gran torto che ti ho fatto peccando”.

(22) E Gesù: “E tu, prometti di non più peccare, di sbandire dal tuo cuore ogni ombra di male che potrebbe offendere il tuo Creatore?” 

(23) Ed io: “Ah! sì, con tutto il cuore velo prometto.  Voglio piuttosto mille volte morire che mai più peccare, mai più, mai più”.

(24) E Gesù: “Ed Io ti perdono e applico all’anima tua i meriti della mia Passione e voglio lavarla nel mio sangue”.

(25) E mentre così diceva, alzò la benedetta destra e pronunziò le parole dell’assoluzione, prescisse alle parole che dice il sacerdote quando dà l’assoluzione, e nell’atto che ciò faceva, dalla sua mano scorreva un fiume di sangue, e l’anima mia ne restava tutta inondata.

(26) Dopo ciò mi disse: “Vieni, oh! figlia, vieni a fare penitenza dei tuoi peccati col baciarmi le mie piaghe”.

(27) Tutta tremando mi alzai e le baciai le sue sacratissime piaghe e poi mi disse:

(28) “Figlia mia, sii più vigilante e attenta, ché oggi ti do la grazia di non cadere più nel peccato veniale volontario”.

(29) Poi mi fece altre esortazione che non tanto ricordo bene e disparve.  Chi può dire gli effetti di questa confessione fatta a Nostro Signore? Mi sentivo tutta inzuppata nella grazia e mi lasciò tanto impressa che non posso dimenticarmi, e ogni qual volta mi ricordo, mi sento correre un brivido nelle ossa, e insieme prendere da raccapriccio nel pensare qual’è la mia corrispondenza a tante grazie che il Signore mi ha fatto.

(30) Altre volte il Signore si è benignato di darmi Lui stesso l’assoluzione, ora prendendo la forma di sacerdote, ed io mi confessavo come se fosse sacerdote, sebbene vi sentivo diversi effetti, e dopo terminata si faceva conoscere che era Gesù; e or svelatamente ci veniva facendosi conoscere anche da principio che era Gesù; qualche volta pure prendeva la forma del confessore, tanto che io mi credevo di parlare con lui e vi dicevo tutti i miei timori, i miei dubbi, ma dal rispondermi che mi faceva, dalla soavità della voce intramezzata or come quella del confessore, or come quella di Gesù, dal suo amabile tratto e dagli effetti interni, lo scoprivo per quel che era.  Ah! se io volessi dire tutto su di queste cose, anderei troppo per le lunghe, perciò finisco e faccio punto...

(31) Ricordo che ci fu la seconda guerra tra l’Africa e l’Italia ed il benedetto Gesù, un giorno circa nove mesi prima, mi trasportò fuori di me stessa e mi fece vedere una via lunghissima, ripiena di carne umana immersa nel sangue, che a fiumi inondava quella via.  Faceva orrore a vedere quei cadaveri esposti all’aria aperta, senza avere neppure chi li sepelisce.  Io tutta spaventata dissi a Nostro Signore: “Che cosa è questo?” 

(32) E Lui: “Nell’anno seguente ci sarà la guerra.  Se ne servono della carne per offendermi, ed Io sulla loro carne voglio fare le mie giuste vendette”.

(33) Disse altre cose, ma la lunghezza del tempo non mi le fa ricordare.

(34) Ora, avvenne che passate quel periodo di tempo s’incominciò a sentire che tra l’Africa e l’Italia si faceva guerra.  Io pregavo il buon Gesù che risparmiasse a tante vittime e che avesse pietà di tante anime che andavano all’inferno.

(35) Una mattina, secondo il solito mi trasportò fuori di me stessa, e vedevo che quasi tutte le gente erano convinti che doveva vincere l’Italia, mi parve di trovarmi a Roma e vedevo i deputati che tenevano consiglio tra loro, del modo come dovevano menare innanzi la guerra per essere sicuri di far vincere l’Italia.  Erano tanto gonfi di loro stessi che facevano pietà, ma quel che più mi fece impressione era il vedere che questi tali, quasi tutti erano settari, anime vendute al demonio.  Che tristi tempi! pareva proprio che regnava il regno satanico, e la loro fiducia, anziché metterla in Dio, la mettevano nel demonio.  Ora, mentre sì stavano consigliando, il mio benedetto Gesù disse a me:

(36) “Andiamo a sentire che si dicono”.

(37) Mi parve d’entrare nel loro circolo insieme con Lui.  Gesù passeggiava in mezzo a loro e versava lacrime sul misero loro stato.  Quando ebbero finito di consigliarsi del modo come dovevano fare, menando vanto d’essere sicuri della vittoria, allora Gesù si voltò loro e disse minacciandoli:

(38) “Fidate di voi stessi e perciò vi umilierò, questa volta perderà l’Italia”.

 

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(39) Ora, per obbedire riprendo a dire ciò che lasciai a pagina 6 di questo 1º volume, cioè della novena del Santo Natale, che dalla seconda meditazione passavo alla terza, una voce interna mi diceva:

(40) 3º.- “Figlia mia, poggia la tua testa sul seno della mia Mamma, guarda fin dentro di esso la mia piccola Umanità, il mio Amore mi divorava, gli incendi, gli oceani, i mari immensi dell’Amore della mia Divinità m’inondavano, m’incenerivano, alzavano tanto le sue vampe che si alzavano e si estendevano ovunque, a tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo e la mia piccola Umanità era divorata in mezzo a tante fiamme, ma sai tu, il mio Eterno Amore che cosa mi vuol far divorare? Ah! le anime! E allora fui contento quando le divorai tutte, restando con Me concepite, ero Dio, dovevo operare come Dio, dovevo prendere tutte, il mio Amore non mi avrebbe dato pace se escludessi qualcuna.  Ah! figlia mia, guarda bene nel seno della mia Mamma, fissa bene gli occhi nella mia Umanità concepita e vi troverai l’anima tua concepita con Me, le fiamme del mio Amore che ti divorarono.  Oh! quanto ti ho amato e ti amo!” 

(41) Io mi sperdevo in mezzo a tanto amore, ne sapeva uscirmene, ma una voce mi chiamava forte dicendomi:

(42) “Figlia mia, ciò e nulla ancora, stringiti più a me, dà le tue mani alla mia cara Mamma affinché ti tenga stretta sul suo seno materno, e tu dà un altro sguardo alla mia piccola Umanità concepita e guarda il quarto eccesso del mio Amore”.

(43) 4º.- “Figlia mia, dall’Amore divorante passa a guardare il mio Amore operante.  Ogni anima concepita mi portò il fardello dei suoi peccati, delle sue debolezze e passioni, e il mio Amore mi comandò di prendere il fardello di ciascuno, e non solo le anime concepì, ma le pene di ciascuna, le soddisfazioni che ogn’una di esse doveva dare al mio Celeste Padre.  Sicché la mia Passione fu concepita insieme con Me.  Guardami bene nel seno della mia Celeste Mamma.  Oh! come la mia piccola Umanità era straziata, guarda bene come la mia piccola testolina è circondata da un serto di spine, che cingendomi forte le tempie mi fanno mandare fiumi di lacrime dagli occhi, ne potevo muovermi per asciugarle.  Deh! muoviti a compassione di Me, asciugami gli occhi dal tanto piangere, tu che hai le braccia libere per potermelo fare, queste spine sono il serto dei tanti pensieri cattivi che si affollano nelle menti umane, oh! come mi pungono più delle spine che germoglia la terra, ma guarda ancora che lunga crocifissione di nove mesi, non potevo muovere né un dito, né una mano, né un piede, ero qui sempre immobile, non c’era posto per potermi muovere un tantino, che lunga e dura crocifissione, coll’aggiunto che tutte le opere cattive prendendo forma di chiodi, mi trafiggevano mani e piedi ripetutamente”.  E così continuava a narrarmi pena per pena, tutti i martiri della sua piccola Umanità, che volerle dire tutte sarei troppo lungo.  Ond’io mi abbandonavo al pianto, mi sentivo dire nel mio interno:

(44) “Figlia mia, vorrei abbracciarti ma non lo posso, non c’è lo spazio, sono immobile, non lo posso fare; vorrei venire a te, ma non posso camminare.  Per ora abbracciami e vieni tu a Me, poi, quando uscirò dal seno materno vendrò Io a te”.

(45) Ma mentre con la mia fantasia me l’abbracciavo, me lo stringevo forte al mio cuore, una voce interna mi diceva:

(46) “Basta per ora figlia mia, e passa a considerare il quinto eccesso del mio Amore”.

(47) 5º.- Onde la voce interna seguiva: “Figlia mia, non ti scostare da Me, non mi lasciare solo, il mio Amore vuole la compagnia, un altro eccesso del mio Amore che non vuole essere solo.  Ma sai tu con chi vuol essere in compagnia? Della creatura.  Vedi, nel seno della mia Mamma, insieme con Me ci sono tutte le creature, concepite insieme con Me.  Io sto con loro tutto amore, voglio dirle quanto le ami, voglio parlare con loro per dirle le mie gioie ed i miei dolori, che sono venuto in mezzo a loro per renderle felice, per consolarle, che starò in mezzo a loro come un loro fratellino dando a ciascuna tutti i miei beni, il mio regno a costa della mia morte.  Voglio darle i miei baci, le mie carezze; voglio trastullarmi con loro, ma, ahi! quanti dolori mi danno, chi mi fugge, chi fa il sordo e mi riduce al silenzio, chi disprezza i miei beni e non si curano del mio regno e ricambiano i miei baci e carezze con la non curanza e dimenticanza di Me, ed il mio trastullo lo convertono in amaro pianto.  Oh! come sono solo, eppure in mezzo a tanti.  Oh! come mi pesa la mia solitudine, non ho a chi dire una parola, con chi fare uno sfogo, neppure d’amore; sono sempre mesto e taciturno, perché se parlo non sono ascoltato.  Ah! figlia mia, ti prego, ti supplico non mi lasciare solo in tanta solitudine, dammi il bene di farmi parlare coll’ascoltarmi, presta orecchio a miei insegnamenti, Io sono il maestro dei maestri.  Quante cose voglio insegnarti.  Se tu mi darai ascolto mi farai cessare da piangere e mi trastullerò con te, non vuoi tu trastullarti con Me? E mentre mi abbandonavo in Lui, compatendolo nella sua solitudine, la voce interna seguiva:

(48) “Basta, basta, e passa a considerare il 6º eccesso del mio Amore”.

(49) 6º.- “Figlia mia, vieni, prega la mia cara Mamma che ti faccia un po’ di posticino nel suo seno materno, affinché tu stessa vedi lo stato doloroso in cui mi trovo”.

(50) Onde mi pareva col pensiero che la nostra Regina Mamma, per contentare a Gesù mi faceva un po’ di posto e mi metteva dentro.  Ma era tale e tanta l’oscurità che non lo vedevo, solo sentivo il suo respiro e Lui nel mio interno seguiva a dirmi:

(51) “Figlia mia, guarda un altro eccesso del mio Amore.  Io sono la luce eterna, il sole è un’ombra della mia luce, ma vedi dove mi ha condotto il mio Amore, in che oscura prigione Io sono? Non c’è uno spiraglio di luce, è sempre notte per Me, ma notte senza stelle, senza riposo, sempre desto, che pena! la strettezza della prigione senza potermi menomamente muovere, le fitte tenebre; anche il respiro, respiro per mezzo del respiro della mia Mamma, oh! come è stentato.  E poi, aggiungi le tenebre delle colpe delle creature, ogni colpa era una notte per Me, che unendosi insieme formavano un abisso d’oscurità senza sponde.  Che pena! oh! eccesso del mio Amore, farmi passare d’una immensità di luce, di larghezza, in una profondità di fitte tenebre e di tale strettezze, fino a mancarmi la libertà del respiro, e ciò tutto per amore delle creature”.

(52) E mentre ciò diceva gemeva, quasi con gemiti soffocati per mancanza di spazio, e piangeva.  Io mi struggevo in pianto, lo ringraziavo, lo compativo, volevo fargli un po’ di luce col mio amore come Lui mi diceva, ma chi può dire tutto? La stessa voce interna soggiungeva:

(53) “Basta per ora, e passa al settimo eccesso del mio Amore”.

(54) 7º.- La voce interna seguiva: “Figlia mia, non mi lasciare solo in tanta solitudine ed in tanta oscurità, non uscire dal seno della mia Mamma per guardare il settimo eccesso del mio Amore.  Ascoltami, nel seno del mio Celeste Padre Io ero pienamente felice, non c’era bene che non possedevo, gioia, felicità, tutto era a mia disposizione, gli angeli riverenti mi adoravano e stavano ai miei cenni.  Ah! l’eccesso del mio Amore, potrei dire, mi fece cambiare fortuna, mi restrinse in questa tetra prigione, mi spogliò di tutte le mie gioie, felicità e beni per vestirmi di tutte le infelicità delle creature, e tutto ciò per fare il cambio, per dare la mia fortuna, le mie gioie e la mia felicità eterna a loro.  Ma ciò sarebbe stato nulla se non avessi trovato in loro una somma ingratitudine e ostinata perfidia.  Oh! come il mio Eterno Amore restò sorpreso innanzi a tanta ingratitudine, e pianse l’ostinatezza e perfidia dell’uomo.  L’ingratitudine fu la spina più pungente che mi trafisse il cuore, fin del mio concepimento fino all’ultimo del mio morire.  Guarda il mio cuoricino, è ferito e sgorga sangue.  Che pena! che spasimo che sento! Figlia mia.  non essermi ingrata; l’ingratitudine è la pena più dura per il tuo Gesù, è il chiudermi in faccia le porte per farmi restare intirizzito di freddo.  Ma a tanta ingratitudine, il mio Amore non si arrestò e si atteggiò ad’Amore supplicante, pregante, gemente e mendicante, questo è l’ottavo eccesso del mio Amore”.

(55) 8º.- “Figlia mia, non mi lasciare solo, poggia la tua testa sul seno della mia cara Mamma, ché anche al di fuori sentirai i miei gemiti, le mie suppliche, e vedendo che né miei gemiti, né le mie suppliche muovono a compassione la creatura del mio Amore, mi atteggio in atto del più povero dei mendichi e stendendo la mia piccola manina, chiedo per pietà, almeno a titolo di elemosina le loro anime, i loro affetti, ed i loro cuori.  Il mio Amore voleva vincere a qualunque costo il cuore dell’uomo, e vedendo che dopo sette eccessi del mio Amore era restio, faceva il sordo, non si curava di Me e né si voleva dare a Me, il mio Amore si volle spingere di più, avrebbe dovuto arrestarsi, ma no, volle uscire di più dai suoi limiti, e fin dal seno della mia Mamma faceva giungere la mia voce ad ogni cuore e coi modi più insinuanti, con le preghiere più ferventi, con le parole più penetranti.  Ma sai che gli dicevo? “Figlio mio, dammi il tuo cuore, tutto ciò che tu vuoi Io ti darò purché mi dai in cambio il cuore tuo; sono sceso dal Cielo per farne preda, deh! non me lo negare! non rendere deluso le mie speranze!” E vedendolo restio, anzi molti mi voltavano le spalle, passavo ai gemiti, giungevo le mie piccole manine e piangendo, con voce soffocata da singhiozzi, gli soggiungevo: “Ahi! ahi! sono il piccolo mendico, neppure in elemosina vuoi darmi il cuor tuo? Non è questo un eccesso più grande del mio Amore, che il Creatore per avvicinarsi alla creatura prenda la forma di piccolo bambino per non incuterli timore, e chieda almeno per elemosina il cuore della creatura, e vedendolo che non lo vuol dare, prega, geme e piange?” 

(56) E poi mi sentivo dire: “E tu non vuoi darmi il tuo cuore? Forse anche tu vuoi che gema, preghi e pianga per darmi il tuo cuore? Vuoi negarmi la elemosina che ti c5hiedo?” 

(57) E mentre ciò diceva sentivo come se singhiozzasse, ed io: “Mio Gesù, non piangere, vi dono il mio cuore e tutta me stessa”.  Onde la voce interna seguiva: “Passa più oltre, e passa al nono eccesso del mio Amore”.

(58) 9º.- “Figlia mia, il mio stato e sempre più doloroso, se mi ami, il tuo sguardo abbilo fisso in Me, per vedere se al tuo piccolo Gesù puoi apprestarlo qualche sollievo, una parolina d’amore, una carezza, un bacio, metterà tregua al mio pianto e alle mie afflizioni.  Senti figlia mia, dopo avere dato otto eccessi del mio Amore, e l’uomo mi contraccambiò così malamente, il mio Amore non si diede per vinto, e all’ottavo eccesso volle aggiungere il nono, e questo furono le ansie, i sospiri di fuoco, le fiamine dei desideri che volevo uscire dal seno materno per abbracciare l’uomo, e questo riduceva la mia piccola Umanità, non ancor nata, ad una agonia tale da giungere a dare l’ultimo anelito.  E mentre stavo per dare l’ultimo respiro, la mia Divinità ch’era inseparabile con Me, mi dava dei sorsi di vita, e così riprendevo la vita per continuare la mia agonia, e ritornare di nuovo a morire.  Fu questo il nono eccesso del mio Amore, agonizzare e morire d’Amore continuo per la creatura.  Oh! che lunga agonia di nove mesi! Oh! come l’Amore mi soffocava e mi faceva morire, e se non avessi tenuto la Divinità con Me, che mi ridonava la vita ogni qual volta stavo per finire, l’Amore mi avrebbe consumato prima d’uscire alla luce del giorno”.  Poi soggiungeva:

(59) “Guardami, ascoltami come agonizzo, come il mio piccolo cuore batte, affanna, brucia; guardami, adesso muoio”.

(60) E faceva profondo silenzio.  Io mi sentivo morire, mi gelavo il sangue nelle vene e tremante gli dicevo: “Amor mio, Vita mia, non morire, non mi lasciare sola, tu vuoi amore ed io t’amerò, non ti lascerò più, dammi le tue fiamme per poterti più amare e consumami tutta per Te”.

 

Deo Gratias.

 

 

Nihil obstat

Canonico Hanibale

M.  Di Francia

Eccl.

 

Imprimatur

Arzobispo Giuseppe M.  Leo

Octubre de 1926

 



[1] Questo libro è stato copiato direttamente dal originale manoscritto di Luisa Piccarreta