I. M. I
Purificazione della chiesa. Suo sostegno: “Le anime
vittime”.
(1) Trovandomi
nel solito mio stato, mi sono trovata fuori di me stessa, dentro d’una chiesa,
ed ivi c’era un sacerdote che celebrava il divino sacrificio, e mentre ciò
faceva piangeva amaramente e diceva:
“La colonna della mia Chiesa non ha dove poggiarsi!”
(2) Nell’atto
che ciò diceva ho visto una colonna, che la sua cima toccava il cielo, ed al
disotto di questa colonna stavano sacerdoti, vescovi, cardinali e tutte le
altre dignità che sostenevano la detta colonna, ma con mia sorpresa ho fatto
per guardare ed ho visto che di dette persone, chi era molto debole, chi mezzo
marcito, chi infermo, chi pieno di fango; scarsissimo era il numero di quelli
che si trovavano in stato di sostenerla, sicché questa povera colonna,
tant’erano le scosse che riceveva al disotto, che tentennava senza potere star
ferma. Al disopra di detta colonna ci
era il Santo Padre, che con catene d’oro e coi raggi che tramandava da tutta la
sua persona, faceva quanto più poteva a sostenerla, ad incatenare ed illuminare
le persone che dimoravano al disotto, benché qualcuna se ne fuggiva per avere
più agio a marcirsi ed infangarsi, non solo, ma di legare ed illuminare tutto
il mondo.
(3) Mentre
io ciò vedevo, quel sacerdote che celebrava la messa (sto in dubbio se fosse sacerdote oppure Nostro Signore, mi pare
che fosse, ma non so dire certo), mi
ha chiamato vicino a sé e mi ha detto:
(4)
“Figlia mia, vedi in che stato lacrimevole si trova la mia Chiesa, quelle
stesse persone che dovevano sostenerla, vengono meno, e con le loro opere
l’abbattono, la percuotono e giungono a denigrarla. L’unico rimedio è che faccia versare tanto sangue, da formare un
bagno per poter lavare quel marcioso fango e sanare le loro piaghe profonde,
imperocché sanate, rafforzate, abbellite in quel sangue, possano essere
strumenti abili a mantenerla stabile e ferma”.
Poi ha soggiunto:
“Io ti ho chiamato per dirti:
“Vuoi tu essere vittima e così essere come un puntello per sostenere
questa colonna in tempi sì incorreggibili?”
(5) Io in principio mi sono sentita correre un brivido
per timore, ancora non avessi la forza, ma poi subito mi sono offerta ed ho
pronunziato il Fiat. In questo mentre,
mi sono trovata circondata da tanti santi, angeli ed anime purganti che con
flagelli ed altri strumenti mi tormentavano; ed io, sebbene in principio
avvertivo un timore, ma poi, quanto più soffrivo, tanto più mi veniva la voglia
di patire e gustavo il patire come un dolcissimo nettare. E questo molto più che mi ha toccato un
pensiero: “Chi sa che quelle pene
potessero essere mezzo come consumare la vita, e così poter spiccare l’ultimo
volo verso il mio sommo ed unico Bene?
Ma con mio sommo rammarico, dopo aver sofferto acerbe pene, ho visto che
quelle pene non mi consumavano la vita.
Oh! Dio, che pena, che questa fragile carne mi impedisce di unirmi col
mio Bene Eterno!
(6)
Dopo ciò, ho visto la sanguinosa strage che si faceva di quelle persone che
stavano al disotto della colonna. Che
orribile catastrofe! Scarsissimo era il numero che non rimaneva vittima,
giungevano a tale ardimento, che tentavano d’uccidere il Santo Padre. Ma poi pareva che quel sangue sparso, quelle
sanguinose vittime straziate, erano mezzi come rendere forti quelli che
rimanevano, in modo da sostenere la colonna, senza farla più tentennare. Oh! che felici giorni! Dopo ciò spuntavano
giorni di trionfi e di pace; la faccia della terra pareva rinnovata, la detta
colonna acquistava il suo primiero lustro e splendore. Oh! giorni felici! da lungi io vi saluto,
che tanta gloria darete alla mia Chiesa e tanto onore a quel Dio che ne è il
Capo!
Trastullo di Gesù con Luisa.
(1)
Questa mattina il mio amabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me
stessa, dentro d’una chiesa ed è scomparso, ed io sono lasciata sola. Ora, trovandomi alla presenza del Santissimo
Sacramento, ho fatto la mia solita adorazione; ma mentre ciò facevo, mi pareva
che fossi divenuta tutt’occhi, per vedere se potevo scorgere il dolce
Gesù. In questo mentre, l’ho visto
sopra dell’altare, da bambino, che mi chiamava con la sua graziosa manina. Chi può dirne il contento? Ho volato da Lui, e senza pensare ad altro,
l’ho stretto fra le mie braccia e l’ho baciato, ma nell’atto di fare ciò, ha
preso un aspetto serio, e mostrava di non gradire i miei baci ed ha
incominciato a respingermi. Io, ciò non
curando, seguitavo e gli ho detto:
“Carino mio, bello, l’altro giorno volesti Tu sfogarti con me, coi baci
e con gli abbracci, ed io ti diedi tutta la libertà; oggi voglio teco sfogarmi
anch’io; deh! dammi la libertà”. Ma Lui
seguitava a respingermi e vedendo che io non cessavo, mi è scomparso. Chi può dire quanto sono lasciata
mortificata ed impensierita nel trovarmi in me stessa? Ma dopo poco è ritornato ed io volendo
chiedergli perdono delle mie impertinenze, mi ha perdonato col volersi lui
sfogarsi con me, e mentre mi baciava mi ha detto:
(2)
“Diletta del cuor mio, la mia Divinità abita in te abitualmente, e siccome tu
vai inventando nuove cose come farmi deliziare con te, così Io, per renderti la
pariglia, uso nuovi modi come farti deliziare con Me”.
(3)
Con ciò ho capito che è stato uno scherzo che Gesù voleva fare.
Diversi effetti della presenza di Gesù e quella del
demonio.
(1)
Siccome questa mattina il benedetto Gesù non ci veniva, il demonio cercava di
prendere la sua forma e farsi vedere, ma io non avvertendo i soliti effetti, ho
incominciato a dubitare e mi sono segnata con la croce, primo io e poi lui, ed
il demonio, vedendosi segnato, tremava; subito l’ho respinto da me senza
mirarlo. Dopo poco è venuto il mio caro
Gesù, e temendo che fosse un’altra volta lo spirito maligno, cercavo di
respingerlo ed invocare l’aiuto di Gesù e della Regina Mamma; ma Lui per
assicurarmi che non era il demonio, mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, la tua attenzione per rassicurarti se sono Io o no, dev’essere
dagli effetti interni, se si muovono a virtù o a vizi, imperciocché, siccome la
mia natura è virtù, non di altro faccio eredi i miei figli, che di virtù. E questo puoi anche comprenderlo sopra alla
natura umana, che essendo carne, se avviene che fa qualche piaga, la carne si
cambia in marcia e si può dire che non è più carne; così la mia natura, se
menomamente potesse ritenere in sé l’ombra del vizio, cesserebbe di essere quel
Dio che è, ciò che non può mai succedere”.
Purità d’intenzione.
(1)
Questa mattina, essendo venuto l’adorabile Gesù e trasportandomi fuori di me
stessa, mi ha fatto vedere strade piene di carne umana. Che carneficina spietata! Fa orrore a
pensarlo! Poi mi ha fatto vedere che succedeva una cosa nell’aria e molti ne
morivano all’improvviso, e questo lo vidi pure dal mese di Marzo. Io ho incominciato, secondo il solito, a
pregarlo che si placasse e che risparmiasse le sue stesse immagini da supplizi
sì crudeli, da guerre sì sanguinose, e siccome teneva la corona di spine,
gliel’ho tolta per mettermela io, e ciò per placarlo maggiormente; ma con mio
sommo rammarico ho visto che le spine rimanevano quasi tutte spezzate nella sua
santissima testa, sicché pochissimo rimaneva a me di soffrire. Gesù si mostrava severo, senza quasi darmi retta;
mi ha trasportato di nuovo nel letto e siccome io mi trovavo con le braccia in
croce, soffrendo i dolori della crocifissione che Lui stesso mi aveva prima
partecipato, ha preso le mie braccia e me le ha unite insieme, legandole con
una cordicella d’oro. Io, non badando
che cosa volesse ciò significare, per spezzare quell’aria severa che teneva gli
ho detto: “Dolcissimo amor mio, vi
offro questi movimenti del mio corpo che Voi stesso mi avete fatto e tutti gli
altri che posso fare io, per il solo fine di piacervi e glorificarvi. Ah! si, vorrei che anche i movimenti delle
palpebre, dei miei occhi, delle mie labbra e di tutta me stessa, fossero fatti
al solo fine di piacere a Voi solo.
Fate, oh buon Gesù, che tutte le mie ossa, i miei nervi, risuonassero
fra loro, ed a chiare voci vi attestassero il mio amore”.
(2) E
Lui mi ha detto: “Tutto ciò che si fa
per il solo fine di piacermi, risplende innanzi a Me d’una maniera tale, da
attirare i miei sguardi divini, e mi piacciono tanto, che a quelle azioni,
fossero anche un muovere di ciglia, ne do il valore come se fossero fatte da
Me. Invece quelle altre azioni, in sé
stesse buone ed anche grandi, fatte non per Me solo, sono come quell’oro
infangato e pieno di ruggine che non risplende, ed Io non mi benigno neppure di
guardarle”.
(3) Ed
io: “Ah! Signore, quanto è facile che
la polvere imbratti le nostre azioni!”
(4) E
Lui: “Alla polvere non bisogna badare,
perché si scuote, ma quello a cui bisogna badare, è all’intenzione”.
(5)
Ora, mentre ciò si diceva, Gesù si occupava a legarmi le braccia. Io gli ho detto: “Deh! Signore, che fate?”
(6) E
Lui: “Faccio questo, ché tu, stando in
quella posizione della crocifissione, mi vieni a placare, ed Io, siccome voglio
castigare le gente, te le sto legando”.
(7) E
detto ciò è scomparso.
L’obbedienza al confessore.
(1)
Dopo aver passato parecchi giorni in contrasti con Gesù, che io volevo essere
sciolta, e Lui che non voleva, or si faceva vedere che dormiva, or mi imponeva
silenzio, finalmente questa mattina, mentre l’ho visto, vedevo il confessore
che assolutamente mi comandava che mi facessi sciogliere da Gesù, e questo più
di una volta, ma Gesù non dava retta; io però, costretta dall’ubbidienza gli ho
detto: “Mio amabile Gesù, quando mai vi
siete opposto all’ubbidienza? Non sono
io che voglio essere sciolta, è il confessore che vuole che mi facciate
soffrire la crocifissione; perciò arrendetevi a questa virtù da Voi prediletta,
che inanella tutta la vostra vita, e che formò l’ultimo anello congiungendo
tutto in uno, il sacrificio della croce”.
(2) E
Gesù: “Tu proprio mi vuoi fare
violenza, toccandomi quell’anello che congiunse la Divinità e l’umanità e formò
un solo anello, qual è l’ubbidienza”.
(3) E
mentre ciò diceva, ha preso l’aspetto di Crocifisso e, quasi forzato dalla
potestà sacerdotale, mi ha partecipato i dolori della crocifissione. Sia sempre benedetto il Signore e sia tutto
a gloria sua! Cosi pare che sono stata sciolta.
L’obbedienza l’impedisce conformarsi alla giustizia.
(1)
Trovandomi nel solito mio stato, mi sono trovata fuori di me stessa e mi pareva
che girassi la terra. Oh! come era
inondata d’ogni sorta di iniquità, fa orrore a pensarlo! Ora, mentre giravo,
sono giunta ad un punto ed ho trovato un sacerdote di santa vita ed a un altro
punto, una vergine di vita intemerata e santa.
Ci siamo uniti tutti e tre ed abbiamo preso il discorso sui tanti
castighi che il Signore sta facendo ed a tanti altri che tiene preparati. Io ho detto loro: “E voi, che fate? Vi
siete forse conformati alla divina giustizia?” E quelli:
(2)
“Vedendo la stretta necessità di questi tristi tempi, e che l’uomo non si
arrenderebbe né se uscisse uno apostolo, né se il Signore inviasse un altro san
Vincenzo Ferrer, che con miracoli e segni portentosi lo potesse indurre alla
conversione, anzi, vedendo l’uomo giunto a tale ostinazione e ad una specie di
pazzia, che la stessa forza dei miracoli li renderebbero più increduli, onde,
investiti da questa strettissima necessità, per il bene loro, e per arrestare
questo mare marcioso che inonda la faccia della terra, e per gloria del nostro
Dio, tanto oltraggiato, ci siamo conformati alla giustizia, solo stiamo
pregando ed offerendoci vittime, per fare che questi castighi riescano per la
conversione dei popoli”. E tu, che
fai? Non ti sei conformata con
noi?”
(3) Ed
io: “Ah, no! non posso, che
l’ubbidienza non vuole, sebbene Gesù vuole che mi uniformassi, ma siccome
l’ubbidienza non vuole, deve prevalere a tutto, mi conviene stare sempre in
contrasto con Gesù benedetto, cosa che molto mi affligge”.
(4) E
quelli: “Quando è l’ubbidienza, sicuro
che non bisogna aderire”.
(5)
Dopo ciò, trovandomi in me stessa, quando appena ho visto il carissimo Gesù, ed
io volevo sapere di quale parte fossero quel sacerdote e quella vergine, Lui mi
ha detto che erano del Perù.
Risparmia alcuni castighi.
(1)
Questa mattina, l’amabile mio Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me
stessa, e vedevo come se dovesse dal cielo smuoversi una cosa e toccare la
terra. Sono restata tanto spaventata
che ho gridato, e gli ho detto: “Neh,
neh, Signore, che fai? Quanta rovina
succederà se ciò succede. Mi dici che
mi vuoi bene e mi vuoi far prendere paura, hai visto, no? Non lo fare, no, no, non puoi farlo, che io
non voglio”. E Gesù, tutto
compassionandomi, mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, non aver timore. E poi,
quando mai vuoi tu che faccia niente?
Non devo farti vedere niente quando castigo le gente, altrimenti mi
leghi dappertutto. Ebbene, fortificherò
il tuo cuore di fortezza, e farò spuntare da esso come un tronco, da poter
mantenere fermo ciò che tu vedi, e poi verserò in te tante grazie, in modo da
potermi nutrire Io ed i miei figli”.
(3) In
questo mentre, è uscito da dentro il mio cuore come un tronco ed alla cima come
due rami a modo di forche, che sollevandosi in aria, prendeva in mezzo ciò che
stava per smuoversi, così restava fermo, solo ad un punto lontano pareva che
toccava la terra. Dopo mi sono trovata
in me stessa e l’ho pregato che si placasse, e pareva piuttosto che si
arrendesse, tanto che mi ha partecipato i dolori della croce. Ed è scomparso.
Gesù soffre nel vedere soffrire
le creature.
Luisa si offre per consolarlo.
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù pareva irrequieto. Non faceva altro che andare e venire, or si
tratteneva con me, or quasi tirato dal suo ardentissimo amore verso le creature
andava a vedere ciò che facevano, e tutto si condoleva di ciò che soffrivano,
come se Lui stesso e non loro, fosse preso da quelle sofferenze. Parecchie volte ho visto il confessore, che
con la sua potestà sacerdotale costringeva Gesù a farmi soffrire le sue pene
per poter placarlo, e Lui mentre pareva che non voleva essere placato, dopo si
mostrava grato, ringraziava di cuore a chi si occupava a mantenere il suo
braccio sdegnato, ed ora mi partecipava una sofferenza ed ora un’altra. Oh! come era tenero e commovente vederlo in
questo stato! Faceva spezzare il cuore per compassione. Parecchie volte mi ha detto:
(2)
“Conformati alla mia Giustizia, che più non posso. Ah! l’uomo è troppo ingrato e quasi mi costringe da tutte le
parti a castigarlo; me li strappa lui stesso dalle mani i castighi. Se tu sapessi quanto soffro nel fare uso
della mia giustizia, ma è l’uomo stesso che mi fa violenza. Ahi! se non avessi fatto altro che comperare
a prezzo di sangue la sua libertà, pure mi doveva essere riconoscente; ma
quello, per farmi maggior torto, va inventando nuovi modi come rendere inutile
il mio sborso”.
(3) E
mentre ciò diceva, piangeva amaramente, ed io per consolarlo, gli ho
detto: “Dolce mio Bene, non vi
affliggete, veggo che la vostra afflizione è più che vi sentite costretto di
castigare le gente. Ah! no, non sarà
mai! Se Voi siete tutto per me, io voglio essere tutta per Voi, quindi sopra di
me manderete i flagelli, qui c’è la vittima, sempre pronta e a vostra
disposizione, potete farmi soffrire ciò che volete, e così resterà la vostra
giustizia in qualche modo placata e Voi sollevato nell’afflizione che prendete
nel veder soffrire le creature. E’
stata sempre questa la mia intenzione, di non conformarmi alla giustizia,
perché soffrendo l’uomo, soffrirete più Voi, che lui stesso”.
(4)
Mentre ciò stavo dicendo, è venuta la nostra Mamma Regina ed io mi sono
ricordata che, avendo domandato al confessore l’ubbidienza di conformarmi alla
giustizia, mi aveva detto che domandassi alla Vergine Santissima se voleva che
mi uniformassi. Gliel’ho detto, e Lei
mi ha detto: “No, no, ma prega figlia
mia, e in questi giorni cerca, per quanto puoi, di tenertelo insieme e di
placarlo, che molti castighi stanno preparati”.
La potestà sacerdotale deve
concorrere con la vittima.
(1)
Continua l’amabile mio Gesù a farsi vedere afflitto. Questa mattina, insieme con Lui è venuta la nostra Regina Mamma,
e mi pareva che Lei me lo portasse, affinché l’avessi placato e pregato insieme
con Lei, che mi avesse fatto soffrire a me per risparmiare le gente e mi ha detto,
che se in queste giorni passati non mi avessi interposto, ed il confessore non
avesse fatto uso della potestà sacerdotale a concorrere con le sue intenzioni
di farmi soffrire, molte catastrofi sarebbero successe. In questo mentre, ho visto il confessore, ed
io subito ho pregato per lui a Gesù ed alla Regina Madre, e Gesù tutto
benignità ha detto:
(2) “A
misura che si prenderà cura dei miei interessi, col pregarmi ed anche col
impegnarsi di rinnovare l’intenzione di farti soffrire, a scopo di risparmiare
le gente, così mi prenderò cura di lui e lo risparmierò. Io sarei pronto a fare questo patto con
lui”.
(3)
Dopo ciò ho fatto per guardare il mio dolce ed unico Bene, ed ho visto che
nelle sue mani teneva due fulmini, in una conteneva come allestito un terremoto
forte ed una guerra; nell’altra, tante specie di morti all’improvviso e
malattie contagiose. Io gli ho
incominciato a pregare che sopra di me versasse quei fulmini, e quasi li voleva
togliere dalle sue mani, ma Lui per non farmi giungere a questo, ha
incominciato ad allontanarsi da me, ed io cercavo di seguirlo e perciò mi sono
trovata fuori di me stessa; Gesù mi è scomparso ed io sono rimasta sola.
(4)
Ora, trovandomi sola ho girato un poco e mi sono trovata in parte dove in
questa stagione fanno la mietitura, pareva che là succedevano fracassi di
guerra, ed io volevo andare per aiutare quelle poveri gente, ma i demoni
m’impedivano d’andare dove stavano per succedere tali cose e mi battevano acciò
non potessi aiutare, ed anche impedire i loro artifizi ed hanno usato tanta
forza da farmi retrocedere indietro.
Mali della superbia.
(1)
Continua il mio adorabile Gesù a venire, e siccome la mia mente, prima di
venire, stava a pensare a certe cose che negli anni passati Gesù mi aveva
detto, e che non tanto ricordo bene, Lui, casi per ricordarmi mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, la superbia rode la grazia.
Nei cuori dei superbi non c’è altro che un vuoto tutto pieno di fumo,
che produce la cecità. La superbia non
fa altro che rendere sé stesso un idolo, sicché l’anima superbiosa non ha il
suo Dio con sé; col peccato ha cercato di distruggerlo nel suo cuore, ed
alzando l’altare nel suo cuore, vi si mette sopra ed adora sé stesso”.
(3)
Oh! Dio, che mostro abominevole è questo vizio, a me sembra che se l’anima sta
attenta a non farlo entrare in sé, è libera da tutti gli altri vizi, ma se per
sua sventura si lascia predominare da essa, siccome è madre mostruosa e
cattiva, gli partorirà tutti i suoi figli discoli quali sono gli altri
peccati. Ah! Signore, tenetela da me
lontana.
Gesù vuol dilettarsi rimirandosi in Luisa, e
questa viene aiutata per la Santissima Vergine.
(1)
Questa mattina il mio dilettissimo Gesù, appena venuto mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, tutto il tuo piacere dev’essere nel rimirarti in Me, e se ciò
farai sempre, ritrarrai in te tutte le mie qualità, la mia fisionomia, i miei
stessi lineamenti, ed Io in contraccambio troverò tutto il mio gusto e sommo
contento nel dilettarmi di rimirarmi in te”.
(3)
Detto ciò è scomparso, ed io stavo ruminando nella mia mente le parole già
dette. Tutto all’improvviso è
ritornato, mettendomi la sua santa mano in capo e rivolgendomi la faccia verso
di Lui ha soggiunto:
(4)
“Oggi voglio dilettarmi un poco col rimirarmi in te”.
(5) Un
brivido mi è corso per tutta la vita, uno spavento da sentirmi morire perché
vedevo che mi guardava fisso, fisso, volendosi dilettare nei miei pensieri,
sguardi, parole ed in tutto il resto, col rimirarsi in me. Oh! Dio, sono oggetto io di far prendere
diletto o di amareggiarvi? Andavo
ripetendo nel mio interno. In questo
mentre, è venuta la nostra cara Mamma Regina in mio aiuto, portando una veste
bianchissima fra le mani, e tutta amabilità mi ha detto:
(6)
“Figlia, non temere, voglio Io stessa supplire per te vestendoti della mia
innocenza, così il mio Figlio, rimirandosi in te, possa trovare il maggiore
diletto che si possa trovare in umana creatura”.
(7)
Onde mi vesti con quella veste e mi offri al mio caro Bene Gesù dicendogli:
(8)
“Accettatela per riguardo mio, caro Figlio, e dilettatevi in essa”.
(9)
Così mi è passato ogni timore e Gesù si ha dilettato in me ed io in Lui.
Luisa vuol ricevere le amarezze
di Gesù.
(1)
Questa mattina il mio dolce Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me
stessa. Ora, siccome l’ho veduto tutto
ripieno d’amarezza, l’ho pregato e ripregato che Lui riversasi in me, ma per
quanto ho potuto pregare, non mi è riuscito d’ottenere che versasse in me le
sue amarezze, solo che, siccome m’avvicinavo alla sua bocca per ricevere le sue
amarezze, ci veniva un alito amaro.
Mentre io ciò facevo, vedevo un sacerdote che moriva, ma non ho
conosciuto bene chi fosse, perché aveva l’altra intenzione di pregare per un
sacerdote infermo, ma non scorgendolo per quello, mi sono confusa se fosse
quello o qualche altro. Onde ho detto a
Gesù: “Signore, che fai? Non vedete quanta scarsezza di sacerdoti vi
sono a Corato che vuoi toglierci degli altri?” E Gesù non dandomi retta, e
minacciando con la mano, diceva:
(2)
“Li distruggerò di più”.
Compiacimento della Santissima Trinità per le
sofferenze di Luisa.
(1)
Trovandomi molto sofferente, l’amabile mio Gesù è venuto, e mi ha messo il
braccio da dietro il collo, in atto di sostenermi. Ora, stando a Lui vicina ho incominciato a fare le mie solite
adorazioni a tutte le sue sante membra, incominciando dalla sua sacratissima
testa. Nell’atto che ciò facevo mi ha
detto:
(2) “Diletta
mia, ho sete, fammi dissetare nel tuo amore, che più non posso trattenermi”.
(3) E
prendendo aspetto di bambino si è menato fra le mie braccia e si ha messo a
succhiare, pareva che ci prendeva un gusto grandissimo e ne restava tutto
ristorato e dissetato. Dopo ciò,
volendo quasi scherzare con me, con una lancia che teneva in mano mi passava il
cuore, a banda a banda. Io sentivo
acerbissimo dolore, ma oh! come era contenta di soffrire, specialmente che
erano le stesse mani del mio solo ed unico Bene che mi davano il patire, e
l’incitavo a farmi maggior strazio, tant’era il gusto e la dolcezza che vi
sentivo. E Gesù benedetto, per rendermi
più contenta, mi ha strappato il cuore, prendendolo fra le sue mani e con
quella stessa lancia lo ha aperto, metà e metà ed ha trovato una croce
risplendente e bianchissima, la ha preso fra le sue mani, compiacendosi
grandemente e mi ha detto:
(4)
“Questa croce l’ha prodotto l’amore e la purità con cui tu soffri, mi
compiaccio tanto del modo con cui tu soffri, che non solo Io, ma chiamo il
Padre e lo Spirito Santo a compiacersi meco”.
(5) In
un istante ho fatto per guardare ed ho visto Tre Persone, che circondandomi si
dilettavano nel guardare questa croce, io però, lamentandomi con Loro ho detto:
(6)
“Grande Iddio, troppo scarso è il mio patire, non sono contenta della sola
croce, ma voglio ancora le spine ed i chiodi, e se io non lo merito, perché
indegna e peccatrice, Voi, certo potete darmi le disposizioni per ciò
meritare”.
(7) E
Gesù, mandandomi un raggio di luce intellettuale, mi fece capire che volesse
che io facessi la confessione delle mie colpe.
Mi sentì quasi atterrare innanzi alle Tre Divine Persone, ma l’Umanità
di Nostro Signore m’ispirava fiducia, sicché a Lui rivolgendomi ho detto il
Confiteor, e dopo ho incominciato a fare la confessione delle mie colpe. Ora, mentre mi trovavo tutta immersa nella
mia miseria, una voce è uscita da mezzo a Loro che diceva:
(8)
“Ti perdoniamo, e tu non più peccare”.
(9) Io m’aspettavo di ricevere l’assoluzione da Nostro
Signore, ma nel meglio è scomparso.
(10)
Poco dopo è ritornato crocifisso e mi ha partecipato i dolori della croce.
La grazia rende felice l’anima.
(1)
Questa mattina il mio caro Gesù non ci veniva; dopo molti stenti, quando appena
l’ho visto, ed io lamentandomi con Lui della sua tardanza gli ho detto: “Signore benedetto, come così tardi, vi
siete forse dimenticato che non posso stare senza di Voi, o forse perduta la
tua grazia, che non ci venite?” E Lui, interrompendo il mio dire lamentevole mi
ha detto:
(2)
“Figlia mia, sai tu che cosa fa la mia grazia?
La mia grazia rende felice l’anima dei beati comprensori, e rende felice
l’anima dei viatori, con questa sola differenza, che i comprensori beandosi e
deliziandosi, e i viatori lavorando e mettendola a traffico. Sicché, chi possiede la grazia ritiene in sé
stessa il paradiso, perché la grazia non è altro che possedere Me stesso, ed
essendo Io solo l’oggetto incantevole che incanta tutto il paradiso, e che
formo tutti i contenti dei beati, l’anima possedendo la grazia, dovunque si
trova possiede il suo paradiso”.
Luisa accetta soffrire nel
purgatorio per liberare alcune anime.
(1) Il
mio diletto Gesù è venuto tutto affabilità, mi pareva come un intimo amico che
fa tante cerimonie all’altro amico per attestargli il suo amore, le prime
parole che mi ha detto sono state:
(2)
“Diletta mia, se tu sapessi quanto t’amo.
Mi sento tirato grandemente ad amarti, gli stessi miei indugi nel
venire, mi sforzano e sono nuove cause di farmi venire a colmarti di nuove
grazie e carismi celesti. Se tu potessi
comprendere quanto ti amo; il tuo amore paragonato col mio appena lo
scorgeresti”.
(3) Ed
io: “Mio dolce Gesù, è vero ciò che
dite, ma anch’io sento che vi amo assai, e se Voi dite che il mio amore
paragonato al vostro appena si scorge, questo è perché il vostro potere è senza
limiti ed il mio è limitato, e per tanto, posso fare per quanto da Voi stesso
mi viene dato; è tanto vero ciò, che quando mi viene la volontà di più soffrire
per maggiormente attestarvi il mio amore, se Voi non me le concedete le pene,
non sta in mio potere il soffrire e sono costretta a rassegnarmi anche in
questo, ed essere quell’essere inutile che da me sono stata sempre. Invece, a Voi stava in vostro potere lo
stesso patire, ed in qualunque modo volete manifestarmi il vostro amore, già lo
potete fare. Diletto mio, dammi a me il
potere, e poi vi farò vedere quanto so fare per amor vostro, perché quella
misura che mi date, quella stessa misura vi darò”.
(4)
Lui ascoltava con sommo piacere il mio dire spropositato, e quasi volendomi
mettere a prova, mi ha trasportato fuori di me stessa, vicino ad un luogo
profondo, pieno di fuoco liquido e tenebroso; metteva orrore e spavento a solo
vederlo. Gesù mi ha detto:
(5)
“Qui c’è il purgatorio, e molte anime ci sono ammassate in questo fuoco. Andrai tu in questo luogo a soffrire per
liberare quelle anime che piacciono a Me, e questo lo farai per amor mio”.
(6) Io
subito, sebbene un po’ tremando, gli ho detto:
“Tutto per amor vostro, sono pronta, ma ci dovete venire Voi insieme,
altrimenti, se mi lasciate non vi fate più trovare, e poi mi fate piangere ben
bene”.
(7) E
Lui: “Se vengo Io insieme, qual sarebbe
il tuo purgatorio? Quelle pene con la
mia presenza, per te si cambierebbero in gioie ed in contenti”.
(8) Ed
io: “Sola non ci voglio andare, e poi,
mentre andremo in quel fuoco, Voi vi starete dietro le mie spalle, così non vi
vedo e accetterò questa sofferenza”.
(9) Così
sono andata in quel luogo ripieno di dense tenebre, e Lui che mi seguiva da
dietro, ed io per timore ancora mi lasciasse, gli ho preso le mani, tenendole
strette alle mie spalle. Giunta laggiù,
chi può dire le pene che soffrivano quelle anime? Sono certo inenarrabili a persone vestite d’umana carne. Onde, andando io in quel fuoco, esso
distruggevasi e si diradavano le tenebre, e molte anime ne uscivano ed altre ne
restavano sollevate. Dopo essere stata
circa un quarto d’ora, ce ne siamo usciti, e Gesù tutto si lamentava; io subito
ho detto: “Dimmi mio Bene, perché vi
lamentate? Cara mia vita, sono stata io
forse la causa perché non ho voluto andare sola in quel luogo di pene? Dimmi, dimmi, avete sofferto molto nel
vedere quelle anime soffrire? Che cosa
vi sentite?”
(10) E
Gesù: “Diletta mia, mi sento tutto
ripieno d’amarezze, tanto, che non potendole più contenerle sto per traboccarle
sopra la terra”.
(11) Ed
io: “No, no mio dolce amore, le
verserete a me, non è vero?” Ed avvicinandomi alla bocca ha versato un liquore
amarissimo, in tanta abbondanza che io non potevo contenerlo, e pregavo Lui
stesso che mi desse la forza a sostenerlo, altrimenti, ciò che non avevo fatto
fare a Nostro Signore, l’avrei fatto io, a versarlo sopra alla terra, e questo
mi rincresceva molto a farlo. Pare però
che mi ha dato la forza, sebbene erano tante le sofferenze che mi sentivo venir
meno, ma Gesù prendendomi fra le sue braccia mi sosteneva e mi diceva:
(12)
“Per te bisogna cedere per forza, ti rendi tanto importuna, che mi sento quasi
necessitato a contentarti”.
Membra infermi e membra sani nel corpo mistico di
Gesù.
(1)
Continua il mio adorabile Gesù a venire e questa volta lo vedevo in atto quando
stava alla colonna; Gesù slegandosi si gettava nelle mie braccia per essere da
me compatito. Io mi lo ho stretto ed ho
incominciato ad aggiustargli i capelli tutti aggrumati di sangue, ad
asciugargli gli occhi ed il volto, ed insieme lo baciavo e facevo diversi atti
di riparazione. Quando sono giunta alle
mani e gli ho tolto la catena, con somma meraviglia ho visto che il capo era di
Nostro Signore, ma le membra erano di tant’altre persone, specialmente
religiosi. Oh! quante membra infette
che davano più tenebre che luce; nel lato sinistro ci stavano quei che davano
più da soffrire a Gesù, si vedevano membra infermi, ripiene di piaghe verminose
e profonde, altre che appena restavano attaccate per un nervo a quel corpo, oh!
come si doleva e vacillava quel capo divino sopra di quelle membra! Al lato
destro, poi, si vedevano quelle che erano più buoni, cioè, membra sani,
risplendenti, coperte di fiori e di rugiada celeste, profumate d’olezzanti
odori, e tra queste membra si scorgeva qualcuno che mandava un profumo oscuro.
(2)
Questo capo divino sopra di queste membra, molto veniva a soffrire; è vero che
vi erano delle membra risplendenti, che quasi si rassomigliavano alla luce di
quel capo, che lo ricreavano e gli davano grandissima gloria, ma erano in più
gran numero le membra infette. Gesù,
aprendo la sua dolcissima bocca mi ha detto:
(3)
“Figlia mia, quanti dolori mi danno queste membra! Questo corpo che tu vedi, è
il corpo mistico della mia Chiesa, di cui mi glorio d’esserne il capo, ma
quanto strazio crudele fanno queste membra in questo corpo! Pare che si aizzano
tra loro a chi più possa darmi tormento”.
(4) A
detto altre cose che non tanto ricordo bene su di questo corpo, perciò faccio
punto.
Eloquente elogio della croce.
(1)
Trovandomi molto afflitta per certe cose che non è qui licito il dirle,
l’amabile Gesù, volendomi sollevare nella mia afflizione è venuto in un aspetto
tutto nuovo, mi pareva vestito di colore celeste, tutto ornato di campanellini
piccoli, di oro, che toccandosi fra loro risuonavano di un suono non mai
udito. All’aspetto di Gesù ed al
grazioso suono, mi sono sentita incantare e sollevare nella mia afflizione, che
come fumo si dipartiva da me. Io sarei
rimasta lì in silenzio, tanto mi sentivo incantare stupite le potenze
dell’anima mia, se il benedetto Gesù non avesse rotto il mio silenzio col
dirmi:
(2)
“Figlia a Me diletta, tutti questi campanellini sono tante voce che ti parlano
del mio amore, e che chiamano te ad amarmi.
Ora, lasciami vedere quanti campanelli tieni tu, che mi parlano del tuo
amore e che chiamano Me ad amarti”.
(3) Ed
io, tutta piena di rossore gli ho detto:
“Neh! Signore, che dite? Io non
ho niente, non ho altro che i soli difetti”.
(4)
Allora Gesù, compatendo la mia miseria, a ripreso a dirmi:
(5)
“Tu non hai niente, è vero, ebbene, voglio ornarti Io coi miei stessi
campanelli, acciò possa aver tante voci come chiamarmi e come mostrarmi il tuo
amore”.
(6)
Così pareva che come una fascia ornata di questi campanellini, mi cingesse la
vita. Dopo ciò, io sono lasciata in
silenzio e Lui ha soggiunto:
(7)
“Oggi ho piacere di trattenermi con te, dimmi qualche cosa”.
(8) Ed
io: “Voi sapete che tutto il mio
contento è di stare insieme con Voi, ed avendo Voi, ho tutto, onde possedendo
Voi, mi pare che non ho che altro desiderare, né che dire”.
(9) E
Gesù: “Fammi sentire la tua voce che
ricrea il mio udito, conversiamo un poco insieme, Io ti ho parlato tante volte
della croce, oggi fammi sentire parlare te della croce”.
(10) Io
mi sentivo tutta confusa, non sapevo che dire, ma Lui, mandandomi un raggio di
luce intellettuale, per contentarlo ho incominciato a dire: “Diletto mio, chi vi può dire che cosa è la
croce, solo la vostra bocca può degnamente parlare della sublimità della croce,
ma giacché lo volete, che parli io, pure, lo faccio: “La croce sofferta da Voi mi liberò dalla schiavitù del demonio,
e mi sposò alla Divinità con nodo indissolubile; la croce è feconda, e mi
partorisce la grazia; la croce è luce e mi disinganna dello temporale, e mi
svela l’eterno; la croce è fuoco, e tutto ciò che non è di Dio mette in cenere,
fino a svuotarmi il cuore d’un minimo filo d’erba che possa starci; la croce è
moneta d’inestimabile prezzo, e se io avrò, Sposo Santo, la fortuna di
possederla mi arricchivo di monete eterne, fino a rendermi la più ricca del
paradiso, perché la moneta che corre in cielo è la croce sofferta in terra; la
croce più fa conoscere me stessa, non solo, ma mi dà la conoscenza di Dio; la
croce m’innesta tutte le virtù; la croce è la nobile cattedra dell’increata
sapienza, che m’insegna le dottrine più alte, sottile e sublime; sicché, la
sola croce mi svelerà i misteri più nascosti, le cose più recondite, la
perfezione più perfetta nascosta ai più dotti e sapienti del mondo. La croce è qual acqua benefica che mi
purifica, non solo, ma mi somministra il nutrimento alle virtù, me le fa
crescere ed allora mi lascia quando mi ricondusse alla eterna vita. La croce è qual rugiada celeste che mi
conserva e mi abbellisce il bel giglio della purità; la croce è l’alimento
della speranza; la croce è fiaccola della fede operante; la croce è quel legno
solido che conserva e fa mantenere sempre acceso il fuoco della carità; la
croce è quel legno asciutto che fa svanire e mettere in fuga tutti i fumi di
superbia e di vana gloria, e produce nell’anima l’umile viola dell’umiltà; la
croce è l’arma più potente che offende i demoni e mi difende da tutte i loro
artigli. Sicché, l’anima che possiede
la croce, è d’invidia e d’ammirazione agli stessi angioli e santi; di rabbia e
di sdegno ai demoni. La croce è il mio
paradiso in terra, dimodochè se il paradiso di là, dei beati, sono i godimenti;
il paradiso di qua sono i patimenti. La
croce è la catena d’oro purissimo che mi congiunge con Voi, mio sommo Bene, e
forma l’unione più intima che dar si possa, fino a far scomparire l’essere mio
e mi tramuta in Voi, mio oggetto amato, tanto da sentirmi perduta in Voi e vivo
dalla vostra stessa vita”.
(11)
Dopo che ebbi detto questo (non so
se sono spropositi) l’amabile mio
Gesù nel sentirmi, tutto si compiaceva e preso da entusiasmo d’amore, tutta mi
baciava e mi ha detto:
(12)
“Bravo, bravo alla mia diletta, hai detto bene. L’amor mio è fuoco, ma non come il fuoco terreno che dovunque
penetra rende sterile e mette tutto in cenere.
Il mio fuoco è fecondo e solo sterilisce tutto ciò che non è virtù, ma
il resto, dà vita a tutto e vi fa germogliare i bei fiori, fa produrre i più
squisiti frutti e lo rende il più delizioso giardino celeste.
(13) La
croce è tanto potente e l’ho comunicato tanta grazia, da renderla più efficace
dagli stessi sacramenti, e questo perché nel ricevere il sacramento del mio
corpo, ci vogliono le disposizioni ed il libero concorso dell’anima per
ricevere le mie grazie, che molte volte possono mancare, ma la croce ha virtù
di disporre l’anima alla grazia”.
Luisa parla della verginità e la purità.
(1)
Dopo lungo silenzio, questa mattina l’amabile mio Gesù, interrompendolo, mi ha
detto:
(2)
“Io sono il ricettacolo delle anime pure”.
(3) Ed
in queste sue parole ebbi luce intellettuale che mi faceva comprendere molte
cose sulla purità, ma poco o niente so ridurre a parole di ciò che sento
nell’intelletto. Ma l’onorevolissima
signora obbedienza vuol che scriva qualche cosa, anche spropositando, e per
contentare lei sola dirò i miei spropositi sulla purità.
(4) Mi
pareva che la purità fosse la gemma più nobile che l’anima può possedere. L’anima che possiede la purità è investita
di candida luce, in modo che Iddio benedetto, rimirandola, ritrova la sua
stessa Immagine, si sente tirato ad amarla, tanto che giunge ad innamorarsi di
lei, ed è preso da tanto amore che le dà per ricetto il suo purissimo cuore,
perché solo ciò che è puro e mondissimo entra in Dio, niente entra macchiato in
quel seno purissimo. L’anima che
possiede la purità ritiene in sé il suo primiero splendore che Dio le ha dato
nel crearla, niente è in lei deturpato, snobilitato, ma come regina che aspira
alle nozze del Re celeste, si conserva la sua nobiltà fino a tanto che questo
nobile fiore viene trapiantato nei giardini celesti. Oh! come questo fiore verginale è fragrante di distinto odore!
Sempre si innalza sopra tutti gli altri fiori, ed anche sopra gli stessi angeli. Come spicca di svariata bellezza! Sicché
tutti sono presi da stima ed amore, e libero le danno il passo fino a farlo
giungere allo Sposo Divino, in modo che il primo posto in torno a Nostro
Signore è di questi nobili fiori. Onde
Nostro Signore si diletta grandemente di passeggiare in mezzo a questi gigli
che profumano la terra ed il Cielo, e molto più si compiace d’essere circondato
da questi gigli, che essendone Lui il primo nobile giglio ed il modello, è
l’esemplare di tutti gli altri. Oh!
come è bello veder un’anima vergine! Il suo cuore non dà altro alito che di
purità e di candore, non è neppure ombrato d’altro amore che non è Dio, anche
il suo corpo spira odore di purità; tutto è puro in lei: Pura nei passi, pura nel operare, nel
parlare, nel guardare, anche nel muoversi, sicché al solo vederla, si sente la
fragranza, e vi si scorge un’anima vergine d’avvero. Quali carismi, quale grazie, quale l’amore scambievole, gli
stratagemmi amorosi tra quest’anima e lo Sposo Gesù! Solo chi li prova può dire
qualche cosa, che neppure tutto si può narrare, ed io non mi sento in dovere di
parlare su di questo, perciò faccio silenzio e passo innanzi.
Come Dio ci attira ad amarlo in tre modi, e come in
tre modi si manifesta all’anima.
(1)
Questa mattina, il mio adorabile Gesù non ci veniva. Dopo molto aspettare e riaspettare, quando appena, quasi come un
lampo che sfugge, parecchie volte si ha fatto vedere, ma mi pareva vedere
piuttosto una luce che Gesù, ed in questa luce una voce, che diceva la prima
volta che è venuta:
(2)
“Io ti attiro ad amarmi in tre modi: A
forza di benefizi, a forza di simpatie ed a forza di persuasioni”.
(3)
Chi può dire quante cose comprendevo in queste tre parole? Mi pareva che Gesù benedetto, per attirare
il mio amore ed anche a quello delle altre creature, fa piovere benefizi a pro
nostro, e vedendo che questa pioggia di benefizi non giunge al punto di
guadagnarsi il nostro amore, giunge a rendersi simpatico. E, qual è questa simpatia? Sono le sue pene sofferte per amor nostro,
fino a morire diluviante sangue sopra d’una croce, dove si rese tanto
simpatico, che innamorò di Sé i suoi stessi carnefici, ed i suoi più fieri
nemici. Di più, per attirarci più
maggiormente e rendere più forte e stabile il nostro amore, ci ha lasciato la luce
dei suoi santissimi esempi, uniti alla sua celeste dottrina, e che come luce ci
diradano le tenebre di questa vita e ci conducono all’eterna salvezza.
(4) La
seconda volta che è venuta, mi ha detto:
(5)
“Io mi manifesto all’anima in tre diversi modi: Con la potenza, con la notizia e con l’amore. La potenza è il Padre, la notizia è il
Verbo, l’amore è lo Spirito Santo”.
(6)
Oh! quante altre cose comprendevo! Ma troppo scarso è quello che so
manifestare. Mi pareva che con la
potenza si manifesta Dio all’anima in tutto il creato, dal primo all’ultimo
essere viene manifestata l’onnipotenza di Dio.
Il cielo, le stelle e tutti gli altri esseri ci parlano, sebbene in muto
linguaggio, d’un Ente Supremo, d’un Essere increato, della sua onnipotenza,
perché l’uomo più scienziato, con tutta la sua scienza non può giungere a
creare il più vile moscherino, e questo ci dice che ci deve essere un’Essere
increato potentissimo, che ha creato tutto, e dà vita e sussistenza a tutti gli
esseri. Oh! come tutto l’universo a
chiare note ed a caratteri incancellabili ci parla di Dio e della sua
onnipotenza! Sicché chi non lo vede è cieco volontario.
(7)
Con la notizia, mi pareva che Gesù benedetto nel scendere dal Cielo, venisse in
persona sulla terra a darci notizia di ciò che è a noi invisibile, ed in quanti
modi non si manifestò Egli? Credo che
ognuno, da sé, comprenda tutto il resto, perciò non mi dilungo a dire.
Gesù vuole di lei continua
attitudine di sacrificio.
(1)
Dopo aver passato parecchi giorni quasi di privazione totale del mio sommo ed
unico Bene, accompagnati da una durezza di cuore, senza poter neppure piangere
la mia gran perdita, sebbene offrivo a Dio anche quella durezza
dicendogli: “Signore accettatela come
sacrificio, Voi solo potete rammollire questo cuore sì duro”. Finalmente, dopo lungo penare, è venuta la
mia cara Mamma Regina portando nel suo grembo il celeste Bambino ravvolto in un
pannolino, tutto tremante; me lo ha dato fra le mie braccia dicendomi:
(2)
“Figlia mia, riscaldalo coi tuoi affetti, che il mio Figlio nacque in estrema
povertà, in totale abbandono degli uomini ed in somma mortificazione”.
(3)
Oh! come era carino con quella sua celeste beltà! L’ho preso fra le mie braccia
e me l’ho stretto per riscaldarlo, perché era quasi intirizzito dal freddo, non
avendo altra cosa che lo copriva che un solo pannolino. Dopo averlo riscaldato per quanto ho potuto,
il mio tenero Bambinello snodando le sue purpurei labbra mi ha detto:
(4)
“Mi prometti tu d’essere sempre vittima per amor mio, come Io lo sono per amor
tuo?”
(5) Ed
io: “Si, Tesoretto mio, ve lo
prometto”.
(6) E
Lui: “Non sono contento della parola,
ne voglio un giuramento ed anche una sottoscrizione col tuo sangue”.
(7) Ed
io: “Se vuole l’ubbidienza lo farò”.
(8) E
Lui pareva tutto contento, ed ha soggiunto:
(9)
“Il mio cuore da che nacqui lo tenni sempre offerto in sacrificio per
glorificare il Padre, per la conversione dei peccatori e per le persone che mi
circondavano e che più mi furono fedeli compagni nelle mie pene. Così voglio che il tuo cuore stia in
continua attitudine, offerto in spirito di sacrificio per questi tre fini”.
(10)
Mentre ciò diceva, la Regina Mamma voleva il Bambino per ristorarlo col suo
latte dolcissimo. L’ho restituito, e Lei
è uscita la sua mammella per metterla in bocca al Divino Bambolo, ed io furba,
volendo fare uno scherzo, ho messo la mia bocca a succhiare; ho tirato poche
gocce, e nell’atto che ciò facevo mi hanno scomparso, lasciandomi contenta e
scontenta.
(11)
Sia tutto a gloria di Dio ed a confusione di questa misera peccatrice.
La carità dev’essere come un
ammanto che deve coprire le azioni.
(1)
Continuava a farsi vedere ad ombra ed a lampo.
Mentre mi trovavo in un mare d’amarezza per la sua assenza, in un
istante vi si è fatto vedere dicendomi:
(2)
“La carità dev’essere come un ammanto che deve coprire tutte le tue azioni, in
modo che tutto deve rilucere di perfetta carità. Che significa quel dispiacerti quando non soffri? Che la tua carità non è perfetta, perché il
soffrire per amor mio e il non soffrire per mio amore, senza la tua volontà, è
tutto lo stesso”.
(3) Ed
è scomparso lasciandomi più amareggiata di prima, volendo toccare un tasto
troppo per me delicato, e che Lui stesso mi ha infuso. Onde dopo aver versato amare lacrime nello
stato mio miserabile, e sopra l’assenza del mio adorabile Gesù, è ritornato e
mi ha detto:
(4)
“Con le anime giuste mi porto con giustizia, anzi ricompensandole
duplicatamente per la loro giustizia, col favorirle delle grazie più grandi e
col parlarle di parole giuste e di santità”.
(5) Io
però mi trovavo tanto confusa e cattiva, che non ardivo di dire una sola
parola, anzi continuavo a versare lacrime sulla mia miseria. E Gesù , volendomi infondere fiducia, ha
messo la sua mano sotto della mia testa per sollevarla, che non mi reggeva, ed
ha soggiunto:
(6)
“Non temere, Io sono lo scudo dei tribolati”.
(7) Ed
è scomparso.
L’umiliazione e la mortificazione, i suoi effetti.
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù quando appena l’ho visto, e siccome
l’ubbidienza mi aveva detto che pregassi per una persona, perciò quando Gesù è
venuto, l’ho raccomandato, e Lui mi ha detto:
(2)
“L’umiliazione non solo si deve accettare, ma anche amarla, tanto da masticarla
come un cibo, e siccome quando un cibo è amaro, quanto più si mastica, tanto
più si sente l’amarezza, così l’umiliazione ben masticata, fa nascere la
mortificazione, e queste sono due potentissimi mezzi, cioè, l’umiliazione e la
mortificazione, come uscire da certi intoppi ed ottenere quelle grazie che si
vogliono. Mentre pare nocevole
all’umana natura, come il cibo amaro pare che voglia recare piuttosto male che
bene, così l’umiliazione e la mortificazione, ma no. Quando il ferro è più battuto sopra dell’incudine, tanto più
sfavilla fuoco e resta purgato, così l’anima, quanto più è umiliata e battuta
sotto all’incudine della mortificazione, tanto più sfavilla scintille di fuoco
celeste, e resta purgata se veramente vuol camminare la via del bene. Se poi è falsa, succede tutto al contrario”.
Effetto della conoscenza di sé stesso.
(1)
Trovandomi molto afflitta per la privazione del mio sommo ed unico Bene, dopo
molto aspettare e riaspettare, finalmente l’ho visto uscire da dentro il mio
cuore, che piangeva, facendomi cenno con gli occhi che gli doleva la ferita
fatta nella circoncisione, perciò piangeva, e che aspettava da me che l’avessi
asciugato il sangue che scorreva dalla ferita, e raddolcissi il dolore del
taglio. Tutta compassione e confusione
insieme, tanto che non ardivo di ciò fare, ma tirata dall’amore, non so come mi
sono trovato un pannolino in mano ed ho cercato per quanto ho potuto,
d’asciugare il sangue al bambino Gesù.
Mentre ciò facevo, mi sentivo tutta piena di peccato e pensavo che io ne
ero la causa di quel dolore di Gesù.
Oh! quanto mi faceva pena, mi sentivo assorbita in quell’amarezza e il
benedetto bambinello, compatendo il mio miserabile stato, mi ha detto:
(2)
“Quanto più l’anima si umilia e conosce sé stessa, tanto più si accosta alla
verità, e trovandosi nella verità, cerca di spingersi nella via delle virtù, da
cui si vede molto lontana; e se si vede che si trova nella via delle virtù,
scorge subito il molto che le resta da fare, perché le virtù non hanno termino,
sono infinite come sono Io. Onde,
l’anima trovandosi nella verità, cerca sempre di perfezionarsi, ma mai giungerà
a vedersi perfetta, e questo le serve e farà che l’anima stia continuamente
lavorando, sforzandosi per maggiormente perfezionarsi, senza perdere il tempo
in oziosità; ed Io, compiacendomi di questo lavoro, man mano la vado ritoccando
per dipingere in lei la mia rassomiglianza.
Ecco perciò volli essere circonciso, per dare un esempio di grandissima
umiltà, che fece stordire gli stessi angeli del Cielo”.
La pace.
(1)
Continuo a vedermi tutta piena di miserie, non solo, ma anche inquieta. Mi pare che tutto il mio interno si fosse
messo all’arme per la perdita di Gesù.
Andavo pensando tra me, che i miei grandi peccati mi avevano meritato
che il mio adorabile Gesù mi avesse lasciato, e quindi non dovevo più
rivederlo. Oh! che morte crudele è
questo pensiero per me! Anzi, più spietato di qualunque morte! Non più vedere
Gesù! Non più sentire la soavità della sua voce! Perdere Colui da cui la mia
vita dipende e da cui mi viene ogni mio bene! Come poter vivere senza di
Lui? Ah! per me tutto è finito se perdo
Gesù! Con questi pensieri mi sentivo un’agonia di morte, tutto l’interno
sossopra che voleva Gesù, e Lui in un lampo di luce si è manifestato all’anima
mia dicendomi:
(2)
“Pace, pace, non volerti turbare. Come
un fiore odorosissimo profuma il luogo dove si mette, così la pace riempie di
Dio l’anima che la possiede”.
(3) E
come lampo è sfuggito. Ah! Signore,
quanto siete buono con questa peccatrice, e vi dico pure in confidenza: “Quanto siete impertinente, che nientemeno
che devo perdere Voi, e neppure volete che mi turbi e mi inquieti, e se ciò
faccio mi fate capire che io stessa m’allontano da Voi, perché con la pace mi
riempio di Dio e col turbarmi mi riempio di tentazioni diaboliche”. Oh mio dolce Gesù! quanta pazienza ci vuole
con Voi! che qualunque cosa mi succeda, neppure posso inquietarmi, né turbarmi,
ma volete che me ne stia in perfetta calma e pace.
Effetti del peccato e della confessione.
(1)
Trovandomi nel solito mio stato, mi sono sentita uscire fuori di me stessa e ho
trovato l’adorabile mio Gesù, ma, oh! quanto mi vedevo piena di peccati innanzi
alla sua presenza! Nel mio interno mi sentivo un forte desiderio di fare la mia
confessione a Nostro Signore, quindi, a Lui rivolgendomi, ho incominciato a
dire le mie colpe, e Gesù mi ascoltava.
Quando ho finito di dire, rivolgendosi a me con un volto pieno di
mestizia mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, il peccato è un abbraccio velenoso e mortifero all’anima, non
solo, ma come pure a tutte le virtù che nell’anima si trovano, se è grave; se
poi è veniale, è un abbraccio feritore, che rende l’anima molto debole ed
inferma, ed insieme con essa si infermano le virtù che aveva acquistato. Che arma micidiale è il peccato! Solo il peccato può ferire e dare morte
all’anima! Nessun’altra cosa può nuocerla, nessun’altra cosa la rende innanzi a
Me obbrobriosa, odiosa, che il solo peccato”.
(3)
Mentre dicevo ciò, io comprendevo la bruttezza del peccato e sentivo tale una
pena, che non so neppure esprimerla. E
Gesù, vedendomi tutta compenetrata, ha alzato la benedetta destra e ha
pronunziato le parole dell’assoluzione.
Poi dopo ha soggiunto:
(4)
“Come il peccato ferisce e dà morte all’anima, così il sacramento della
confessione dà la vita e la risana dalle ferite, e restituisce il vigore alle
virtù, e questo, più o meno, secondo le disposizioni dell’anima, così opera la
virtù del sacramento”.
(5) Mi
pareva che l’anima mia avesse ricevuto nuova vita, non scorgevo più quel
fastidio di prima dopo che Gesù mi diede l’assoluzione. Sia sempre ringraziato e glorificato il
Signore!
La confidenza:
Scala per salire alla Divinità.
(1)
Questa mattina ho fatto la comunione ed essendomi trovata insieme con Gesù, ci
stava la Mamma Regina, ed oh! maraviglia, guardavo la Madre e vedevo il cuore
di Lei tramutato in Gesù Bambino, guardavo il Figlio e vedevo nel cuore del
Bambino la Madre. In questo mentre, mi
sono ricordata che oggi è l’Epifania, ed io, ad esempio dei santi magi dovevo
offrire qualche cosa al Bambino Gesù, ma mi vedevo che non avevo niente che
dargli. Allora, vedendo la mia miseria,
mi è venuto in pensiero di offrire per mirra il mio corpo con tutte le
sofferenze dei dodici anni che ero stata nel letto pronta a soffrire e a starvi
quant’altro tempo a Lui piacesse; per oro, la pena che sento quando mi priva
della sua presenza, che è la cosa più penosa e dolorosa per me; per incenso le
mie povere preghiere, unite a quelle della Regina Mamma, acciocché fossero più
accettevoli al Bambino Gesù. Onde ne ho
fatto l’offerta con tutta la confidenza che il Bambino avesse tutto
accettato. Gesù pareva che con molto
gusto accettasse le mie povere offerte, ma quello che più gustava era la
confidenza con cui lo aveva offerto.
Onde mi ha detto:
(2)
“La confidenza ha due braccia, con uno s’abbraccia alla mia Umanità, e della
mia Umanità se ne serve come scala per salire alla mia Divinità, con l’altro si
abbraccia alla Divinità ed a torrenti vi attinge le grazie celesti, sicché
l’anima vi resta tutta inondata nell’Essere Divino. Quando l’anima è confidente, è certa d’ottenere ciò che
domanda. Io mi faccio legare le
braccia, le faccio fare ciò che vuole, la faccio penetrare fin dentro il mio
cuore e da sé stessa faccio prendere quello che mi ha domandato. Se ciò non facessi, mi sentirei in uno stato
di violenza”.
(3)
Mentre ciò dicevo, dal petto del Bambino e da quello della Madre uscivano tanti
ruscelli di liquore, (ma non so dire
proprio come si chiamava quello che dico liquore), che tutta m’inondavano l’anima.
La Regina Madre è scomparsa.
(4)
Dopo ciò, insieme col Bambino siamo usciti fuori, nella volta dei cieli, il suo
grazioso volto lo vedevo mesto, ho detto tra me: “Forse vuole il latte perciò sta mesto”. Onde gli ho detto: “Vuoi succhiare a me, ché la Regina Mamma non c’è?” Ma prima di
ciò fare mi sono messa in timore, ancor fosse demonio, onde per assicurarmi
l’ho segnato più volte colla croce e gli ho detto: “Siete voi veramente Gesù Nazareno, la Seconda Persona della
Santissima Trinità, il Figlio di Maria Vergine Madre di Dio?” Il Bambino
assicurava di si. Quindi assicurata,
l’ho messo a succhiare a me. Il Bambino
pareva che si ravvivasse prendendo un aspetto giulivo, e vedevo che si
succhiava parte di quei ruscelli, di che Lui stesso mi aveva inondato. E mentre ciò faceva, mi sentivo tirare il
cuore, ché da egli pareva che veniva quel latte che Gesù tirava da me. Chi può dire ciò che passava tra me ed il
Bambino Gesù? Non ho lingua a saperlo manifestare,
non vocaboli per poterlo descrivere.
Anche gli errori gioveranno.
(1)
Stavo pensando tra me: Chi sa quanti
spropositi, quanti errori contengono queste cose che scrivo! In questo mentre,
mi sono sentita perdere i sensi, ed è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, anche gli errori gioveranno, e questo a far conoscere che non c’è
nessun artifizio da parte tua, né che tu sei qualche dottore, ché se ciò fosse,
tu stessa avresti avvertito dove erravi, e questo pure farà risplendere di più
che sono Io che ti parlo, vedendo la cosa alla semplice; ma però t’assicuro che
non troveranno l’ombra del vizio e cosa che non dica virtù, perché mentre tu
scrivi, ti sto Io stesso guidando la mano; al più potranno trovare qualche
errore a primo aspetto, ma se la rimireranno ben bene, vi troveranno la
verità”.
(3)
Detto ciò è scomparso, ma dopo qualche ora di tempo è ritornato, ed io mi
sentivo tutta titubante ed impensierita sulle parole che mi aveva detto, e Lui
ha soggiunto:
(4)
“Il mio retaggio è la fermezza e la stabilità; non sono soggetto a mutamento
alcuno, e l’anima, quanto più si avvicina a Me e s’inoltra nella via delle
virtù, tanto più si sente ferma e stabile nell’operare il bene, e quanto più
sta da Me lontana, tanto più sarà soggetta a mutarsi ed a traballare, ora al
bene ed ora al male”.
Differenza tra la conoscenza di sé stesso e l’umiltà.
(1)
Trovandomi nel solito mio stato, l’amabile mio Gesù è venuto in un stato
compassionevole. Teneva le mani legate
strettamente ed il volto coperto di sputi, e parecchie persone che lo
schiaffeggiavano orribilmente, e Lui se ne stava quieto, placido, senza fare un
moto o muovere un lamento, neppure un muovere di ciglia, per far vedere che Lui
voleva soffrire quegli oltraggi, e questo non solo esternamente, ma anche
internamente. Che spettacolo
commovente, da far spezzare i cuori più duri! Quante cose diceva quel volto con
quegli sputi pendenti, imbrattato di fango! Io mi sentivo inorridire, tremavo,
mi vedevo tutta superbia innanzi a Gesù.
Mentre stava in questo aspetto, Lui mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, i soli piccolini si lasciano maneggiare come si vuole, non quelli
che sono piccoli di ragione umana, ma quelli che sono piccoli ma ripieni di
ragione divina. Solo Io posso dire che
sono umile, ché nell’uomo ciò che si dice umiltà, piuttosto si deve dire
conoscenza di sé stesso, e chi non conosce sé stesso cammina già nella
falsità”.
(3)
Per qualche minuti Gesù ha fatto silenzio ed io me ne stavo a
contemplarlo. Mentre ciò facevo, ho
visto una mano che portava una luce che frugando nel mio interno, nei più
intimi nascondigli, voleva vedere se fosse in me la conoscenza di me stessa e
l’amore alle umiliazioni, alle confusioni ed agli obbrobri; quella luce trovava
un vuoto nel mio interno, ed io pur lo vedevo che doveva essere riempito
d’umiliazioni e confusioni ad esempio del benedetto Gesù. Oh! quante cose mi faceva comprendere quella
luce e quel volto santo che mi stava dinanzi! Dicevo tra me: “Un Dio, per amor mio umiliato, confuso, ed
io, peccatrice, senza di queste divise! Un Dio stabile, fermo nel sopportare
tante ingiurie, tanto che non si smuove un tantino per scuotersi da quegli
sputi fetenti, – ah! mi si fa manifesto il suo interno innanzi alla Divinità e
l’esterno innanzi agli uomini, – e pure, se lo vuole lo può, a liberarsi,
perché non sono le catene che lo legano, ma la sua stabile Volontà, che a
qualunque costo vuol salvare il genere umano.
Ed io? Ed io? Dove sono le mie umiliazioni, dove la
fermezza, la costanza nell’operare il bene per amor del mio Gesù, e per amor
del mio prossimo? Ahi! che vittime
differenti siamo io e Gesù! Ahi! che non ci conformiamo affatto! Mentre il mio
piccolo cervello si perdeva in questo, il mio adorabile Gesù mi ha detto:
(4)
“Solo la mia Umanità fu ripiena d’obbrobri e di umiliazioni, tanto da
traboccarne fuori, ecco perciò che innanzi alle mie virtù trema il Cielo e la
terra; e le anime che mi amano si servono della mia Umanità come scala per
salire a lambire qualche goccioline delle mie virtù. Dimmi un po’, dinanzi alla mia umiltà, dov’è la tua? Solo Io posso gloriarmi di possedere la vera
umiltà, la mia Divinità unita alla mia Umanità, poteva operare prodigi in ogni
passo, parole ed opere, ed invece volontariamente mi restringevo nel cerchio
della mia Umanità, e mi mostravo il più povero, e giungevo a confondermi con
gli stessi peccatori.
(5)
L’opera della Redenzione in pochissimo tempo potevo operarla, ed anche per una
sola parola, ma volli per il corso di tant’anni, con tanti stenti e patimenti,
fare mie le miserie dell’uomo, volli esercitarmi in tante diverse azioni per
fare che l’uomo fosse tutto rinnovato, divinizzato, anche nelle minime opere,
perché esercitate da Me, che ero Dio ed Uomo, ricevevano nuovo splendore e
restavano con l’impronta d’opere divine.
La mia Divinità nascosta nella mia Umanità..., scendere a tanta
bassezza, soggettarsi al corso delle azioni umane mentre con un solo atto di
Volontà avrei potuto creare infiniti mondi..., sentire le miserie, le debolezze
altrui, come se fossero sue, vedersi coperta di tutti i peccati degli uomini
innanzi alla divina giustizia e che ne doveva pagare il fio col prezzo di pene
inaudite e con lo sborso di tutto il suo sangue, esercitava continui atti di
profonda ed eroica umiltà.
(6)
Eccoti oh figlia, la diversità grandissima della mia umiltà con la umiltà delle
creature, che innanzi alla mia, appena è un’ombra; anche quella di tutti i miei
santi, perché la creatura è sempre creatura e non conosce quanto pesa la colpa
come lo conosco Io, sia pure che anime eroine, al mio esempio si sono offerte a
soffrire le pene altrui, ma queste non sono diverse di quelle, dalle altre
creature, non sono cose nuove per loro, perché sono formate dalla stessa
creta. Poi, il solo pensare che quelle
pene sono causa di nuovi acquisti e che glorificano Iddio, è un grande onore
per loro. Oltre di ciò, la creatura è
ristretta nel cerchio dove Iddio l’ha messo, né può uscire da quei limiti,
onde, stata circuita da Dio. Oh! se
stesse in loro potere il fare ed il disfare, quant’altre cose farebbero, ognuno
giungerebbe alle stelle. Ma la mia
Umanità divinizzata non aveva limiti, ma volontariamente si restringeva in sé
stessa, e questo era un intrecciare tutte le mie opere d’eroica umiltà. Era stata questa la causa di tutti i mali
che inondano la terra, cioè, la mancanza dell’umiltà, ed Io con l’esercizio di
questa virtù, dovevo attirare dalla divina giustizia tutti i beni. Ah! si, che non si partono dal mio trono
rescritti di grazie, se non che per mezzo dell’umiltà, né nessun biglietto può
essere da Me ricevuto, se non contiene la firma dell’umiltà, nessuna preghiera
ascoltano le mie orecchie e muove a compassione il mio cuore, se non è
profumata dall’olezzo dell’umiltà. Se
la creatura non giunge a distruggere quel germe d’onore, di stima, e questo si
distrugge col giungere ad amare di essere disprezzata, umiliata, confusa,
sentirà un intreccio di spine intorno al suo cuore, avvertirà un vuoto nel suo
cuore che le darà sempre fastidio e la renderà molto dissimile dalla mia Santissima
Umanità, e se non si giunge ad amare le umiliazioni, al più potrà qualche poco
conoscere sé stessa, ma non risplenderà innanzi a Me vestita della bella e
simpatica veste dell’umiltà”.
(7)
Chi può dire quante cose comprendevo su questa virtù e la differenza tra il
conoscere sé stessa e l’umiltà? Mi
pareva di toccare con mano la distinzione di queste due virtù, ma non ho parola
come spiegarmi. Per dire qualche cosa
me n’avvalgo d’una idea, per esempio:
Un povero dice che è povero, ed anche a persone che non lo conoscono e
che forse possono credere che possiede qualche cosa, manifesta schiettamente la
sua povertà, si può dire che conosce sé stesso e dice la verità, e per questo
viene più amato, muove gli altri a compassione del suo misero stato e tutti lo
aiutano, tale è il conoscere sé stesso.
Se poi, quel povero vergognandosi di manifestare la sua povertà, menasse
vanto che lui è ricco, mentre tutti sanno che lui non tiene neppure le vesti
come coprirsi e si muore della fame, che avviene? Tutti lo disprezzano, nessuno lo aiuta ed addiviene soggetto di
burla e di ridicolaggine a chiunque lo conosce, ed il misero, andando di male
in peggio, finisce col perire. Tale è
la superbia innanzi a Dio ed anche innanzi agli uomini, ed ecco che chi non
conosce sé stesso, già esce dalla verità e precipita nella via della falsità”.
(8)
Or, la differenza dell’umiltà, sebbene mi pare che siano sorelle nate ad un
parto e non può mai essere umile se non conosce sé stesso, per esempio un ricco
che spogliandosi, per amore delle umiliazioni, delle sue nobili vesti, si copre
di miseri cenci, vive sconosciuto, a nessun manifesta chi egli sia, si confonde
coi più poveri, vive coi poveri come se fosse loro pari, fa sue delizie i
disprezzi e le confusioni, ed ecco la bella sorella della conoscenza di sé
stesso, cioè l’umiltà. Ah! si, l’umiltà
chiama la grazia, l’umiltà spezza le catene più forti, qual è il peccato. L’umiltà supera qualunque muro di divisione
tra l’anima e Dio, ed a Lui la ritorna.
L’umiltà è la piccola pianta, ma sempre verde e fiorita, non soggetta ad
essere rosa dai vermi, né i venti, la grandine, il caldo potranno portarle
nocumento, né farla menomamente appassire.
La umiltà, sebbene è la più piccola pianta, ma manda fuori rami
altissimi, che penetrano fin nel cielo e s’intrecciano intorno al cuore di
Nostro Signore, e solo i rami che escono da questa piccola pianta hanno libera
l’entrata in quel cuore adorabile.
L’umiltà è l’ancora della pace nelle tempeste delle onde del mare di
questa vita. L’umiltà è sale che
condisce tutte le virtù e preserva l’anima dalla corruzione del peccato. L’umiltà è l’erbetta che spunta sulla via
battuta dai viandanti, che mentre è calpestata scomparisse, ma subito si vede
spuntare di nuovo più bella di prima.
L’umiltà è qual innesto gentile, che ingentilisce la pianta
selvatica. L’umiltà è il tramonto della
colpa. L’umiltà è la neonata della
grazia. L’umiltà è qual luna che ci
guida nelle tenebre della notte di questa vita. L’umiltà è come quello avaro negoziante che sa ben trafficare le
sue ricchezze, non ne fa sciupio neppure di un centesimo della grazia che gli
viene data. L’umiltà è la chiave della
porta del Cielo, sicché nessuno può entrarvi, se non si tiene ben custodita questa
chiave. Finalmente, altrimenti non la
finisco più ed andrei troppo per le lunghe, l’umiltà è il sorriso di Dio e di
tutto l’Empireo, ed il pianto di tutto l’inferno.
Malvagità ed astuzia dell’uomo
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù andava e ritornava, ma sempre in
silenzio. Dopo mi sono sentita uscire
fuori di me stessa, e Gesù me lo sentivo da dietro che diceva:
(2)
“L’uomo, – dice ché non c’è più rettitudine – fino a tanto che le cose staranno
in questo modo non potremo avere nessuna riuscita ai nostri intenti, affettiamo
virtù, fingiamoci retti, mostriamoci veri amici esternamente ché così sarà più
facile tessere le nostre reti e tirarli nell’inganno, e quando usciremo fuori
per predarli e farli del male, ognuno credendoci amici l’avremo a mano salva
nelle nostre mani. Vedi un po’ dove
giunge l’astuzia dell’uomo!”
(3)
Dopo ciò, il benedetto Gesù volendo un atto di riparazione speciale, pareva che
mi troncasse la vita offrendomi alla divina giustizia. Nell’atto che ciò faceva, io credevo che Gesù
mi facesse passare da questa vita, onde gli ho detto: “Signore, non voglio venire nel Cielo senza le vostre divise,
prima crocifiggetemi e poi portatemi”.
(4)
Così mi ha trapassato coi chiodi le mani ed i piedi, e mentre ciò faceva, con
mio sommo rammarico, Lui è scomparso ed io mi sono trovata in me stessa. Ho detto tra me: “Qui sto ancora! Ahi! quante volte me la fate, mio caro Gesù, ed
avete un’arte a parte a saperlo fare, ché mi fate credere che devo morire,
quindi io me la rido del mondo, delle pene, me la rido di Voi stesso, ché è
finito il tempo di starci separati, non ci saranno più intervalli di
separazione. Ma appena incomincia il
riso, che trovandomi un’altra volta legata nei ceppi del muro di questo fragile
corpo, dimenticando d’avere incominciato a ridere, continuo il pianto, i
gemiti, i sospiri della mia separazione con Voi. Ah! Signore, fate presto, che mi sento violentata a venirci!”
Corrispondenza alla grazia.
(1)
Dopo aver passato giorni amarissimi di privazione, il mio povero cuore lottava
tra il timore d’averlo perduto e la speranza, chi sa potessi di nuovo
rivederlo. Oh! Dio, che guerra
sanguinolenta ha dovuto sostenere questo povero mio cuore! Era tanta la pena
che or si agghiacciava ed or era premuto come sotto d’un torchio e gocciolava
sangue. Mentre mi trovavo in questo
stato, mi sono sentita vicino il mio dolce Gesù, che togliendomi un velo che
m’impediva di vederlo, finalmente ho potuto vederlo. Subito gli ho detto: “Ah!
Signore, non mi vuoi più bene!”
(2) E
Lui: “Si, si, quel che ti raccomando è
la corrispondenza alla mia grazia, e per essere fedele dev’essere come
quell’eco che risuona dentro d’un vuoto, che non appena incomincia ad emettersi
la voce, subito, senza il minimo indugio si sente rimbombare l’eco
appresso. Così tu, non appena incominci
a ricevere la mia grazia, senza neppure aspettare che la compisca di dare,
subito incomincia l’eco della tua corrispondenza”.
L’ordine delle virtù nell’anima.
(1)
Continuo a restare quasi priva del mio dolce Gesù, la mia vita mi viene meno
per la pena, mi sento un tedio, una noia, una stanchezza della vita. Andavo dicendo nel mio interno: “Oh! come si è prolungato il mio esilio! Oh!
qual felicità sarebbe la mia se potessi sciogliere i legami di questo corpo e
così l’anima prenderebbe libero il volo verso il mio sommo Bene!” Un pensiero
mi ha detto: “E se tu vai all’inferno?”
Ed io, per non chiamare il demonio a combattermi, subito mi sono sbrigata col
dire: “Ebbene, anche dall’inferno
manderò i miei sospiri al mio dolce Gesù, anche lì voglio amarlo”. Mentre mi trovavo in questi pensieri ed
altri, che sarebbe troppo lunga la storia il ridirli tutti, l’amabile Gesù per
poco tempo si è fatto vedere, ma in un aspetto serio, e mi ha detto:
(2)
“Non è arrivato ancora il tuo tempo”.
(3)
Poi, con una luce intellettuale mi faceva comprendere che nell’anima tutto
dev’essere ordinato. L’anima possiede
tanti piccoli appartamenti dove ogni virtù prende il suo posto, sebbene si può
dire che una sola virtù contiene in sé tutte le altre e che l’anima
possedendone una sola, viene ad essere corredata da tutte le altre virtù; ma,
con tutto ciò, sono tutte distinte tra loro, tanto che ognuna tiene il suo
posto nell’anima ed ecco che tutte le virtù hanno il loro principio dal mistero
della Sacrosanta Trinità, che mentre è una sono tre distintamente, e mentre
sono tre è una. Comprendevo pure che
questi appartamenti nell’anima, o sono pieni di virtù o del vizio opposto a quella
virtù, e se non c’è né la virtù né il vizio, restano vuoti. A me pareva come una casa che contiene tante
stanze, tutte vuote, oppure quelle stanze, chi piena di serpi, chi di fango,
chi ripiena di qualche mobile pieno di polvere, chi oscura. Ah! Signore, solo Voi potete mettere in
ordine la povera anima mia!
La mortificazione.
(1)
Continua ancora lo stesso. Questa
mattina mi ha trasportato fuori di me stessa, dopo tanto tempo pare che ho
visto Gesù con chiarezza, ma mi vedevo tanto cattiva che non ardivo di dire una
sola parola, ci guardavamo ma in silenzio; in quegli sguardi a vicenda
comprendevo che il mio buon Gesù era ripieno d’amarezza, ma non ardivo di dire
versatele in me. Lui stesso si è
avvicinato a me ed ha incominciato a versare, ed io non potendo contenerle,
come le ricevevo le gettavo per terra.
Lui mi ha detto:
(2)
“Che fai? Non vuoi partecipare più alle
mie amarezze? Non vuoi darmi più
sollievo nelle mie pene?”
(3) Ed
io: “Signore, non è la mia volontà, non
so io stessa che cosa mi è avvenuta, mi sento tanto ripiena, che non ho dove
contenerle; solo un vostro prodigio può più allargare il mio interno e così
potrò ricevere le vostre amarezze”.
(4)
Allora Gesù mi ha segnato con un segno grande di croce ed ha versato di nuovo,
così pare che ho potuto contenerle, e dopo ha soggiunto:
(5)
“Figlia mia, la mortificazione è come il fuoco che fa disseccare tutti gli
umori; cosi la mortificazione dissecca tutti gli umori cattivi che ci sono
nell’anima e la inonda d’un umore santificante, in modo da far germogliare le
più belle virtù”.
Corrispondenza alla grazia.
(1)
Dopo essere venuto parecchie volte, ma sempre in silenzio, io mi sentivo un
vuoto ed una pena che non sentivo la voce dolcissima del mio dolce Gesù e Lui,
ritornando, quasi per contentarmi mi ha detto:
(2)
“La grazia è la vita dell’anima. Come
al corpo dà vita l’anima, così la grazia dà vita all’anima. Ma non basta al corpo per aver vita, aver
l’anima solamente, ma abbisogna ancora d’un cibo come nutrirsi e crescere a
debita statura, cosi all’anima non basta avere la grazia per avere vita, ma ci
vuole un cibo per nutrirla e condurla a debita statura, e qual è questo cibo? E’ la corrispondenza. Sicché la grazia e la corrispondenza formano
quella catena inanellata che la conducono al cielo, ed a misura che l’anima
corrisponde la grazia, viene formando gli anelli di questa catena”.
(3)
Poi ha soggiunto: “Qual è il passaporto
per entrare nel regno della grazia? E’
l’umiltà. L’anima, guardando sempre il
suo nulla e scorgendosi non essere altro che polvere, che vento, tutta la sua
fiducia la rimetterà nella grazia, tanto da renderla padrona, e la grazia,
prendendo padronanza su di tutta l’anima, la conduce per il sentiero di tutte
le virtù e la fa giungere all’apice della perfezione”.
(4)
Che sarà l’anima senza grazia? Mi
pareva come il corpo senza dell’anima, che diventa puzzolente e scaturisce
vermini e marciume da tutte le parti, tanto da rendersi soggetto di orrore alla
stessa vista umana, cosi l’anima, senza la grazia, si rende tanto abominevole
da far orrore alla vista, non degli uomini, ma di quel Dio tre volte Santo.
(5)
Ah! Signore, liberatemi da tanta sciagura e dal mostro abominevole del peccato!
Sconfidenza.
(1)
Trovandomi in uno stato pieno di scoraggiamento, specialmente per la privazione
del mio sommo Bene, questa mattina, facendosi vedere appena, mi ha detto:
(2)
“Lo scoraggiamento è un umore infettivo, che infetta i più bei fiori e i più
graditi frutti e penetra fino al fondo della radice, in modo che quell’umore
infettante, invadendo tutto l’albero, lo rende appassito, squallido, e se non
vi si pone rimedio col innaffiarlo con l’umore contrario, siccome quell’umore
cattivo si è introdotto fin nella radice, dissecca la radice e fa cadere
l’albero per terra. Cosi succede
all’anima che s’imbeve di quest’umore infettivo dello scoraggiamento”.
(3)
Con tutto ciò io mi sentivo ancora scoraggiata, tutta rannicchiata in me stessa
e mi scorgevo tanto cattiva che non ardivo slanciarmi verso il mio dolce
Gesù. La mia mente era occupata che per
me era inutile di più sperare come prima le continue visite di Lui, le sue
grazie, i suoi carismi, tutto per me era finito. E Lui, quasi sgridandomi, ha soggiunto:
(4)
“Che fai? Che fai? Non sai tu che la sconfidenza rende l’anima
moribonda? Che pensando che deve
morire, non pensa più a nulla, né ad acquistare, né a mettere a traffico, né ad
abbellirsi di più, né a porre rimedio ai suoi malori, non pensa altro che per
lei è finito. E non solo rende l’anima
moribonda, ma tutte le virtù la sconfidenza le rende vicine a spirare”.
(5)
Ah! Signore, m’immagino di vedere questo spettro della sconfidenza squallido,
macilento, pauroso e tutto tremante, e tutta la sua maestria, non con altro
ingegno, ma con la sola paura, conduce le anime alla tomba. Ma quel che è più, che questo spettro non si
mostra nemico, ché l’anima può schernirsi della sua paura, ma si mostra amico,
e s’infiltra tanto dolcemente nell’anima, che se l’anima non sta attenta,
scorgendolo amico fedele che agonizza insieme e giunge a morire insieme,
difficilmente si saprà liberare dalla sua artificiosa maestria.
(Senza
titolo)
(1)
Continuando lo stesso stato, con un po’ di coraggio di più, ma non libera
perfettamente, il mio carissimo Gesù nel venire mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, delle volte l’anima sente un incontro in qualche virtù, e l’anima
facendosi forza, supera quell’incontro.
Allora la virtù resta più risplendente e più radicata nell’anima. Ma però l’anima deve stare attenta per
evitare che essa stessa non somministri la funicella per farsi legare dalla
sconfidenza, e questo lo farà col restringersi sempre senza mai uscire dal
circolo della verità, che è la conoscenza del proprio nulla”.
I difetti volontari formano nubi.
(1)
Trovandomi in uno stato d’abbandono da parte del mio adorabile Gesù, il mio
povero cuore me lo sentivo, per il dolore, premere come sotto d’un
torchio. Oh! Dio, che pena
inenarrabile! Mentre mi trovavo in questo stato, quasi ad ombra ho visto il mio
caro Bene, ma non chiaro, solo ho visto chiaro una mano che mi pareva che portava
una lampada accesa ed intingeva il dito nella lampada e mi ungeva la parte del
cuore esacerbata al sommo dal dolore della sua privazione. Ed in questo mentre ho sentito una voce che
diceva:
(2)
“La verità è luce, che portò il Verbo sulla terra. Come il sole illumina, vivifica e feconda la terra, così la luce
della verità dà vita, luce, e rende feconde le anime di virtù. Sebbene molte nubi offuscano questa luce di
verità, quali sono le iniquità degli uomini, ma con tutto ciò non lascia, da
dietro le nubi, di mandare barlumi di luce vivificante, onde riscaldare le
anime, e se queste nubi sono nubi d’imperfezione e di difetti involontari,
questa luce, squarciandole col suo calore le fa svanire e liberamente
s’introduce nell’anima”.
(3)
Onde comprendevo che l’anima deve stare attenta a non cadere anche nell’ombra
del difetto volontario, che sono quelle nubi pericolose che impediscono
l’entrata alla luce divina.
La mortificazione è come la calce.
(1)
Questa mattina, dopo aver fatto la comunione ho visto il mio adorabile Gesù, ma
tutto cambiato d’aspetto. Mi pareva
serio, tutto ritenutezza, in atto di rimproverarmi. Che cambiamento straziante! Il mio povero cuore, anziché venire
sollevato, me lo sentivo più oppresso, più trafitto alla presenza così insolita
di Gesù. Eppure mi sentivo tutto il
bisogno d’un sollievo per le pene sofferte nei giorni passati della sua
privazioni, che mi pareva che vivessi, ma agonizzante e in continua violenza. Ma Gesù benedetto, volendo rimproverarmi,
che andavo cercando sollievo alla sua presenza, mentre non dovevo cercare altro
che patire, mi ha detto:
(2)
“Come la calce ha virtù di concuocere gli oggetti che vi si menano dentro, così
la mortificazione ha virtù di concuocere tutte le imperfezioni e difetti che si
trovano nell’anima, e giunge a tanto, che spiritualizza anche il corpo e come
cerchio vi si pone d’intorno, e vi suggella tutte le virtù. Fino a tanto che la mortificazione non ti
concuoce ben bene, l’anima come il corpo, fino a disfarlo, non potrò suggellare
perfettamente in te il marchio della mia crocifissione”.
(3)
Dopo ciò, non so dire bene chi fosse, ma mi pareva che fosse un angelo, mi ha
trapassato le mani ed i piedi, e Gesù con una lancia che usciva dal suo cuore,
mi ha trapassato il mio, con estremo dolore ed è scomparso lasciandomi più
afflitta di prima. Oh! come comprendevo
bene la necessità della mortificazione, mia inseparabile amica, e che in me non
esisteva neppure l’ombra d’amicizia con la mortificazione! Ah! Signore,
legatemi Voi con indissolubile amicizia con questa buona amica, ché da me non
so mostrarmi che tutta rustichezza, e quella non vedendosi da me accolta con
buon viso, mi usa tutti i riguardi, mi va sempre risparmiando, temendo che non
le abbia a voltare le spalle del tutto, e mai compisse con me il suo bello e
maestoso lavorio, perché, stando che stiamo un po’ lontane, non giungono le sue
mani prodigiose fino a me, in modo da potermi lavorare e presentarmi a Voi come
opera degna delle sue santissime mani.
La mortificazione dev’essere il respiro dell’anima.
(1)
Continua quasi sempre lo stesso. Questa
mattina, dopo avermi rinnovato le pene della crocifissione, mi ha detto:
(2)
“La mortificazione dev’essere il respiro dell’anima. Come al corpo è necessaria la respirazione, e dall’aria buona o
cattiva che si respira così resta infettato o purificato, come pure dalla
respirazione si conosce se è sano o infermo l’interno dell’uomo, se tutte le
parti vitali vanno d’accordo, così l’anima:
se respira l’aria della mortificazione, tutto starà in lei purificato,
tutti i suoi sensi suoneranno di uno stesso suono concordante, il suo interno
rimanderà un respiro balsamico, salutare, fortificante. Se poi non respira l’aria della
mortificazione, tutto sarà discordante nell’anima, manderà un respiro
puzzolente, stomachevole; mentre sta per domare una passione, un’altra si
sfrena. Insomma, la sua vita non sarà
altro che un giuoco da fanciulli”.
(3) Mi
pareva di vedere la mortificazione come uno strumento musicale, che se le corde
sono tutte buone e forti, produce un suono armonioso e gradito. Se poi le corde non sono buone, ora bisogna
aggiustare una, ora accordare un’altra, onde tutto il tempo l’impiega ad
aggiustare, ma mai a suonare, al più potrà suonare un suono discordante e
sgradito, quindi, non si farà mai niente di buono.
Minacce di castighi
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me
stessa, ci vedevo molta gente tutta in movimento, mi pareva, ma non so dire
certo, come una guerra, oppure rivoluzione, ed a Nostro Signore non faceva(no)
altro che intrecciare corone di spine, tanto che, mentre io me ne stavo tutta
attenta a toglierne una, un’altra più dolorosa ne conficcavano. Ah! si, pareva proprio che il nostro secolo
andrà rinomato per la superbia. La più
grande sventura è il perdere la testa, perché perduta che un’abbia la testa con
il cervello, tutte le altre membra si rendono inabili, o si rendono nemiche di
sé stesso e degli altri , quindi ne avviene che la persona dà una rotta a tutti
gli altri vizi.
(2) Il
mio paziente Gesù tollerava tutte quelle corone di spine, ed io appena avevo
tempo di toglierle, onde si è voltato a loro e li ha detto:
(3)
“Morirete, chi nella guerra, chi nelle carceri e chi al terremoto, pochi ne
rimarrete. La superbia ha formato il
corso delle azioni della vostra vita e la superbia vi darà la morte”.
(4)
Dopo ciò, il benedetto Gesù mi ha tirato da mezzo a quella gente e facendosi
bambino lo portavo nelle mie braccia per farlo riposare. Lui, chiedendomi un ristoro voleva succhiare
a me, io temendo che fosse demonio lo ho segnato varie volte con la croce, e
poi gli ho detto: “Se siete veramente
Gesù, recitiamo insieme l’Ave Maria alla nostra Regina Mamma”. E Gesù la ha recitato la prima parte ed io
la Santa Maria. Dopo, Lui stesso ha
voluto recitare il Pater Noster, oh! come era commovente il suo pregare,
inteneriva tanto, che il cuore pareva che si liquefacesse. Onde dopo ha soggiunto:
(5)
“Figlia, la mia vita la ebbi dal cuore, distintamente dagli altri; ecco perciò
una ragione perché sono tutto cuore per le anime, e perché sono portato a voler
il cuore e non tollero neppure un’ombra di ciò che non è mio. Onde fra Me e te voglio tutto distintamente
per Me, e quello che concederai alle creature non sarà altro che il trabocco
del nostro amore”.
Gesù è il lume del Cielo, da cui tutti attingono le
loro piccole lucerne.
(1)
Continua il mio benigno Gesù a venire.
Dopo aver fatto la Comunione mi ha rinnovato le pene della crocifissione
ed io sono lasciata tanto intirizzita che mi sentivo un bisogno d’un sollievo,
ma non ardivo chiederlo. Dopo poco è
ritornato da bambino e tutta mi baciava, e dalle sue labbra scorreva un latte
ed io ho bevuto a larghi sorsi quel latte dolcissimo dalle sue purissime
labbra. Ora, mentre ciò facevo mi ha
detto:
(2)
“Io sono il fiore dell’eden celeste, ed è tanto il profumo che vi spando, che
al mio olezzo vi resta attirato tutto l’empireo, e siccome Io sono il lume che
manda luce a tutti, tanto, da tenerli inabissati, tutti i miei santi attingono
da Me le loro piccole lucerne, onde non vi è luce nel Cielo che non sia stata
attinta da questo lume”.
(3)
Ah, si! non c’è neppure odore di virtù senza Gesù, e non c’è luce, ancorché si
andasse nel più alto dei cieli senza Gesù!
Il dono della purità è grazia conseguita, e
questa s’ottiene con la mortificazione.
(1)
Questa mattina il mio amabile Gesù ha incominciato a fare i suoi soliti
indugi. Sia sempre benedetto, che
comincia sempre da capo. Davvero che ci
vuole una pazienza di santo a sopportarlo, e bisogna aver che fare con Gesù per
vedere che pazienza ci vuole. Chi non
lo prova non può crederlo, ed è quasi impossibile non avere qualche piccolo
cruccio con Lui. Onde, dopo aver
pazientato ad aspettarlo e riaspettarlo, finalmente è venuto e mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, il dono della purità non è dono naturale, ma è grazia conseguita,
e questa si ottiene col rendersi simpatico, e l’anima si rende tale con la
mortificazione e coi patimenti. Oh!
come si rende simpatica l’anima mortificata e sofferente! Oh! come è speciosa!
Ed io vi prendo tale simpatia da impazzire per essa e tutto ciò che vuole le
dono. Tu, quando sei priva di Me soffri
la mia privazione, che è la pena più dolorosa per te, per amor mio, ed Io vi
prenderò più simpatia di prima e ti concederò nuovi doni”.
Il segno più certo per conoscere se è Volontà di Dio
uno stato.
(1)
Questa mattina dopo aver perduto quasi la speranza che il benedetto Gesù
venisse, tutto all’improvviso è venuto e mi ha rinnovato le pene della
crocifissione e mi ha detto:
(2)
“Il tempo è giunto, la fine s’appressa, ma l’ora è incerta”.
(3) Ed
io, senza badare al significato delle parole che diceva, sono rimasta in dubbio
se devo attribuirlo, o alla completa crocifissione oppure ai castighi e gli ho
detto: “Signore, quanto temo che il mio
stato non fosse Volontà di Dio!”
(4) E
Lui: “Il segno più certo per conoscere
se è Volontà mia uno stato è quando uno si sente la forza a sostenere quello
stato”.
(5) Ed
io: “Se fosse tua Volontà non
succederebbe questo cambiamento, che Voi non ci venite come prima”.
(6) E
Lui: “Quando una persona si rende
famigliare in una famiglia, non si usano tanto quelle cerimonie, quei riguardi
che si usavano prima, quando si rendeva estranea. Così fo Io. Ma con ciò,
non è segno che non è volontà di quella famiglia che non la vogliano tenere con
loro, né che non l’amino meglio di prima.
Perciò stati quieta, lascia fare a Me, non volerti crivellare il
cervello né funestare la pace del cuore; a tempo opportuno conoscerai il mio
operato”.
Luisa resiste alla obbedienza.
(1)
Questa mattina mi trovavo tutta timore, credevo che tutto era fantasia, ossia
demonio, che voleva illudermi. Onde
tutto ciò che vedevo disprezzavo e mi dispiacevo: Vedevo il confessore che metteva l’intenzione che Gesù mi
rinnovasse i dolori della crocifissione, ed io cercavo di resistere. Il benedetto Gesù in principio mi tollerava,
ma siccome il confessore replicava l’intenzione, allora Gesù mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, davvero che questa volta mancheremo a l’ubbidienza. Non sai tu che l’ubbidienza deve suggellare
l’anima e che l’ubbidienza deve rendere l’anima come molle cera, in modo che il
confessore può dare quella forma che vuole?”
(3)
Cosi, non curando le mie resistenze, mi ha partecipato i dolori della
crocifissione, ed io, non potendo più resistere a tutto ciò, ché non volevo per
il timore che non fosse Gesù, ho dovuto soccombere sotto il peso dei
dolori. Sia sempre benedetto e tutto
sia per glorificarlo in tutto e sempre.
La Divina Volontà è beatitudine di tutti.
(1)
Dopo aver passato parecchi giorni di privazione, al più veniva qualche volta
come ombra e sfuggiva. Sentivo tale
pena che mi struggevo in lacrime, il benedetto Gesù, avendo compassione del mio
dolore, è venuto e tutta mia guardava e riguardava, e poi mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, non temere, che non ti lascio; ma però quando tu sei senza della
mia presenza, non voglio che ti disanimi, ma anzi, da oggi innanzi, quando sei
priva di Me, voglio che prenda la mia Volontà ed in quella ti bei, amandomi e
glorificandomi nella mia Volontà e tenendo la mia Volontà come se fosse la mia
stessa persona. Facendo così, tu mi
terrai nelle tue stesse mani. Che cosa
forma la beatitudine del Paradiso?
Certo, la mia Divinità. Or, che
formerà la beatitudine dei miei cari sulla terra? Con certezza la mia Volontà.
Questa non ti potrà mai sfuggire.
L’avrai sempre in tuo possesso, e se tu starai nel circolo della mia
Volontà, ivi proverai le gioie più ineffabili e i piaceri più puri. L’anima, non uscendo mai dal circolo della
mia Volontà, si rende nobile, si divinizza e tutte le sue operazioni si
ripercuotono nel centro del sole divino come i raggi del sole ripercuotono la
superficie della terra, non ne esce neppure uno fuori dal centro che è Dio. L’anima che fa la mia Volontà è la sola
nobile regina, che si nutrisce del mio alito, perché il suo cibo e le sue
bevande non le prende che dalla mia Volontà, e nutrendosi della mia Volontà
tutta santa, nelle sue vene scorrerà un sangue purissimo, il suo alito spirerà
un profumo olezzante, che tutto mi ricreerà, perché prodotto dal mio stesso
alito. Perciò, non voglio altro da te,
che formi la tua beatitudine nel giro della mia Volontà, senza mai uscirne,
neppure per un breve istante”.
(3)
Mentre ciò dicevo, nel mio interno vi sentivo un’allarme ed un timore, ché il
parlare di Gesù indicava che non doveva venire, e che io dovevo quietarmi nella
sua Volontà. Oh! Dio, che pena mortale!
Che strettezze di cuore! Ma Gesù sempre benigno, ha soggiunto:
(4)
“Come posso lasciarti, se tu sei vittima?
Allora non ci verrò quando tu cesserai d’essere vittima, ma finché sarai
vittima, mi sentirò sempre tirato a venire”.
(5) Così pare che sono restata quieta; ma mi sento come
circondata dall’adorabile Volontà di Dio, in modo che non trovo nessuna
apertura da dove uscirne. Spero che mi
voglia tenere sempre in questo cerchio che mi congiunge tutta in Dio.
La Divina Volontà lega Gesù all’anima. Il gran mal della mormorazione
(1)
Essendomi tutta abbandonata nell’amabile Volontà di Nostro Signore, io mi
vedevo tutta circondata dal mio dolce Gesù, da fuori e da dentro. Con l’essermi abbandonata in Lui, mi vedevo
come se fosse divenuto il mio essere trasparente e dovunque mi rivolgevo,
vedevo il mio sommo Bene. Ma quello che
mi faceva meraviglia era che, mentre mi vedevo circondata da dentro e da fuori
da Gesù, così io, il mio povero essere, la mia volontà, circondava Gesù come
dentro d’un circolo, in modo che Lui non trovava l’apertura per potersene uscire,
perché la mia volontà unita alla sua lo teneva incatenato, senza che mi potesse
sfuggire. Oh! ammirabile segreto della
Volontà del mio Signore, indescrivibile è la tua felicità! Ora, mentre mi
trovavo in questo stato, il benedetto Gesù mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, nell’anima tutta trasformata nel mio Volere, Io vi trovo un dolce
riposo. La sua anima addiviene per Me
come quegli oggetti soffice che non danno nessuna molestia a chi vuole
riposarsi, anzi, ancorché fossero persone stanche ed addolorate, è tanta la
morbidezza ed il piacere che prendono nel riposarsi sopra di questi oggetti,
che nel risvegliarsi si trovano forti e sani.
Tale è per Me l’anima conformata al mio Volere, ed Io in ricompensa mi
faccio legare dalla sua volontà e vi faccio splendere il Sole Divino come nel
pieno meriggio”.
(3)
Detto ciò è scomparso. Dopo poi, avendo
fatto la comunione è ritornato e mi ha trasportato fuori di me stessa. Vedevo molta gente, e Gesù che mi diceva:
(4)
“Dille, dille che grande è il male che fanno col mormorare l’uno (del)l’altro, perché attirano la mia indignazione, e questo con
giustizia, ché vedo che mentre sono soggetti alle stesse miserie e debolezze,
non fanno altro che alzare tribunale uno contro del altro. Se così fanno tra loro, che farò Io che sono
santo e puro, con loro? Con quella
carità che si esercitano l’uno con l’altro, così mi sento tirato ad usare
misericordia con loro”.
(5)
Gesù lo diceva a me, ed io lo ripetevo a quelle gente, e dopo ci siamo
ritirati.
L’unione dei voleri lega l’anima a Gesù.
(1)
Questa mattina, avendo fatto la santa comunione, il mio dolce Gesù si faceva
vedere crocifisso, ed internamente mi sentivo tirata a specchiarmi in Lui, per
potermi rassomigliare a Lui, e Gesù si specchiava in me, per tirarmi alla sua
rassomiglianza. Mentre così faceva, io
mi sentivo infondere in me i dolori del mio crocifisso Signore, che con tutta
bontà mi ha detto:
(2)
“Il tuo alimento voglio che sia il patire, non come solo patire, ma come frutto
della mia Volontà. Il bacio più sincero
che lega più forte la nostra amicizia è l’unione dei nostri voleri, ed il nodo
indissolubile che ci stringerà in continui abbracciamenti sarà il continuo
patire”.
(3)
Mentre ciò diceva, il benedetto Gesù si è schiodato ed ha preso la sua croce e
la distendeva nell’interno del mio corpo, ed io vi rimanevo pure tanto distesa
che mi sentivo slogare le ossa, di più, una mano, ma non so dire certo di chi
era, mi trapassava le mani ed i piedi, e Gesù che stava seduto sulla croce che
stava distesa nel mio interno, tutto si compiaceva del mio patire e di colui
che mi trapassava le mani, ed ha soggiunto:
(4)
“Adesso mi posso riposare tranquillamente, non ho da prendermi neppure il
fastidio di crocifiggerti, perché l’ubbidienza vuole operare tutto essa, ed Io
liberamente ti lascio nelle mani dell’ubbidienza”.
(5) E
sfuggendo da sopra la croce, si è messo sopra il mio cuore per riposarsi. Chi può dire quanto sono lasciata
sofferente, stando in quella posizione?
Dopo essere stata lungo tempo, Gesù non si brigava di sollevarmi come le
altre volte, per farmi ritornare nello stato mio naturale. Quella mano che mi aveva messo sulla croce
non la vedevo più, lo dicevo a Gesù, che mi rispondeva:
(6)
“Chi ti ha messo sulla croce? Sono
stato forse Io? E’ stata l’ubbidienza,
e l’ubbidienza ti deve togliere”.
(7)
Pare che questa volta aveva voglia di scherzare, ed a somma grazia ho ottenuto
che mi liberasse il benedetto Gesù.
L’anima conformata al Divino Volere, giunge a legare
Dio.
(1)
Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, ho dovuto girare e rigirare per
trovare il benedetto Gesù. Per fortuna
sono entrata dentro d’una chiesa e l’ho trovato sopra d’un altare dove si
celebrava il divino sacrificio. Subito
ho corso e me l’ho abbracciato dicendogli:
“Finalmente vi ho trovato! Mi avete fatto tanto girare fino a stancarmi,
e Voi stavate qui”. E Lui guardandomi
serio, non con la solita sua benignità, mi ha detto:
(2)
“Questa mattina mi sento molto amareggiato e mi sento tutta la necessità di
mettere mano ai castighi per sgravarmi”.
(3) Io
subito: “Caro mio, non è niente,
rimedieremo subito, verserete in me le vostre amarezze e così lascerete
sgravato, non è vero?”
(4) E
Lui, condiscendendo al mio dire, ha versato in me le sue amarezze. Dopo poi, tutta stringendomi a Lui, come se
si fosse liberato da un grave peso, ha soggiunto:
(5)
“L’anima conformata al mio Volere si sa tanto infiltrare nella mia potenza, che
giunge a legarmi tutto ed a suo piacere mi disarma come vuole. Ah! tu, tu, quante volte mi leghi!”
(6) E
mentre cosi diceva ha preso il suo solito aspetto dolce e benigno.
La grazia è come il sole.
(1)
Trovandomi un po’ turbata sopra una cosa che non è qui necessario il dirlo, la
mia mente voleva andare vagando per assicurarsi sulla mia turbazione e così
restarmene in pace, ma il benedetto Gesù volendomi contraddire il mio volere,
m’impediva che io potessi vedere ciò che volevo, e siccome io insistevo di
voler vedere, mi ha detto:
(2)
“Perché vuoi andare vagando? Non sai tu
che chi esce dalla mia Volontà esce dalla luce e si confina nelle
tenebre?”
(3) E
volendomi quasi distrarre da ciò che io volevo, mi ha trasportato fuori di me
stessa, e cambiando discorso ha soggiunto:
(4)
“Vedi un po’ quanto mi sono ingrati gli uomini. Come la luce del sole riempie tutta la terra, da un punto
all’altro, in modo che non vi è terra che non goda il beneficio della sua luce,
non vi è persona che può lamentarsi d’essere priva dei suoi benefici influssi,
tanto vero che il sole, investendo tutto l’universo, per poter dare luce a
tutti, lo prende come in sua mano, solo può lamentarsi di non godere della sua
luce chi sfuggendo dalla sua mano va a nascondersi in luoghi tenebrosi; eppure
il sole continuando il suo caritatevole uffizio, non lascia da mezzo le sue
dita di mandargli qualche spiraglio di luce; così la mia grazia è un’immagine
del sole, che dappertutto inonda le gente, poveri e ricchi, ignoranti e dotti,
cristiani ed infedeli, nessuno, nessuno può dire di esserne privo, perché la
luce della verità e l’influsso della mia grazia riempie la terra, e più del
sole nel suo pieno meriggio. Ma qual è
la mia pena nel vedere le gente che, traversando questa luce ad occhi chiusi ed
affrontando la mia grazia col torrente pestifero della loro iniquità, fuorviano
da questa luce e volontariamente vivono in luoghi tenebrosi, in mezzo a nemici
crudeli? Essi sono esposti a mille
pericoli, perché non avendo luce, non possono conoscere chiaramente se si
trovano in mezzo ad amici o nemici e sfuggire dai pericoli che li circondano.
(5)
Ah! se il sole avesse ragione, e dagli uomini si potesse fare questo affronto
alla sua luce, e che taluni giungendo a tale ingratitudine, che per
indispettire e non vedere il suo chiarore, si cavassero gli occhi, e così
restano più sicuri di vivere nelle tenebre, ahi! il sole invece di mandare
luce, manderebbe lamenti e lacrime di dolore, da mettere sossopra tutta la
natura! Eppure, ciò che si avrebbe orrore di rendere alla luce naturale, gli
uomini giungono a tale eccesso, di affrontare in tal modo la mia grazia. Ma la mia grazia, sempre benigna con loro,
in mezzo alle stesse tenebre ed alla follia della loro cecità, manda sempre
barlumi di luce, perché la mia grazia mai lascia nessuno, ma l’uomo
volontariamente se ne esce da essa, e la grazia non avendolo in sé, cerca di
seguirlo coi barlumi della sua luce”.
(6)
Mentre ciò diceva, il dolce Gesù era estremamente afflitto, ed io facevo, per
quanto potevo, per consolarlo, pregandolo di versare in me le sue amaritudini,
e Lui ha soggiunto:
(7)
“Compatisci se ti sono causa di afflizione, perché di tanto in tanto mi sento
tutta la necessità di sfogare in parole il mio dolore sulla ingratitudine degli
uomini con le anime mie dilette, per muovere i loro cuori a ripararmi in un
tanto eccesso, ed a compassione degli stessi uomini”.
(8) Ed
io: “Signore, quello che vorrei è che
non mi risparmiate di partecipare alle vostre pene”. E volendo io più dire, mi è scomparso e sono ritornata in me
stessa.
Effetti della sofferenza.
(1)
Questa mattina avendo fatto la santa comunione, vedevo il mio caro Gesù da
Bambino, con una lancia in mano, in atto di volermi trapassare il cuore, e
siccome avevo detto una cosa al confessore, Gesù, volendomi rimproverare mi ha
detto: “Tu vuoi scansare il patire, ed
Io voglio che incominci una nuova vita di sofferenze e di ubbidienza”.
(2) E
mentre ciò diceva, mi ha trapassato il cuore con la lancia e poi ha soggiunto:
(3)
“Come il fuoco arde secondo le legne che vi si mettono, così tiene maggiore
attività nel bruciare e consumare gli oggetti che vi si menano dentro, e quanto
maggiore il fuoco, altrettanto è maggiore il calore e la luce che contiene,
così la sofferenza, e l’ubbidienza, per quanto è maggiore, altrettanto l’anima
si rende abile a distruggere ciò che è materiale, e l’ubbidienza, come a molle
cera, ne dà la forma che vuole”.
Incontro con un’anima del purgatorio.
(1)
Continua sempre quasi lo stesso. Questa
mattina vedevo il buon Gesù più afflitto del solito, minacciando una mortalità
di gente, e vedevo in certi paesi che molti ne morivano. Dopo sono passata dal purgatorio e
conoscendo un’amica defunta, la interrogava su varie cose sopra del mio stato,
specialmente se è Volontà di Dio il mio stato, se è vero che è Gesù che viene,
oppure il demonio, perché le ho detto:
“Siccome tu ti trovi innanzi alla Verità e conosci con chiarezza le
cose, senza che ti possa ingannare, puoi dirmi la verità dei fatti miei”.
(2) Ed
essa mi ha detto: “Non temere, è
Volontà di Dio il tuo stato e Gesù ti vuole bene assai, perciò si benigna
manifestarsi teco”.
(3) Ed
io, proponendole alcuni miei dubbi, l’ho pregato che si benignasse di vedere innanzi
alla luce della verità se erano veri o falsi e mi facesse la carità di
venirmelo a dire, e se ciò facesse, io in ricompensa le farei celebrare una
messa in suo suffragio, ed essa ha soggiunto:
(4)
“Se vuole il Signore, perché noi stiamo tanto immersi in Dio, che non possiamo
neppure muovere le ciglia, se non abbiamo da Lui il concorso; noi abitiamo in
Dio come una persona che abitasse in un altro corpo, che tanto può pensare,
parlare, guardare, operare, camminare, per quanto le viene dato da quel corpo
che la circonda di fuori, perché a noi, non è come a voi che avete il libero
arbitrio, la propria volontà, per noi ogni volontà è cessata, la nostra volontà
è solo la Volontà di Dio, di Quella viviamo, in Quella troviamo tutto il nostro
contento ed Essa forma tutto il nostro bene e la nostra gloria”.
(5) E
mostrando un contento indicibile di questa Volontà di Dio, ci siamo separate.
Modo da fare per attirare gli anime al cattolicesimo.
(1)
Avendomi il confessore dato l’ubbidienza di pregare il Signore di manifestarmi
il modo come fare per tirare gli anime al cattolicesimo e per togliere tanta
miscredenza, io ho pregato parecchi giorni ed il Signore non si benignava di
manifestarsi su di questo punto.
Finalmente, questa mattina mi sono trovata fuori di me stessa,
trasportata dentro d’un giardino che mi pareva che fosse il giardino della
Chiesa, ed ivi vi erano tanti sacerdoti ed altre dignità che disputavano sopra
di questo soggetto, e mentre disputavano usciva un cane di smisurata grossezza
e fortezza, che la maggior parte restavano tanto impauriti e spossati, che
giungevano a farsi morsicare da quella bestia, e dopo si ritiravano come
vigliacchi dall’impressa. Solo quel
cane inferocito non aveva forza di mordere quei soli che avevano come centro,
Gesù, nel proprio cuore, che quindi veniva a formare il centro di tutte le loro
azioni, pensieri e desideri. Ah, si!
Gesù formava il suggello di queste persone, e quella bestia restava tanto
debole che non aveva forza neppure di fiatare.
(2)
Ora, mentre disputavano, io mi sentivo Gesù da dietro le spalle che diceva:
(3)
“Tutte le altre società conoscono chi appartiene al loro partito, solo la mia
Chiesa non conosce chi sono i suoi figli.
Il primo passo è conoscere chi sono coloro che le appartengono, e questi
li possiate conoscere, col stabilire un giorno una riunione, in cui
l’inviterete, che chi è cattolico v’intervenisse al luogo ben destinato per
tale riunione, ed ivi, con l’aiuto dei cattolici secolari, stabilire quello che
conviene fare. Il secondo passo, di
obbligare alla confessione quei cattolici che v’intervengano, cosa principale
che rinnova l’uomo e forma i veri cattolici, e questo non solo a quelli che si
trovano presenti, ma obbligare a chi è padrone, che obbligasse i suoi sudditi
alla confessione, e quando non giungono con le buone, anche col rimandarli dal
loro servizio. Quando ogni sacerdote
avrà formato il corpo dei suoi cattolici, allora potranno inoltrarsi ad altri passi
più superiori, perché il riconoscere l’opportunità del tempo, come inoltrarsi
nei partiti e la prudenza nell’esporsi, è come la potazione agli alberi, che fa
produrre grossi e stagionati frutti, ma se l’albero non è potato, vi fa, si,
una bella pompa di fronde e di fiori, ma appena cade una brina, soffia un
vento, non avendo l’albero umore sufficiente e forza onde sostenere tanti fiori
per ricambiarli in frutti, i fiori se ne cadono, ed esso vi rimane
spogliato. Così succede nelle cose di
religione: Prima dovete formarvi un
corpo di cattolici conveniente, da poter fare fronte agli altri partiti, e poi
potete giungere ad inoltrarvi negli altri partiti, per formarne uno solo”.
(4)
Detto ciò, non l’ho sentito più, e senza neppure vederlo mi sono trovata in me
stessa. Chi può dire la mia pena per
non aver visto il benedetto Gesù per tutto il giorno, e le lacrime che ho
dovuto versare?
Gesù si sente disarmato per l’anime vittime.
(1)
Continuando a non venire, io mi struggevo in dolore e mi sentivo una febbre da
dare in delirio. Ora, siccome il
confessore è venuto a celebrare il divino sacrificio, ho fatto la comunione, ma
non vedevo secondo il solito il mio caro Gesù, onde ho incominciato a dire i
miei spropositi: “Dimmi mio Bene,
perché non ti fai vedere? Questa volta
pare a me che non ti abbia dato occasione come sottrarti! Come, alla buona,
alla buona mi lasci? Ahi, neppure gli
amici di questa terra agiscono in questo modo! Quando devono star lontani,
almeno si dicono addio, e Tu, neppure a dirmi addio? Come, così si fa?
Perdonami se così parlo, è la febbre che fa dare in delirio, e mi fa
giungere alla follia”. Chi può dire
tutti gli spropositi che gli ho detto?
Sarebbe un voler perdere tempo.
Ora, mentre stavo delirando e piangendo, Gesù, ora faceva vedere una
mano, ora un braccio, quando ho visto il confessore che mi dava l’ubbidienza di
soffrire la crocifissione, e Gesù, come costretto dall’ubbidienza si ha fatto
vedere ed io subito a Lui: “Perché non
ti facevi vedere?” E Lui, mostrando un
aspetto serio, ha detto:
(2)
“E’ niente, è niente, è che voglio castigare la terra ed Io, anche a stare in
buono con una sola creatura, mi sento disarmato e non ho forza a mettere mano
ai castighi, perché col farmi vedere tu incominci a dire, se vedi che devo mandare
castighi: “Versate a me, fate soffrire
a me”. Ed Io mi sento vincere da te e
mai metto mano ai castighi, e gli uomini non fanno altro che imbaldanzirsi di
più”.
(3)
Or, continuando il confessore a replicare l’ubbidienza di farmi soffrire la
crocifissione, Gesù si mostrava lento a farmi fare questa ubbidienza, non come
le altre volte che subito voleva che mi sottomettessi, ed ha detto a me:
(4) “E
tu, che vuoi fare?”
(5) Ed
io: “Signore, quello che Voi volete”.
(6)
Allora, volgendosi al confessore con aspetto serio gli ha detto:
(7)
“Anche tu vuoi legarmi, col darle questa obbedienza di farmela soffrire?”
(8) E
mentre ciò diceva ha incominciato a parteciparmi i dolori della croce e dopo,
mostrandosi placato ha versato le sue amarezze, e poi ha soggiunto:
(9)
“Il confessore, dove sta?”
(10) Ed
io: “Signore, non so dove è andato, è
certo che non lo veggo più con noi”.
(11) E
Lui: “Lo voglio, ché siccome lui ha
ristorato a Me, così Io voglio ristorare lui”.
Dolore del Papa.
L’umiltà.
(1)
Questa mattina il benedetto Gesù mi faceva vedere il Santo Padre con le ali
aperte, che andava in cerca dei suoi figli per raccoglierli sotto le sue ali, e
sentivo i suoi lamenti, che diceva:
“Figli miei, figli miei, quante volte ho cercato di radunarvi sotto le
mie ali e voi mi sfuggite! Deh! ascoltate i miei lamenti ed abbiate compassione
del mio dolore!” E mentre ciò diceva, piangeva amaramente, e pareva che non
erano i soli secolari che si discostavano dal Papa, ma anche i sacerdoti, e
questi davano più dolore al Santo Padre.
Quanta pena faceva vedere il Papa in questa posizione! Dopo ciò, ho
visto Gesù che faceva eco ai lamenti del Santo Padre e soggiungeva:
(2)
“Pochi sono quelli che sono rimasti fedeli, e questi pochi vivono come volpi
rintanati nelle proprie tane, hanno timore d’esporsi per tirarsi i propri figli
dalla bocca dei lupi; dicono, propongono, ma sono tutte parole gettate al
vento, mai giungono ai fatti”.
(3)
Detto ciò è scomparso. Dopo poco è
ritornato ed io mi sentivo tutta annientata in me stessa alla presenza di Gesù,
e Lui vedendomi annichilita mi ha detto:
(4)
“Figlia mia, quanto più ti abbassi in te stessa, tanto più mi sento tirato ad
abbassarmi verso di te ed empirti della mia grazia, ecco perciò che l’umiltà è
foriera della luce”.
Avvertimento di castighi.
(1)
Avendo fatto la comunione, vedevo il mio dolce Gesù che mi invitava ad uscire
fuori con Lui, con patto però che se dovevo andare insieme, dove vedevo che
Gesù era costretto per i peccati a mandare dei castighi, non dovevo contrastare
con Lui perché non li mandasse. Con
questa condizione siamo usciti, girando la terra. In primo ho incominciato a vedere, non tanto lontano da noi,
specialmente a certi punti tutto disseccato, onde a Lui rivolta ho detto: “Signore, come faranno queste povere gente
se le mancherà il cibo come nutrirsi?
Deh! Voi tutto potete, come lo avete fatto disseccare, così fatelo
rinverdire”. E siccome teneva la corona
di spine, ho disteso la mano dicendogli:
“Mio Bene, che cosa vi hanno fatto queste gente? Forse vi hanno messo questa corona di spine,
ebbene, datela a me, così resterete placato e darete il cibo per non farle
perire”. E togliendogliela, l’ho
premuto sulla mia testa. Mentre ciò
facevo, Gesù mi ha detto:
(2)
“Si vede che non posso portarti insieme, perché portare te e non poter far
niente è lo stesso”.
(3) Ed
io: “Signore, non ho fatto niente,
perdonami se conoscete che ho fatto male, ma deh! portami insieme con Te!”
(4) E
Lui: “Il tuo modo d’agire mi lega
dappertutto”.
(5) Ed
io: “Non sono io che faccio così, siete
Voi stesso che mi fate operare in questo modo, perché trovandomi con Voi, veggo
che le cose tutte sono vostre, e se io non prendessi cura delle cose vostre, mi
pare che verrei a non curare Voi stesso.
Perciò dovete perdonarmi se agisco in questo modo, che per amor vostro
lo faccio, e non dovete allontanarmi per questo”.
(6)
Dopo abbiamo continuato a girare. Io
facevo quanto potevo a non dirgli niente a qualche punto che non castigasse,
per non dargli occasione che me ne mandasse a ritirare e perdere la sua amabile
presenza. Ma dove non potevo,
incominciavo a contrastare. Siamo giunti
ad un punto del l’Italia e stavano facendo un combinato, che doveva venire un
gran dissesto, ma non ho capito che cosa fosse, perché avendo incominciato a
dire: “Signore, non permettete, povera
gente! Come faranno?” Vedendo Gesù che io mi affannavo e volevo impedirglielo,
mi ha detto con impero:
(7)
“Ritirati, ritirati!”
(8) E
togliendosi una cinta di chiodi, di spilli che teneva incarnati nel suo corpo,
che lo faceva molto soffrire, ha soggiunto:
(9)
“Ritirati e portati questa cinta con te, che mi darai molto sollievo”.
(10) Ed
io: “Si, me la metterò io invece
vostra, ma lasciami stare teco”.
(11) E
Lui: “No, ritirati”.
(12) E
lo ha detto con tale impero, che non potendo resistere, in un istante mi sono
trovata in me stessa, e non ho potuto capire il combinato che cosa fosse.
Il Verbo di Dio nell’incarnarsi divenne luce delle
anime.
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù, nell’atto di venire, mi ha detto:
(2) “Come il
sole è la luce del mondo, così il Verbo di Dio nell’incarnarsi divenne la luce
delle anime, e come il sole materiale dà luce in generale ed a ciascuno in
particolare, tanto che ognuno lo può godere come se fosse suo proprio, cosi il
Verbo, mentre dà luce in generale è sole per ciascuno in particolare, tanto
vero, che questo sole divino ognuno lo può tenere con sé come se fosse solo”.
(3)
Chi può dire quello che comprendevo su di questa luce ed i benefici effetti che
ridondano nelle anime che tengono questo sole come se fosse loro proprio? Mi pareva che l’anima, possedendo questa
luce, mette in fuga le tenebre, come il sole materiale col spuntare sul nostro
orizzonte mette in fuga le tenebre della notte. Questa luce divina, se l’anima è fredda, la riscalda; se è nuda
di virtù, la rende feconda; se inondata dal morbo pestifero della tiepidezza,
col suo calore assorbe quell’umore cattivo; in una parola, per non andare
troppo per le lunghe, questo sole divino, introducendo nel centro della sua
sfera, ricopre l’anima con tutti i suoi raggi e giunge a trasformare l’anima
nella sua stessa luce.
(4)
Dopo ciò, siccome io mi sentivo tutta affranta, Gesù, volendomi ristorare mi ha
detto:
(5)
“Questa mattina voglio dilettarmi in te”.
(6) Ed
ha incominciato a fare i suoi soliti stratagemmi amorosi.
Le passioni cambiate in virtù.
(1)
Dopo aspettare e riaspettare, il mio dolce Gesù si faceva vedere da dentro il
cuore. Mi pareva di vedere un sole che
spandeva raggi, e guardando nel centro di questo sole, vi scorgevo il volto di
Nostro Signore, ma quello che mi ha fatto stupire, che vedevo nel mio cuore
tante donzelle vestite di bianco, con corona in testa, che attorniavano questo
sole divino, nutrendosi di quei raggi che spandeva questo sole. Oh! come erano belle, modeste, umili e tutte
intente, e beandosi in Gesù! Onde, non conoscendo il significato di ciò, con un
po’ di timore ho chiesto a Gesù di farmi sapere chi erano quelle donzelle, e
Gesù mi ha detto:
(2)
“Queste donzelle erano le tue passioni, che ora con la mia grazia ho cambiato
in tante virtù, che mi fanno nobile corteggio; stando tutte a mia disposizione,
ed Io in ricompensa le vado nutrendo con la continua mia grazia”.
(3)
Ah! Signore, eppure mi sento tanto cattiva, che mi vergogno di me stessa!
Gesù giudica non secondo le opere che si fanno,
ma secondo la volontà con cui si opera.
(1)
Questa mattina ho dovuto molto soffrire per l’assenza del mio caro Gesù, ma
però ha ricompensato le mie pene col soddisfare un mio desiderio di voler
sapere una cosa che da molto tempo bramavo.
Onde dopo aver girato e rigirato in cerca di Gesù, or lo chiamavo con la
preghiera, or con le lacrime, or col canto, chi sa potesse restare ferito dalla
mia voce e così farsi trovare, ma tutto indarno. Ho replicato i miei gemiti; a chiunque trovavo domandavo di
Lui. Finalmente, quando il mio cuore si
sentiva crepare e che non ne poteva più, l’ho trovato, ma lo vedevo di tergo, e
ricordandomi d’una resistenza che gli feci, che dirò nel libro del confessore,
gli ho chiesto perdono e così pare che ci siamo messi d’accordo, tanto che Lui
stesso mi ha domandato che cosa volessi, ed io gli ho detto: “Compiacetevi di farmi conoscere la vostra
Volontà sul mio stato, specialmente che cosa debbo fare quando mi trovo con
poche sofferenze e Voi non ci venite, e se ci venite è quasi ad ombra; onde,
non vedendo Voi, i miei sensi me li sento in me stessa, e trovandomi in questa
posizione mi sento come se ci mettessi del mio e non fosse necessario aspettare
la venuta del confessore per uscire da quello stato”.
(2) E
Gesù: “Soffri o non soffri, vengo o non
ci vengo, il tuo stato è sempre di vittima, molto più che questa è la mia
Volontà e la tua, ed Io giudico non secondo le opere che si fanno, ma secondo
la volontà con cui si opera”.
(3) Ed
io: “Signor mio, va bene come dite, ma
mi pare che sto inutile e si perde molto tempo, e mi sento un fastidio, un
timore, e poi far venire il confessore, mi tormenta l’anima che non fosse
Volontà vostra”.
(4) E
Lui: “Pensi tu che fosse peccato il far
venire il confessore?”
(5) Ed
io: “No, ma temo che non fosse tua Volontà”.
(6) E
Lui: “Del peccato devi fuggire, anche
l’ombra, ma del resto non devi darti pensiero”.
(7) Ed
io: “Se non fosse tua Volontà, a che
pro starci?”
(8) E
Lui: “Ah! mi pare che la figlia mia
vuole sfuggire lo stato di vittima, non è vero?”
(9) Ed
io, tutta arrossendo ho detto: “No,
Signore, dico questo per quando qualche volta non mi fate soffrire e Voi non ci
venite, del resto fatemi soffrire ed io non mi darò nessun pensiero”.
(10) E
Gesù: “Ed a Me mi pare che vuoi
sfuggire. Poi, sai tu quando ho
riservato di venire e comunicarti le mie pene, se la prima, la seconda, la
terza ed anche l’ultima ora? Onde,
distraendoti da Me e sforzandoti ad uscire ti occuperai in altro, ed Io venendo
non ti troverò preparata e prenderò la mia volta e Me ne andrò altrove”.
(11) Ed
io tutta spaventata: “Non sia mai, oh
Signore. Non voglio altro sapere che la
vostra Santissima Volontà”.
(12) E
Lui: “Stati calma e aspetta il
confessore”.
(13)
Detto ciò è scomparso. Pare che mi
sento sgravata da un gran peso da questo parlare di Gesù, ma con tutto ciò non
è scemata in me la pena dolorosa quando Gesù mi priva di Lui.
Abbandono in Dio.
(1)
Avendo questa mattina fatto la comunione, mi trovavo in un mare di amarezze,
che non vedevo il mio sommo bene Gesù.
Tutto il mio interno me lo sentivo messo in allarme, quando in un
istante vi si ha fatto vedere e mi ha detto, quasi rimproverandomi:
(2)
“Non sai tu che il non abbandonarsi in Me è un voler usurpare i diritti della
mia Divinità, facendomi un grande affronto?
Perciò abbandonati ed quieta il tuo interno tutto in Me e troverai la
pace, e trovando la pace troverai Me stesso”.
(3)
Detto ciò, come lampo è scomparso, senza farsi più vedere. Ah! Signore, tenetemi Voi tutta abbandonata
e ben stretta nelle vostre braccia, in modo che non possa mai sfuggire,
altrimenti farò sempre delle scappatine!
I desideri di vedere Gesù l’attirano all’anima
(1)
Continua il benedetto Gesù a non venire.
Oh! Dio, che pena indicibile è la sua privazione! Cercavo quanto più
potevo di starmene in pace e tutta abbandonata in Lui, ma che! Il mio povero
cuore non ne poteva più, facevo quanto più potevo per calmarlo, dicevo: “Cuor mio, aspettiamo un altro poco, chi sa viene,
usiamo qualche stratagemma per tirarlo a venire”. Onde, rivolta a Lui gli dicevo:
“Signore, venite, l’ora si fa tarda e Voi non ci venite ancora? Questa mattina cerco per quanto posso a
starmi quieta, eppure non vi fate trovare?
Signore, vi offro il martirio della tua privazione come attestato
d’amore e come farvi un presente per attirarvi a venire. E’ vero che non sono degna, ma non è perché
sono degna che vi cerco, ma per amore, e perché senza di Voi mi sento mancare
la vita”. E siccome non ci veniva, gli
dicevo: “Signore, o venite o vi
stancherò col mio dire, e quando vi sarete stancato, neppure allora ci dovrete
venire?” Ma chi può dire tutti i miei spropositi? Gliene dicevo tanti, che andrei troppo per le lunghe se volessi
dire tutto.
(2)
Dopo ciò, quando appena vedevo il mio dolce Gesù che si muoveva dentro il mio
interno, come se si risvegliasse da un sonno, onde si è fatto vedere più
chiaro, e trasportandomi fuori di me stessa, mi ha detto:
(3)
“Come l’uccello quando deve volare batte le ali, così l’anima ai voli dei
desideri, batte le ali dell’umiltà, ed in quei battiti vi manda una calamita
che mi attira, in modo che mentre lei prende il suo volo per venire a Me, Io
prendo il mio per andare a lei”.
(4)
Ah, Signore, si vede che mi manca la calamita dell’umiltà! Se io nel mio
cammino spandessi ovunque la calamita dell’umiltà, non stenterei tanto ad
aspettare e riaspettare la tua venuta!
Le tre firme del passaporto della beatitudine nella
terra.
(1) Dopo
aver passato giorni amari, di privazione e di rimproveri del benedetto Gesù per
le mie ingratitudini e resistenze al suo Volere ed alle sue grazie, questa
mattina nel venire mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, il passaporto per entrare nella beatitudine che l’anima può
possedere su questa terra, dev’essere firmato con tre firme, e queste sono la
rassegnazione, l’umiltà e l’ubbidienza.
(3) La
rassegnazione perfetta al mio Volere è cera che liquefa i nostri voleri e ne
forma uno solo, è zucchero e miele, ma una piccola resistenza al mio Volere, la
cera si disunisce, lo zucchero si rende amaro ed il miele si converte in
veleno. Or, non basta essere
rassegnata, ma l’anima dev’essere convinta che il maggior bene per sé ed il
maggior modo di glorificarmi è il far sempre la mia Volontà. Ecco la necessità della firma dell’umiltà,
perché l’umiltà produce questa conoscenza.
Ma chi nobilita queste due virtù?
Chi le fortifica, chi le rende perseveranti, chi le incatena insieme in
modo da non potersi separare, chi l’incorona?
L’ubbidienza. Ah! si,
l’ubbidienza, distruggendo affatto il proprio volere e tutto ciò che è
materiale, spiritualizza tutto e come corona vi si pone d’intorno, onde la rassegnazione
e l’umiltà senza l’ubbidienza saranno soggette ad instabilità, ma con
l’ubbidienza saranno fisse e stabili, ed ecco la stretta necessità della firma
dell’ubbidienza, per fare che questo passaporto possa correre per passare al
regno della beatitudine spirituale che l’anima può godere di qua. Senza di queste tre firme, il passaporto non
avrà valore e l’anima sarà sempre respinta dal regno della beatitudine e sarà
costretta a stare nel regno dell’inquietudine, dei timori e dei pericoli, e per
sua disgrazia avrà per dio il proprio io, e quest’io sarà corteggiato dalla
superbia e dalla ribellione”.
(4)
Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, dentro di un giardino, che
pareva che fosse il giardino della Chiesa, in cui vedevo che fuorviavano da
cinque a sei persone, sacerdoti e secolari, che unendosi coi nemici della Chiesa
muovevano una rivoluzione. Che pena
faceva vedere Gesù benedetto piangere il triste stato di queste persone! Poi ho
guardato nell’aria e vedevo una nube d’acqua, ripiena di pezzi di ghiaccio
grossi che cadevano sopra la terra. Oh!
quanto strazio facevano sopra i raccolti e sopra l’umanità! Ma però spero che
voglia placarsi. Onde, più afflitta di
prima sono ritornata in me stessa.
La croce ci dà i lineamenti e la rassomiglianza di
Gesù.
(1)
Continua il mio adorabile Gesù a venire, quando appena e ad ombra, ed anche nel
venire non dice niente. Questa mattina,
dopo avermi rinnovato i dolori della croce per ben due volte, guardandomi con
tenerezza mentre stavo soffrendo lo spasimo delle trafitture dei chiodi, mi ha
detto:
(2)
“La croce è uno specchio dove l’anima rimira la Divinità, e rimirandosi ne
ritrae i lineamenti, la rassomiglianza più consimile a Dio. La Croce non solo si deve amare, desiderare,
ma farsene un onore, una gloria, della stessa croce, e questo è operare da Dio
e diventare come Dio per partecipazione, perché solo Io mi gloriai della croce
e me ne feci un onore del patire, e l’amai tanto, che in tutta la mia vita non
volli stare un momento senza la croce”.
(3)
Chi può dire ciò che comprendevo della croce, da questo parlare del benedetto
Gesù? Ma mi sento muta ad esprimerlo
con le parole. Ah! Signore, vi prego a
tenermi sempre confitta in croce, affinché avendo sempre innanzi questo
specchio divino, possa tergere tutte le mie macchie ed abbellirmi sempre più a
vostra somiglianza.
Più che il sacramento, la croce suggella Iddio
nell’anima.
(1)
Trovandomi nello stesso mio stato, anzi, con un poco di timore per una cosa che
non è necessario qui dirla, il mio dolce Gesù nel venire mi ha detto:
(2) E
sono i vasi sacri, ed è necessario di tanto in tanto spolverarli; i vostri
corpi sono tanti vasi sacri, in cui vi faccio la mia dimora, perciò è
necessario che vi faccia di tanto in tanto delle spolveratine, cioè, che li
visiti con qualche tribolazione, per fare che Io vi stia con più decoro. Perciò stati calma”.
(3)
Dopo ciò, avendo fatto la comunione ed avendomi rinnovato i dolori della
crocifissione, ha soggiunto:
(4)
“Figlia mia, quanto è preziosa la croce! Vedi un po’: Il sacramento del mio corpo nel darsi all’anima, la unisce con
Me, la tramuta fino a diventare una stessa cosa con Me, ma col consumarsi delle
specie si disunisce l’unione realmente contratta; ma la croce no, vi prende
Iddio e l’unisce con l’anima per sempre, e con maggiore sicurezza lei si pone
come suggello. Dunque, la croce
suggella Iddio nell’anima, in modo che non c’è mai separazione tra Dio e
l’anima crocifissa”.
La rassegnazione è olio che unge.
(1)
Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, vedevo il mio dolce Gesù che
soffriva molto, ed io l’ho pregato che mi facesse parte delle sue pene e Lui mi
ha detto:
(2)
“Anche tu soffri; piuttosto Io mi metto nel tuo posto, e tu fammi l’uffizio
d’infermiera”.
(3)
Così pareva che Gesù si mettesse nel mio letto, ed io accanto a Lui
incominciavo a rivederle la testa, e ad una ad una l’ho tolto le spine che
stavano conficcate. Poi sono andata al
suo corpo ed ho visitato tutte le sue piaghe, le asciugavo il sangue, le baciavo,
ma non avevo come ungerle per mitigare lo spasimo, quando ho visto che da me
usciva un olio, ed io lo prendevo ed ungevo le piaghe di Gesù, ma con certo
timore ché non capivo che cosa significasse quell’olio che usciva da me. Ma Gesù benedetto mi ha fatto capire che la
rassegnazione al Divino Volere è olio, che mentre unge e mitiga le nostre pene,
nel medesimo tempo è olio che unge e mitiga lo spasimo delle piaghe di
Gesù. Onde, dopo essere stata per un
buon pezzo di tempo a far questo uffizio al mio caro Gesù, è scomparso ed io
sono ritornata in me stessa.
L’Eucaristia ed il patire.
(1)
Questa mattina, avendo fatto la comunione, mi pareva che il confessore metteva
l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione, ed all’istante ho visto
l’angelo custode che mi distendeva sulla croce per farmela soffrire. Dopo ciò ho visto il mio dolce Gesù che
tutta mi compativa e mi ha detto:
(2)
“Il tuo refrigerio sono Io, il mio refrigerio è il tuo patire”.
(3) E
mostrava un contento indicibile del mio patire e del confessore, ché con la
ubbidienza che mi aveva dato di soffrire gli aveva procurato quel sollievo, poi
ha soggiunto:
(4)
Siccome il sacramento dell’Eucaristia è frutto della croce, perciò mi sento più
disposto a concederti il patire quando ricevi il mio corpo, perché vedendo te
patire, mi pare che non misticamente, ma realmente continuo in te la mia
passione a pro delle anime, e questo è per Me un grande sollievo, ché raccolgo
il vero frutto della mia croce e dell’Eucaristia”.
(5)
Dopo ciò ha detto: “Finora è stata
l’ubbidienza che ti ha fatto soffrire, vuoi tu che mi diverto Io un poco col
rinnovarti di nuovo la crocifissione di propria mia mano?”
(6) Ed
io sebbene mi sentivo molto sofferente, ed ancor freschi i dolori della croce
rinnovatemi, ho detto: “Signore, sono
nelle vostre mani, fa di me ciò che vuoi”.
(7)
Allora Gesù tutto contento ha incominciato a conficcarmi di nuovo i chiodi
nelle mani e nei piedi, vi sentivo tale intensità di dolore, che non so io stessa
come sono lasciata viva, ma però ne ero contenta che contentavo Gesù. Onde dopo che mi ha ribattuto i chiodi,
mettendosi a me vicino ha incominciato a dire:
(8)
“Quanto sei bella! Ma quanto più cresce la tua bellezza nel tuo patire! Oh!
come mi sei cara! I miei occhi restano feriti nel guardarti, che scorgono in te
la mia stessa immagine”.
(9) E
diceva tant’altre cose, che sarebbe inutile il dirle, prima perché sono
cattiva; secondo ché non vedendomi quale il Signore mi dice, mi sento una
confusione ed un rossore nel dire queste cose, onde, spero che il Signore mi
farà veramente buona e bella, ed allora scemando il mio rossore potrò
descriverle, perciò faccio punto.
La purità nell’operare è luce.
(1)
Trovandomi fuori di me stessa e non trovando il mio dolce Gesù, ho dovuto
girare molto per andare in cerca di Lui.
Alla fine l’ho trovato in braccia alla Regina Mamma che succhiava il
latte dalle sue mammelle, per quanto gli dicevo e facevo, pareva che non si
brigava di me, anzi neppure mi guardava.
Chi può dire la pena del mio povero cuore, nel vedere che Gesù non si
curava di me? Onde dopo aver rotto il
freno alle lacrime, avendo di me compassione, è venuto fra le mie braccia ed ha
versato nella mia bocca un poco di quel latte che aveva succhiato della Mamma
Regina.
(2)
Dopo ciò ho guardato nel suo petto, e teneva una piccola perla, tanto
risplendente che investiva l’umanità santissima di Nostro Signore di luce. Onde, volendo sapere il significato, ho
domandato a Gesù che cosa fosse quella perla, che mentre pare così piccola
spande tanta luce. E Gesù:
(3)
“La purità del tuo patire, che mentre è piccolo, ma siccome soffri per solo
amor mio e saresti pronta a soffrire altro se Io te lo concedessi, ecco la
causa di tanta luce. Figlia mia, la
purità nell’operare è tanto grande, che chi opera per il solo fine di piacere a
Me solo, non fa altro che mandare luce in tutto il suo operare. Chi non opera rettamente, anche il bene non
fa altro che spandere tenebre”.
(4)
Quindi ho visto nel petto di Nostro Signore, e teneva uno specchio tersissimo,
e pareva che chi camminava rettamente restava tutto assorbito in quello
specchio, chi no, ne restava fuori, senza che potevano ricevere nessuna
impronta dell’immagine del benedetto Gesù.
Ah! Signore, tenetemi tutta assorbita in questo specchio divino, acciò
nessun altra ombra d’intenzione io abbia nel mio operare.
Frutti della croce.
(1)
Avendo fatto la comunione, il mio dolce Gesù vi si è fatto vedere tutto
affabilità, e siccome mi pareva che il confessore mettesse l’intenzione della
crocifissione, la mia natura ne sentiva quasi una ripugnanza a
sottomettersi. Il mio dolce Gesù, per
rincuorarmi, mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, se l’Eucaristia è caparra della futura gloria, la croce è sborso
come comperarla. Se l’Eucaristia è seme
che impedisce la corruzione, ed è come quelle erbe aromatiche, che ungendosi i
cadaveri non ne restano corrotti, e dona l’immortalità all’anima ed al corpo,
la croce l’abbellisce ed è tanto potente, che se c’è contrazione di debiti essa
se ne fa mallevadrice, e con maggior sicurezza si fa restituire la scrittura
del debito contratto, e dopo che ha soddisfatto ogni debito, ne forma all’anima
il trono più sfolgorante nella futura gloria.
Ah! si, la croce e l’Eucaristia si avvicendano insieme, ed una opera più
potentemente dell’altra”.
(3)
Poi ha soggiunto: “La croce è il mio
letto fiorito, non perché non soffrivo atroci spasimi, ma perché per mezzo
della croce partorivo tante anime alla grazia, vedevo spuntare tanti bei fiori
che producevano tanti frutti celesti, quindi vedendo tanto bene, tenevo a mia
delizia quel letto di dolore e mi dilettavo della croce e del patire. Anche tu, figlia mia, prendi come delizie le
pene, e dilettati di starti crocifissa nella mia croce. No, no, non voglio che tema il patire, quasi
volessi operare da infingarda, su, coraggio, opera da valorosa ed esponi da te
stessa al patire”.
(4)
Mentre così diceva, vedevo il mio buon angelo che stava preparato per
crocifiggermi, ed io da me stessa ho disteso le braccia, e l’angelo mi
crocifiggeva. Oh! come godeva il buon
Gesù del mio patire, e quanto ne ero contenta io, ché poteva dar gusto a Gesù
un’anima così miserabile! Mi pareva che fosse un grande onore per me il patire
per amor suo.
Festa alla croce nel Cielo.
(1)
Questa mattina mi sono trovata fuori di me stessa e vedevo tutto il cielo
cosparso di croci, chi piccola, chi grande, chi mezzana. Chi più grande, più dava splendore. Era un incanto dolcissimo il vedere tante
croci che abbellivano il firmamento, più risplendenti del sole. Dopo ciò, parve che si aprisse il Cielo e si
vedeva e sentiva la festa che si faceva dai beati alla croce. Chi più aveva sofferto era più festeggiato
in questo giorno. Si distinguevano in
modo speciale i martiri, chi aveva sofferto nascosto. Oh! come si stimava la croce e chi più aveva sofferto, in quel beato
soggiorno! Mentre ciò vedevo, una voce ha risuonato per tutto l’empireo che
diceva:
(2)
“Se il Signore non mandasse le croci sopra la terra, sarebbe come quel padre
che non ha amore per i propri figli, che invece di volerli vedere onorati e
ricchi, li vuol vedere poveri e disonorati”.
(3) Il
resto che vidi di questa festa, non ho parole come esprimerlo, me lo sento in
me, ma non so uscirlo fuori, perciò faccio silenzio.
Luisa vede il mistero della Santissima Trinità nella
forma di tre soli.
(1)
Dopo aver passato giorni di privazione, non solo, ma di turbazione ancora,
questa mattina, trovandomi più turbata sul misero mio stato, l’adorabile Gesù
nel venire mi ha detto:
(2)
“Tu, con lo starti inquieta, hai turbato il mio dolce riposo. Ah! si, non mi fai più riposare”.
(3)
Chi può dire quanto sono lasciata mortificata nel sentire d’aver tolto il
riposo a Gesù Cristo? Con tutto ciò,
per qualche ora mi sono quietata, ma dopo mi sono trovata più inquieta di
prima, che io stessa non so questa volta dove andrò a finire.
(4)
Dopo quelle due parole che ha detto Gesù, mi sono trovata fuori di me stessa, e
guardando nella volta dei cieli vi scorgevo tre soli: Uno pareva che si posasse all’oriente, l’altro all’occidente, il
terzo a mezzogiorno. Era tanto lo
splendore dei raggi che tramandavano, che si univano gli uni con gli altri, in
modo che formavano uno solo. Mi pareva
di vedere il mistero della Santissima Trinità, e l’uomo formato con le tre
potenze ad immagine di Essa. Comprendevo
pure che chi stava in quella luce, restava trasformata la volontà nel Padre,
l’intelletto nel Figlio, la memoria nello Spirito Santo. Quante cose comprendevo! Ma non so
manifestarlo.
Privazione di Gesù.
(1)
Continua lo stesso stato e forse anche peggio, sebbene faccio quanto posso a starmi
quieta senza turbarmi, perché così vuole l’ubbidienza, ma con tutto ciò non
lascio di sentirne il peso dell’abbandono che mi preme e giunge fino a
schiacciarmi. Oh! Dio, che stato è
codesto? Ditemi almeno dove vi ho
offeso? Quale ne è la causa? Ah! Signore, se volete continuare in questo
modo, credo che non potrò aver più resistenza!
(2)
Onde, quando appena si è fatto vedere, mettendomi una mano sotto il mento in
atto di compatirmi, mi ha detto:
(3)
“Povera figlia, come ti sei ridotta!”
(4) E
facendomi parte delle sue pene, come lampo è scomparso, lasciandomi più
afflitta di prima, come se non fosse venuto; anzi, mi sento come se non fosse
venuto da tanto tempo, e vi provo tale afflizione, che vivo, ed il mio vivere è
un continuo agonizzare. Ah! Signore,
porgetemi aiuto e non mi lasciate in abbandono, sebbene lo merito.
Potenza delle anime vittime.
(1)
Continua lo stesso stato di privazione e di abbandono. Onde, trovandomi fuori di me stessa vedevo
un’inondazione d’acqua mista con grandine, che pareva che varie città ne
restavano inondate con notabile danno.
Mentre ciò vedevo, mi trovavo in grande costernazione perché volevo
impedire quell’inondazione, ma siccome mi trovavo sola, molto più che non avevo
meco Gesù, quindi le mie povere braccia me le sentivo deboli per poter ciò
fare. Onde, con mia sorpresa ho veduto
venire (mi pareva che fosse
dall’America) una vergine, e lei da
un punto ed io dall’altro, siamo riuscite ad impedire in gran parte il flagello
che ci minacciava. Dopo ciò, essendoci
riunite insieme, scorgevo quella vergine con le insegne della passione e
coronata con corona di spine, come pure mi trovavo io, ed una persona che mi
pareva che fosse angelo, che diceva:
(2)
“Oh! potenza delle anime vittime! Ciò che non è dato a noi, angeli, di fare,
con le loro sofferenze, possono far loro.
Oh! se gli uomini sapessero il bene che viene da loro, perché stanno per
il bene pubblico e particolare, non farebbero altro che implorare da Dio che
moltiplicasse queste anime sulla terra”.
(3)
Dopo ciò, avendoci detto che ci raccomandassimo a vicenda al Signore, ci siamo
separate.
Riempire l’interno di Dio.
(1)
Trovandomi ancor priva dell’adorabile mio Gesù, al più qualche ombra, oh!
quanto mi costa amaro, quante lacrime mi conviene versare! Questa mattina, dopo
aver molto aspettato e ricercato, l’ho trovato nel mio stesso letto, tutto
afflitto, con la corona di spine che gli trafiggeva la testa; gliel’ho tolta
pian piano e l’ho messa sulla mia. Oh!
quanto mi vedevo cattiva innanzi alla sua presenza! Non avevo forza di dire una
sola parola. Gesù, avendo di me
compassione, mi ha detto:
(2)
“Fatti cuore, non temere, cerca di riempire il tuo interno di Me e di
impinguarlo di tutte le virtù, fino a traboccarne fuori, e quando giungerai a
farne il trabocco, allora ti porterò nel Cielo e finiranno tutte le tue
privazioni”.
(3)
Dopo ciò, ha soggiunto prendendo un’aria afflitta: “Figlia mia, prega, ché stanno preparati tre distinti giorni, uno
lontano dall’altro, di tempeste, grandine, fulmini, inondazioni, che faranno
gran danno agli uomini ed alle piante”.
(4)
Detto ciò è scomparso, lasciandomi un po’ più sollevata nello stato in cui mi
trovo, ma con un pensiero: Chi sa
quando farò questo trabocco fuori? E se
non lo faccio mai, mi converrà forse starmene sempre lontana da Lui?
Tutte le cose dal nulla hanno principio.
Necessità del riposo e del silenzio interno.
(1)
Trovandomi fuori di me stessa, mi pareva che fosse di notte e vedevo tutto
l’universo, tutto l’ordine della natura, il cielo stellato, il silenzio
notturno, insomma, mi pareva che tutto avesse un significato. Mentre ciò vedevo, mi pareva che vedessi
Nostro Signore, che prendendo la parola su ciò che vedevo ha detto:
(2)
“Tutta la natura invita ad un riposo, ma qual è il vero riposo? E’ il riposo interno ed il silenzio di tutto
ciò che non è Dio. Vedi, le stelle
scintillanti di luce temperata, non abbagliante come il sole; il sonno ed il
silenzio di tutta la natura, degli uomini e fin degli animali, che tutti
cercano un luogo, una tana dove starsene in silenzio e riposarsi della
stanchezza della vita. Se ciò è
necessario per il corpo, molto più per l’anima è necessario di riposarsi nel suo
proprio centro che è Dio. Ma per
potersi riposare in Dio è necessario il silenzio interno, come al corpo è
necessario il silenzio esteriore per potersi placidamente addormentare. Ma, qual è questo silenzio interiore? E’ di far zittire le proprie passioni col
tenerle apposto, d’imporre silenzio ai desideri, alle inclinazioni, agli
affetti, insomma, a tutto ciò che non chiama Dio. Or, qual è il mezzo per giungere a ciò? L’unico mezzo ed assolutamente necessario, è di disfare il
proprio essere e ridursi al nulla, come era prima che fosse creata, e quando
avrà ridotto al nulla il suo essere, riprenderlo in Dio.
(3)
Figlia mia, tutte le cose dal nulla hanno principio, questa stessa macchina
dell’universo che tu rimiri con tanto ordine, se prima di crearla fosse stata
ripiena d’altre cose, non avrei potuto mettere la mia mano creatrice per farla
con tanta maestria e renderla tanto splendida ed ornata, al più avrei potuto
disfare tutto ciò che ci poteva essere, e poi rifarla come a Me piaceva; ma
siamo sempre lì, che tutte le mie opere dal nulla hanno principio, e quando c’è
mischianza di altre cose, non è decoro della mia maestà scendere ed operare
nell’anima, ma quando l’anima si riduce al nulla, e vi sale a Me, e prende il
suo essere nel mio, allora Io vi opero da quel Dio che sono, e l’anima vi trova
il vero riposo. Eccoti che tutte le
virtù, dall’umiltà e dall’annientamento di sé stesso hanno principio”.
(4)
Chi può dire quanto comprendevo su ciò che mi diceva il benedetto Gesù? Oh! come felice sarebbe l’anima mia se
potessi giungere a disfare il mio povero essere, per poter ricevere dal mio Dio
il suo Essere Divino! Oh! come mi nobiliterei, come resterei santificata! Ma
quale sciocchezza è la mia, dove mi abbia il cervello, se ancor non lo faccio? Che miseria umana, che invece di cercare il
suo vero bene e di prendere il suo volo in alto, si contenta di arrampicarsi
per terra e di vivere nel fango e nel marciume!
(5)
Dopo ciò il mio diletto Gesù mi trasportò dentro un giardino, dove c’era molta
gente che si preparavano ad assistere ad una festa, ma solo quelli che
ricevevano una divisa vi potevano assistere, ma pochi erano quelli che
ricevevano questa divisa; a me venne una gran voglia di riceverla, e tanto ho
fatto che ho ottenuto l’intento. Onde
giunta al punto dove si riceveva, una matrona veneranda, primo mi ha vestito di
bianco, poi mi ha messo una tracolla celeste, in cui pendeva una medaglia
improntata del volto di Gesù, e che mentre era volto era insieme specchio, che
rimirandolo si scorgeva le più piccole macchie, che l’anima, col aiuto d’una
luce che veniva da dentro di quel volto, facilmente si poteva togliere. Mi pareva che quella medaglia racchiudesse
un senso misterioso. Dopo ha preso un
manto d’oro finissimo e tutta mi ha coperto.
Mi pareva che così vestita potessi gareggiare con le vergini
comprensori. Mentre ciò succedeva, Gesù
mi ha detto:
(6)
“Figlia mia, ritorniamo a vedere ciò che fanno gli uomini, basta che sei
vestita, quando sarà la festa allora ti porterò ad assistere”.
(7) Così,
dopo aver girato un poco, mi ha trasportato nel mio letto.
Il stato più sublime è il disfare il nostro volere
nel Volere di Dio, e vivere della sua Volontà.
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva; onde dopo molto aspettare è
venuto e carezzandomi mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, sai tu la mia mira qual è su di te? E lo stato che voglio da te?”
(3) E
soffermandosi un poco ha soggiunto: “La
mira che ho su di te non è di cose prodigiose, e di tante cose che potrei
operare su di te per mostrare l’opera mia, ma la mia mira è di assorbirti nella
mia Volontà e di farne una sola, e di lasciare di te un esemplare perfetto di
uniformità del tuo con il mio Volere.
Ma ciò è lo stato più sublime, è il prodigio più grande, è il miracolo
dei miracoli che di te intendo fare.
(4)
Figlia mia, per giungere perfettamente a fare uno il nostro Volere, l’anima
deve rendersi invisibile, deve imitare Me, che mentre riempio il mondo col
tenerlo assorbito in Me e col non restare assorbito in esso, mi rendo
invisibile, che da nessuno mi lascio vedere.
Ciò significa che non c’è nessuna materia in Me, ma tutto è purissimo
Spirito, e se nella mia umanità assunta presi la materia, fu per rassomigliarmi
in tutto all’uomo e dargli un esemplare perfettissimo di come spiritualizzare
questa stessa materia. Onde l’anima
deve tutto spiritualizzare e giungere a rendersi invisibile per poter formare
facilmente una la sua volontà con la mia Volontà, perché ciò che è invisibile
può essere assorbito in un’altro oggetto.
Di due oggetti, che si vuol formare uno solo, è necessario che uno ne
perda la propria forma, altrimenti mai si giungerebbe a formare un solo essere.
(5)
Quale fortuna sarebbe la tua se distruggendo te stessa, fino a renderti invisibile,
potessi ricevere una forma tutta divina! Anzi, tu col restare assorbita in Me
ed Io in te, formando un solo essere, verresti a ritenere in te la fonte
divina, e siccome la mia Volontà contiene ogni bene che ciò può mai essere,
verresti a ritenere tutti i beni, tutti i doni, tutte le grazie e non avresti a
cercarli altrove ma in te stessa. E se
le virtù non hanno confini, stando nella mia Volontà, secondo che la creatura
può giungere troverà il loro termine, perché la mia Volontà fa giungere ad acquistare
le virtù più eroiche e più sublimi che la creatura non può sorpassare.
(6) E’
tanta l’altezza della perfezione dell’anima disfatta nel mio Volere, che giunge
ad operare come Dio, e questo non è meraviglia, perché siccome non vive più la
sua volontà in essa, ma la Volontà di Dio medesimo, cessa ogni stupore se
vivendo con questa Volontà possiede la potenza, la sapienza, la santità e tutte
le altre virtù che contiene lo stesso Dio.
Basta dirti, per fare che tu t’innamori e cooperi quanto puoi da parte
tua per giungere a tanto, che l’anima che giunge a vivere del solo mio Volere è
regina di tutte le regine ed il suo trono è tant’alto, che giunge fino al trono
dell’Eterno, ed entra nei segreti dell’Augustissima Triade e partecipa
all’amore reciproco del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Oh! come tutti gli angeli e santi la
onorano, gli uomini l’ammirano e i demoni la temono, scorgendo in lei l’Essere
Divino!”
(7)
“Ah! Signore, quando mi farete giungere a questo, perché da me niente posso!”
Or, chi può dire ciò che il Signore infondeva in me con luce intellettuale su
questa uniformità di voleri? E’ tanta
l’altezza dei concetti, che la mia lingua non bene dirozzata, non ha parole
come esprimerli. Appena ho potuto dire
questo poco, sebbene spropositando, di ciò che il Signore con luce vivissima mi
fece comprendere.
Il volere di Luisa è uno con quello di Gesù.
(1)
Trovandomi molto afflitta per la privazione del mio adorabile Gesù, al più ad
ombra ed a lampi, sento proprio che non posso più tirare innanzi se Lui vuole
continuare più oltre! Onde, trovandomi nel sommo dell’afflizione, per un poco
si è fatto vedere tutto stanco, come se avesse bisogno di un ristoro, e menando
le sue braccia al mio collo mi ha detto:
(2)
“Diletta mia, portami dei fiori e circondami tutto, ché Mi sento languire
d’amore. Figlia mia, l’odoroso profumo
dei tuoi fiori mi sarà di ristoro e vi porrà un rimedio ai miei mali, che
languisco e vengo meno”.
(3) Ed
io subito ho soggiunto: “E Voi, diletto
mio Gesù, datemi dei frutti, ché l’ozio ed lo scarso patire aumentano talmente
il mio languire, che vengo meno, fino a sentirmi morire. Ed allora non solo dei fiori, ma potrò darvi
dei frutti, per poter maggiormente ristorare il vostro languire”. E Gesù ha ripreso il suo dire e mi ha detto:
(4)
“Oh! come ci combiniamo bene, non è vero?
Pare che il tuo volere è uno col Mio”.
(5)
Per un momento pare che sono lasciata sollevata, come se volesse cessare lo
stato in cui mi trovavo, ma dopo poco mi sono trovata immersa nello stesso
letargo di prima, priva del mio Sommo Bene, abbandonata e sola.
L’amore e la grazia penetrano nelle più intime parti
dell’uomo.
(1)
Questa mattina, sentendomi più che mai afflitta per la privazione del mio sommo
bene, quando appena mi si è fatto vedere mi ha detto:
(2)
“Come un vento impetuoso investe le persone e penetra fin nelle viscere, in
modo da scuotere tutta la persona, così il mio amore e la mia grazia
impennandosi sulle ali dei venti, investe e penetra nel cuore, nella mente e
nelle più intime parti dell’uomo. Con
tutto ciò, l’uomo ingrato respinge la mia grazia e Mi offende. Quale non è il mio acerbo dolore!”
(3) Io
però me ne stavo tutta confusa e annientata in me stessa e non ardivo di dire
una parola. Solo pensavo: “Com’è che non viene? Ed anche a venire non lo veggo chiaro, pare
che ho perduto la chiarezza. Chi sa se
lo vedrò svelato il suo bel Volto, come prima?” Mentre così pensavo, il mio
benigno Gesù ha soggiunto:
(4)
“Figlia mia, perché temi se il tuo stato è in excelsis per l’unione dei nostri
voleri?”
(5) E
volendomi rincuorare e compatire lo stato mio doloroso mi ha detto:
(6)
“Tu sei il mio novello Giobbe. Non ti
opprimere soverchio se non mi vedi con chiarezza, te lo dissi fin dall’altro
giorno, che non ci vengo secondo il solito ché voglio castigare le gente, e se
tu mi vedresti con chiarezza, verresti a comprendere ciò che Io sto facendo, ed
il tuo cuore siccome ha ricevuto l’innesto del mio, quindi conosco Io quello
che tu verresti a soffrire, come sta soffrendo il mio cuore ché mi veggo
costretto a castigare le mie creature.
Onde per risparmiarti queste pene non mi faccio vedere con chiarezza”.
(7)
Chi può dire le trafitture che ha lasciato al mio povero cuore! Ah! Signore,
datemi la forza a sostenere il dolore!
Minaccia di castighi
(1)
Continuando a stare nello stesso stato, mi sentivo tutta oppressa e avevo tutta
la necessità d’un sostegno per poter sopportare la privazione del mio somme
Bene. Il benedetto Gesù, avendo di me
compassione, per qualche minuti ha mostrato il suo Volto da dentro il mio
cuore, ma però non con chiarezza, e facendomi sentire la sua soavissima voce mi
ha detto:
(2)
“Coraggio figlia mia un altro poco, lasciami finire di castigare che dopo ci
verrò come prima”.
(3)
Mentre così diceva, nella mia mente dicevo:
“Quali sono i castighi che hai incominciato a mandare?” E lui ha
soggiunto:
(4)
“La pioggia continuata è più che grandine, che sta facendo e vi porterà delle
tristi conseguenze sopra le gente”.
(5)
Detto ciò, è scomparso ed io mi sono trovata fuori de mi stessa, dentro d’un
giardino, e da lì dentro si vedeva i raccolti disseccati e le vigne, e dentro
di me andavo dicendo: “Povere gente,
povere gente, come faranno?” Mentre così dicevo, dentro a quel giardino vi era
un ragazzino che piangeva e gridava tanto forte, che assordava Cielo e terra,
ma nessuno aveva di lui compassione, sebbene lo sentivano tutti che così
piangeva tanto, si brigavano di lui e lo lasciavano abbandonato e solo. Un pensiero mi è balenato: “Chi sa che non fosse Gesù?” Ma non ne sono
rimasta certa. Onde, avvicinandomi a
Lui, ho detto: “Che hai che piangi,
bambino caro? Vuoi venire insieme con
me, giacché tutti ti hanno lasciato in preda alle lacrime ed al dolore, che
tanto t’opprime che ti fa gridare così forte?” Ma che! Chi poteva
quietarlo? Appena con singulti ha
risposto che sì, che se ne voleva venire.
Onde l’ho preso per mano per condurlo insieme con me e nell’atto stesso
di ciò fare mi sono trovata in me stessa.
La mancanza di stima delle persone altrui, è mancanza
di vera umiltà.
(1)
Trovandomi nello stesso stato, questa mattina, per qualche poco ho visto il mio
adorabile Gesù, che se ne stava dentro del mio cuore, che dormiva ed il suo
sonno attirava l’anima mia ad assonnarmi insieme con Lui, tanto che mi sentivo
tutte le interiori potenze tutte addormentate, senza più agire. Delle volte mi sforzavo di uscire da quel sonno,
ma non potevo, quando per poco si è destato il benedetto Gesù e ha mandato tre
volte il suo alito dentro di me, e mi pareva che Lui restasse tutto assorbito
in me. Dopo mi pareva che Gesù se li
attirasse un’altra volta dentro di Sé quei tre aliti che mi aveva mandato, ed
io mi sono trovata tutta trasformata in Lui.
Chi può dire ciò che succedeva in me da questi soffi divini? Da quell’unione inseparabile tra me e Gesù non
ho parole ad esprimerla! Dopo ciò pare che mi sono potuta destare e Gesù, rompendo
il silenzio mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, ho guardato e riguardato, ho cercato e ricercato, scorrendo per
tutta la terra, ma in te ho fissato i miei sguardi e ho trovato le mie
compiacenze, e ti ho eletta tra mille”.
(3)
Poi, volgendosi a certe persone che vedevo, le ha riprese col dir loro:
(4)
“La mancanza di stima delle persone altrui, è mancanza di vera umiltà cristiana
e di dolcezza, perché uno spirito umile e dolce sa rispettare tutti ed
interpreta sempre a bene i fatti altrui”.
(5)
Detto ciò è scomparso, senza dirgli neppure una parola. Sia sempre benedetto che così vuole, e tutto
sia per sua gloria.
Luisa nella forma di crocifissa, risparmia alcuni
castighi sopra Corato.
(1)
Siccome continuava il mio adorabile Gesù a non farsi vedere con chiarezza,
questa mattina, avendo fatto la comunione, il confessore ha messo l’intenzione
della crocifissione; mentre mi trovavo in quelle sofferenze, il benedetto Gesù,
quasi tirato dalle mie pene, si è mostrato con chiarezza. Oh! Dio, chi può dire le sofferenze che
soffriva Gesù e lo stato violento in cui si trovava, che mentre era costretto a
mandare i castighi, faceva tale violenza, che non voleva mandarli! Faceva tale
compassione nel vederlo in questo stato, che se gli uomini lo potessero vedere,
ancorché i loro cuori fossero di diamante, si spezzerebbero per tenerezza come
fragile vetro. Onde ho incominciato a
pregarlo che si placasse e che si contentasse di farmi soffrire a me e
risparmiasse il popolo. Poi ho soggiunto: “Signore, se non volete dare ascolto alle
mie preghiere, conosco che lo merito.
Se non volete avere compassione dei popoli, ne avete ragione, perché
grandi sono le nostre iniquità, ma vi chiedo in grazia che avete compassione di
Voi stesso, abbiate pietà della violenza che vi fate nel punire le vostre
immagini. Ah! si, ve lo chiedo per amor
di Voi stesso, che non mandiate castighi, fino a togliere il pane ai vostri
figli e farli perire. Ah, no! non è
della natura del vostro cuore operare in questo modo, ecco perciò la violenza
che provate, che se avesse potere vi darebbe la morte”.
(2) E Lui,
tutto afflitto mi ha detto: “Figlia
mia, è la giustizia che mi fa violenza, e l’amore che ho verso degli uomini mi
usa violenza più forte, da mettere il mio cuore in angosce di morte nel punire
le creature”.
(3) Ed
io: “Perciò Signore, scaricate sopra di
me la giustizia, ed il vostro amore non sarà più violentato dalla giustizia e
non si troverà in contrasto di castigare le gente, ché davvero, come faranno se
Voi fate come mi fate comprendere, di disseccare tutto ciò che serve
all’alimento dell’uomo? Deh! vi prego,
lasciatemi soffrire a me e risparmiate loro, se non in tutto almeno in parte”.
(4) E
Gesù, come se si vedesse costretto dalle mie preghiere, si è avvicinato alla
mia bocca ed ha versato dalla sua un poco d’amarezza, densa e stomachevole, che
appena trangugiata mi ha prodotto tali e tante specie di pene che mi sentivo
morire. Allora il benedetto Gesù,
sostenendomi in quelle pene, altrimenti sarei lasciata vittima (eppure non era stato altro che un poco
che aveva versato, che sarà del suo cuore adorabile, che tanto ne conteneva?), ha mandato un sospiro come se si
avesse sollevato da un peso e mi ha detto:
(5)
“Figlia mia, la mia giustizia aveva deciso di distruggere tutto, ma ora,
sgravandosi un poco sopra di te, per amor tuo concede un terzo di ciò che serve
all’alimento dell’uomo”.
(6) Ed
io: “Ah! Signore, è troppo poco, almeno
metà!”
(7) E
Lui: “No figlia mia, contentati”.
(8) Ed
io: “No Signore, almeno se non volete
contentarmi per tutti, contentatemi per Corato e per quelli che mi
appartengono”.
(9) E
Gesù: “Oggi sta preparata una grandine
che deve fare gran danno. Tu stai coi
dolori della croce; esci fuori di te stessa ed in forma di crocifissa va
nell’aria e metti in fuga i demoni da sopra Corato, ché alla forma crocifissa
non potranno resistere e andranno altrove”.
(10) Così sono
uscita fuori de mi stessa, crocifissa, ed ho visto la grandine e i fulmini che
stavano per scoppiare sopra Corato. Chi
può dire lo spavento dei demoni, come se la davano a gambe alla vista della mia
forma crocifissa, come si morsicavano le dita per rabbia e giungevano a
prenderla contro del confessore, che questa mattina mi aveva dato l’ubbidienza
di soffrire la crocifissione, giacché con me non se la potevano prendere, anzi,
erano costretti a fuggire da me per il segno della redenzione che vi
scorgevano. Onde, dopo d’averli messi
in fuga, me ne sono ritornata in me stessa, trovandomi con una buona dose di
patimenti. Sia tutto per la gloria di
Dio.
Gesù le consegna le chiavi della giustizia ed una luce
per svelarla.
(1)
Siccome mi trovavo in qualche modo sofferente, mi pareva che quelle sofferenze
erano una dolce catena che tiravano al mio buono Gesù a farlo venire quasi
continuo, e mi pareva che quelle pene chiamavano Gesù a farlo versare in me
altre amarezze. Onde, nel venire, or mi
sosteneva nelle sue braccia per darmi forza, ed ora versava di nuovo. Io però di tanto in tanto gli dicevo: “Signore, adesso sento in me parte delle
vostre pene, vi prego di contentarmi, come vi dissi ieri di darmi almeno la
metà di ciò che serve ad alimento dell’uomo”.
(2) E
Lui: “Figlia mia, per contentarti ti
consegno le chiavi della giustizia e la conoscenza di quanto è necessario
assolutamente di punire l’uomo, e con ciò farai quello che ti piace, non ne sei
tu contenta?”
(3)
Nel sentire dirmi ciò mi consolai e dicevo nel mio interno: “Se starà a me, non castigherò affatto
nessuno”. Ma quanto restai disingannata
quando il benedetto Gesù mi diede una chiave, e mi mise in mezzo ad una luce,
che guardando da mezzo quella luce scorgevo tutti gli attributi di Dio, come
pure quello della giustizia. Oh! come è
tutto ordinato in Dio! E se la giustizia punisce, è ordine; e se non punisse,
non starebbe in ordine cogli altri attributi.
Onde mi vedevo misero verme in mezzo a quella luce, che se volessi
impedire il corso alla giustizia, guasterei l’ordine, ed andrei contro degli
uomini stessi, perché comprendevo che la stessa giustizia è amore purissimo
verso di loro. Onde mi sono trovata
tutta confusa e imbarazzata, perciò per sbarazzarmi, ho detto a Nostro
Signore: “Con questa luce di cui mi
avete circondato, capisco le cose diversamente, e se lascereste fare a me,
farei peggio che Voi, perciò non accetto questa conoscenza e vi rinunzio le
chiavi della giustizia; quello che accetto e voglio è che facciate soffrire me
e che risparmiate le gente; del resto non voglio saperne niente”.
(4) E
Gesù, sorridendo al mio dire mi ha detto:
(5)
“Come subito vuoi sbarazzarti, non volendo conoscere nessuna ragione e
volendomi fare più forte violenza te ne vuoi uscire con due parole: Fasciate soffrire a me e risparmiate loro!”
(6) Ed
io: “Signore, non è che non voglio
sapere ragione, ma è perché non è uffizio mio, ma vostro. Il mio uffizio è quello d’essere vittima,
perciò Voi fate il vostro uffizio ed io faccio il mio, non è vero mio caro
Gesù?”
(7) E
Lui, mostrando come un’approvazione, mi è scomparso.
Ufficio di vittima.
Castighi.
(1) Mi
pare che il mio adorabile Gesù continua a dimezzare la giustizia col versare un
poco su di me ed il resto sopra le gente.
Questa mattina specialmente, quando mi sono trovata con Gesù, mi si
straziava l’anima nel vedere la tortura del suo dolcissimo cuore nel castigare
le creature. Era tanto lo stato
sofferente in cui si trovava Gesù, che non faceva altro che mandare continui
gemiti, teneva in testa una folta corona di spine, tutta incarnata dentro, che
la testa pareva un pezzo di spine.
Onde, per sollevarlo un poco gli ho detto: “Dimmi mio Bene, che hai che sei tanto sofferente? Permettimi che vi tolga queste spine che vi
tormentano non poco!” Ma Gesù non mi rispondeva, anzi neppure ascoltava ciò che
io dicevo. Quindi, mi sono messa a
togliere quelle spine, ad una ad una, e dopo la ho messo sulla mia testa. Or, mentre ciò facevo, ho visto che a parte
lontane doveva fare un terremoto, che farebbe strage di gente. Dopo Gesù mi è scomparso ed io sono
ritornata in me stessa, ma con somma mia afflizione nel pensare allo stato
sofferente di Gesù ed alle sciagure della misera umanità.
L’ubbidienza la fa chiedere Gesù la faccia soffrire
per impedire i castighi.
(1)
Questa mattina, nel venire il mio amabile Gesù ho incominciato a dire: “Signore, che fate? Pare che vi inoltrate troppo con la
giustizia”. E mentre volevo continuare
a dire per scusare le miserie umane, Gesù mi ha imposto silenzio col dirmi:
(2)
“Taci, se vuoi che mi trattenga con te vieni a baciarmi ed a salutarmi con le
tue solite adorazioni tutte le mie membra sofferenti”.
(3)
Così ho incominciato dalla testa, e poi man mano per le altre membra. Oh! quante piaghe profonde conteneva quel
corpo sacrosanto, che al solo guardarle metteva raccapriccio. Onde, non appena finito, è scomparso,
lasciandomi con scarsissimo patire e con un timore, chi sa come si verserà
sopra le gente, ché non si è benignato di versare sopra di me le sue amarezze!
(4)
Dopo poco è venuto il confessore e gli ho detto ciò che io ho detto di sopra, e
lui mi ha detto che: “Oggi, per
ubbidienza assoluta, quando faccia la meditazione devi pregarlo che ti faccia
soffrire la crocifissione e che cessi di mandare i flagelli”. Così, quando ho fatto la meditazione, l’ho
pregato secondo l’ubbidienza ricevuta quando appena si faceva vedere, ma senza
darmi retta, anzi, or si faceva vedere che volgeva le spalle alle gente, or che
dormiva per non essere da me importunato.
E che so io, mi sentivo crepare ché non si curava di farmi fare
l’ubbidienza, onde ho preso coraggio, e mettendo tutta la fiducia nella santa
ubbidienza, l’ho preso per un braccio e smovendolo per risvegliarlo gli ho
detto: “Signore, che fate? Questo è l’amore che portate alla vostra
virtù tanto prediletta dell’ubbidienza?
Questi sono gli elogi che tante volte le avete dato? Questi sono gli onori che le avete
prodigato, fino a dire che vi sentite scosso e non potete resistere alla virtù
dell’ubbidienza e vi sentite soggiogare dall’anima che si dona a questa virtù,
che adesso pare che non vi curate di farmi ubbidire?” Mentre ciò dicevo e altre
cose, che andrei troppo per le lunghe se volessi scriverle, il benedetto Gesù
si è scosso, e come colpito da vivissimo dolore, ha dato in dirottissimo pianto
e singhiozzando ha detto:
(5)
“Anch’Io non voglio mandare flagelli, ma è la giustizia che mi costringe quasi
per forza, ma tu con questo parlare vuoi pungermi al vivo e toccarmi un tasto
troppo per Me delicato e da Me molto amato, tanto che non volli altro onore né
altro titolo che quello di ubbidiente.
Ed ecco, per farti vedere che non è che non mi curo di farti ubbidire,
con tutto ciò che la giustizia mi costringe a non farlo, ti partecipo in parte
i dolori della croce”.
(6)
Mentre ciò facevo, mi è scomparso, lasciandomi contenta che mi ha fatto
ubbidire e con un dispiacere nell’anima, come se avessi stato causa di far
piangere il Signore col mio parlare.Ah! Signore, vi prego a perdonarmi.
Effetti della croce.
(1)
Trovandomi non poco sofferente, il mio adorabile Gesù nel venire tutta mi
compativa e mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, che hai che soffri tanto?
Lasciami sollevarti un poco”.
(3) E (ma però Gesù era più sofferente di me.) così mi dato un bacio, e siccome era
crocifisso, mi ha tirato fuori di me stessa ed ha messo le mie mani nelle sue,
i miei piedi nei suoi, la mia testa poggiava sulla sua e la sua sopra la
mia. Come ero contenta nel trovarmi in
questa posizione! Sebbene i chiodi e le spine di Gesù mi davano dolori, erano
dolori che mi davano gioia, perché sofferti per l’amato mio Bene, anzi avrei
voluto che più crescessero. Anche Gesù
pareva contento di me, ché mi teneva in quel modo attirata a Sé. Mi pareva che Gesù ristorava me ed io fossi
di ristoro a Lui.
(4)
Onde, in questa posizione, siamo usciti fuori, e avendo trovato il confessore,
subito ho pregato per i bisogni di lui, ed ho detto al Signore che si
benignasse di far sentire quanto è dolce e soave la sua voce al
confessore. Gesù per contentarmi si è
rivolto a lui ed ha parlato della croce col dire:
(5)
“La croce assorbe nell’anima la mia Divinità, la rassomiglia alla mia umanità e
ricopia in sé stessa le mie stesse opere”.
(6)
Dopo abbiamo continuato a girare un altro poco ed, oh! quante viste dolorose,
che trafiggevano l’anima da parte a parte! Le gravi iniquità degli uomini, che
neppure si abbassano a fronte della giustizia, anzi si scagliano con maggior
furore, quasi che volessero rendere ferite per doppie ferite, e la grande
miseria che loro stessi si stanno preparando.
Onde, con nostro sommo rammarico ci siamo ritirati; Gesù è scomparso ed
io mi sono ritirata in me stessa.
Contenersi in Dio e non uscire dai confini della pace,
è tutto lo stesso.
(1)
Siccome questa mattina il benedetto Gesù non ci veniva, nel mio interno mi
sentivo suscitare qualche ombra di turbazione sul perché non ci veniva; onde
nel venire mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, contenersi in Dio e non uscire dai confini della pace è tutto lo
stesso. Sicché se tu avverti un poco di
turbazione è segno che fai un poco di uscita da dentro Dio, perché contenersi
in Lui e non aver perfetta pace è impossibile, molto più che i confini della
pace sono interminabili, anzi tutto ciò che a Dio appartiene è tutto pace”.
(3)
Dopo ha soggiunto: “Non sai tu che le
privazioni all’anima servono come l’inverno alle piante, che mettono più
profonde le radici, le fortifica e le fa rinverdire e fiorire al maggio?”
(4)
Dopo ciò, mi ha trasportata fuori di me stessa, ed avendogli raccomandato vari
bisogni, mi è scomparso, ed io mi sono trovata in me stessa, con un desiderio
di tenermi sempre dentro di Dio, acciocché mi potessi trovare nei confini della
pace.
Tutto il creato ci addita l’amore di Dio, il corpo
piagato di Gesù, l’amore del prossimo.
(1)
Seguitando a non venire, ho cercato d’applicarmi a considerare il mistero della
flagellazione. Mentre ciò facevo,
quando appena ho visto il benedetto Gesù tutto piagato e grondante sangue mi ha
detto:
(2)
“Figlia mia, il cielo con tutto il creato, t’addita l’amor di Dio; il mio corpo
piagato t’addita l’amor del prossimo, tanto che la mia umanità unita alla mia
Divinità, di due nature ne feci una sola e li resi inseparabili, perché non
solo soddisfeci alla divina giustizia, ma operai la salvezza degli uomini. E per fare che tutti assumessero
quest’obbligo d’amare Dio ed il prossimo, non solo ne feci uno solo, ma giunsi
a farne un precetto divino. Sicché le
mie piaghe ed il mio sangue sono tante lingue che insegnano ad ognuno il modo
d’amarsi e l’obbligo che tutti hanno di badare alla salvezza altrui”.
(3)
Dopo, prendendo un aspetto più afflitto, ha soggiunto:
(4)
“Che tiranno spietato è per Me l’amore, che non solo impiegai tutto il corso
della mia vita mortale in continui sacrifici, fino a morire svenato sopra d’una
croce, ma mi lasciai vittima perenne nel sacramento dell’Eucaristia. E questo non solo, ma tutte le mie membra
predilette le tengo vittime viventi in continue sofferenze, impiegate per la
salvezza degli uomini, come fra tanti ho eletto te, per tenerti sacrificata per
amor mio e per gli uomini. Ah si! il
mio cuore non trova requie né riposo se non trova l’uomo, e l’uomo, l’uomo,
come mi corrisponde? Con ingratitudini
enormissime!”
(5)
Detto ciò è scomparso.
L’umiltà più perfetta produce nell’anima l’unione più
intima con Dio.
(1)
Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa e non trovando il mio sommo Bene,
ho dovuto girare e rigirare in cerca di Lui; quando mi sono stancata fino a
sentirmi venire meno, me lo sono sentito da dietro le spalle, che mi
sorreggeva. Onde ho disteso la mano e
l’ho tirato innanzi dicendogli:
“Diletto mio, sai che non posso stare senza di te, eppure mi fai tanto
aspettare, fino a farmi venire meno.
Dimmi almeno, qual è la causa?
Dove ti ho offeso che mi sottoponi a strazi sì crudeli, a martiri sì
dolorosi, qual è la tua privazione?” E Gesù, interrompendo il mio dire, mi ha
detto:
(2)
“Figlia mia, figlia mia, non accrescere più strazio al mio cuore esacerbato al
sommo, trovandosi in continua lotta per le violenze che continuamente tutti mi
fanno: Violenza mi fanno le iniquità
degli uomini, che attirando su di loro la giustizia mi sforzano a castigarli, e
la giustizia cozzandosi in continua lotta con l’amore che ho verso degli
uomini, mi strazia il cuore, in modo sì doloroso da farmi morire continuamente!
Violenza mi fai tu, che venendo Io e conoscendo tu i castighi che sto facendo,
non te ne stai quieta, no, ma mi sforzi, mi fai violenza e non vuoi che
castighi, e conoscendo Io che tu non puoi fare diversamente alla mia presenza,
per non esporre il mio cuore ad una lotta più fiera, mi astengo dal venire. Perciò, non volermi violentare a farmi
venire per ora; lasciami sfogare il mio furore e non voler accrescere le mie
pene col tuo parlare. Al resto, non
voglio che ci pensi perché l’umiltà più perfetta, più sublime, è quella di
perdere ogni ragione e di non discorrere sul perché e come, ma di disfarsi nel
proprio nulla, e mentre sta ciò facendo, senza avvedersi, si trova dispersa in
Dio, e con ciò produce nell’anima l’unione più intima, l’amore più perfetto
verso il sommo Bene. Ma però con sommo
vantaggio dell’anima, perché perdendo la propria ragione, acquista la ragione
divina, e perdendo ogni discorso sul conto proprio, cioè, se freddo o caldo, se
favorevoli o avverse le cose che le succedono, s’interesserà e acquisterà un
linguaggio tutto celeste e divino.
(3)
Oltre di ciò, l’umiltà produce nell’anima una veste di sicurezza, onde, involta
in questa veste di sicurezza, l’anima se ne sta nella calma più profonda, tutta
abbellendosi per piacere al suo diletto ed amato Gesù”.
(4)
Chi può dire quanto sono lasciata sorpresa da questo suo parlare? Non ho avuto una parola per
rispondergli. Onde dopo poco mi è
scomparso ed io mi sono trovata in me stessa, quieta, si, ma al sommo afflitta,
prima per le afflizioni e le lotte in cui si trovava il mio caro Gesù, e poi
per timore che ancora non ci venisse.
Chi potrà resistere? Come farò a
sopportare me stessa per la sua assenza?
Ah! Signore, datemi la forza per sopportare sì duro martirio, tanto
insopportabile alla mia povera anima! Del resto, dite quel che volete, che da
me non lascerò nessun mezzo, tenterò tutte le vie, userò tutti gli stratagemmi
come tirarvi a venire.
La croce è l’alimento dell’umiltà.
(1)
Dopo aver passato qualche giorno di privazione, al più qualche ombra ed a
lampo, ma però tutte le mie potenze me le sentivo tutte addormentate, in modo
che io stessa non capii ciò che succedeva nel mio interno. In questo assonnamento una sola pena si
destava nel mio interno, ed era che mi pareva di essermi accaduto come a colui
che mentre dorme perde la vista, ovvero viene spogliato di tutte le sue
ricchezze, onde il misero non può né dolersi, né difendersi, né usare qualche
mezzo per liberarsi dai suoi infortuni.
Poveretto, in che stato compassionevole si trova! Ma qual è la
causa? Il sonno, perché se fosse desto,
certo che si saprebbe ben difendere dalle sue sventure. Tale è il mio misero stato; non mi viene
dato neppure di mandare un gemito, un sospiro, di versare una lacrima, perché
ho perduto di vista colui che è tutto il mio amore, tutto il mio bene e che
forma tutto il mio contento. Pare che
per non farmi dolere della sua privazione, mi ha assonnato e mi ha
lasciato. Ah! Signore, destatemi Voi,
acciocché possa vedere le mie miserie e conoscere almeno di che sono priva.
(2)
Ora, mentre mi trovavo in questo stato, da dentro il mio interno ho inteso il
benedetto Gesù, che si lamentava continuamente. Quei lamenti hanno ferito il mio udito ed un po’ destandomi ho
detto: “Mio solo ed unico bene, dai
vostri lamenti avverto lo stato troppo sofferente in cui vi trovate. Ciò avviene che volete soffrire da solo e
non volete farmi parte delle vostre pene, anzi, per non avermi in vostra
compagnia mi avete assonnato e mi avete lasciato senza farmi capire più
nulla. Capisco il tutto donde ciò viene,
che per essere più libero nel castigare, ma deh! abbiate compassione di me, che
senza di Voi sono cieca, e di Voi, che è sempre buono in tutte le circostanze
avere uno che vi faccia compagnia, che vi sollevi e che in qualche modo spezzi
il tuo furore. Perché per ora state
saldo e mandate flagelli, ma quando vedrete le vostre immagini perire per la
miseria, manderete più lamenti che ora e forse mi direte: “Ah! se tu ti avessi più impegnato a
placarmi, se avessi preso su di te le pene delle creature, non vedrei tanto
straziate le mie stesse membra!” Non è vero mio pazientissimo Gesù? Deh! sollevatevi un poco e lasciatemi
soffrire in vece vostra!”
(3) Mentre ciò
dicevo, Lui continuamente si lamentava, quasi in atto di voler essere compatito
e sollevato, ma lo voleva essere strappato quasi per forza questo stesso
sollievo, onde dietro le mie importunità, ha disteso nel mio interno le sue
mani e piedi inchiodati e mi ha partecipato un poco le sue pene. Dopo ciò, dando un po’ di tregua ai suoi
lamenti, mi ha detto:
(4)
“Figlia mia, sono i tristi tempi che a ciò mi costringono, perché gli uomini si
sono tanto ingagliarditi ed insuperbiti, che ognuno crede di essere dio a sé
stesso, e se Io non metto mano ai flagelli, farei un danno alle loro anime,
perché la sola croce è l’alimento dell’umiltà.
Onde, se ciò non facessi, verrei Io stesso a far mancare il mezzo come
farli umiliare ed arrenderli dalla loro strana pazzia, sebbene la maggior parte
più mi offendono, ma Io faccio come un padre che spezza a tutti il pane come
alimentarsi; che alcuni figli non lo vogliono prendere, anzi se ne servono per
gettarlo in faccia al padre, che colpa ne ha il povero padre? Tale sono Io. Perciò, compatiscimi nelle mie afflizioni”.
(5)
Detto ciò è scomparso, lasciandomi mezzo desta e mezzo addormentata, non
sapendo io stessa né se devo perfettamente destarmi, né se devo un’altra volta
assonnarmi.
L’anima deve riconoscersi in Gesù, non in sé stessa
(1)
Continuo a starmi assonnata. Questa mattina
per pochi minuti mi sono trovata desta e comprendevo il mio stato miserabile,
sentivo l’amarezza della privazione del mio sommo ed unico Bene; appena ho
potuto versare due lacrime, dicendogli:
“Mio sempre e buon Gesù, come non vieni? Queste non sono cose da farsi, ferire un’anima di te, e poi
lasciarla! E per soprappiù, per non farle conoscere quello che fate, la
lasciate in preda del sonno. Deh!
vieni, non farmi tanto aspettare!”
Mentre ciò dicevo ed altri spropositi ancora, in un istante è venuto e
mi ha trasportato fuori di me stessa; e siccome volevo dirgli il mio povero
stato, Gesù, imponendomi silenzio mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, quello che voglio da te, è di non più riconoscerti in te stessa,
ma di riconoscerti solamente in Me; sicché di te non più ti ricorderai, né
avrai più di te riconoscenza, ma ti ricorderai di Me, e disconoscendo te stessa
acquisterai la mia sola riconoscenza, ed a misura che oblierai e distruggerai
te stessa, così avanzerai nella mia conoscenza e ti riconoscerai solamente in
Me, e quando avrai tu ciò fatto, non più penserai più con la tua mente, ma con
la mia; non guarderai coi tuoi occhi, non più parlerai con la tua bocca, né
palpiterai col tuo cuore, né opererai con le tue mani, né camminerai coi tuoi
piedi, ma tutto coi miei, perché per riconoscersi solamente in Dio, l’anima ha
bisogno che vada alla sua origine e che ritorni al suo principio, Iddio, cioè,
da donde uscì, e che uniformi tutta sé stessa al suo Creatore; e tutto ciò che
ritiene di sé stessa e che non è conforme al suo principio, lo deve disfare e
ridursi al nulla. In questo sol modo,
nuda, disfatta, può ritornare alla sua origine e riconoscersi solo in Dio, ed
operare secondo il fine per cui è stata creata. Ecco perciò, che per uniformarsi tutta in Me, l’anima deve
rendersi indivisibile con Me”.
(3)
Mentre ciò diceva, io vedevo il castigo terribile delle piante disseccate e
come più si deve inoltrare. Appena ho
potuto dire: “Neh! Signore, come
faranno le povere gente?” E Lui, per non darmi retta, come un lampo mi è
sfuggito e scomparso. Chi può dire
l’amarezza dell’anima mia nel ritrovarmi in me stessa, per non avergli potuto
dire neppure una parola per me e per il mio prossimo, e per la tendenza al
sonno, ché di nuovo sono rimasta?
I castighi presenti, non sono altro che
predisposizione ai castighi futuri.
(1)
Questa mattina, trovandomi sommamente afflitta per la privazione del mio amante
Gesù, quando appena l’ho visto e mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, quante maschere si smaschereranno in questi tempi di castighi!
Perché questi castighi presenti non sono altro che una predisposizione a tutti
i castighi che ti manifestai nel corso dell’anno scorso”.
(3)
Mentre ciò diceva, io nel mio interno dicevo:
“Se il Signore continua a fare nel modo che sta facendo, cioè, che
siccome vuol mandare castighi non viene, non mi partecipa le sue pene, mi
tratta con modi insoliti, chi potrà resistere?
Chi mi darà la forza a starmene in questo stato?” E Gesù, rispondendo al
mio pensiero, ha soggiunto in atto di compatimento:
(4)
“Ed allora, vuoi tu che sospenda per un poco lo stato di vittima, e poi te lo
faccia riprendere?”
(5)
Mentre ciò diceva ho provato tale confusione ed amarezza, mi vedevo che il
Signore con quella proposta mi cacciasse da Sé, ché non ho saputo dire né sì,
né no, oppure per sentire che cosa decide l’ubbidienza. Onde, senza aspettare il mio dire, mi è
scomparso, lasciandomi come un chiodo fitto nel cuore, nel pensare che Gesù mi
rigettava da Sé. Era tanto il dolore,
che non ho fatto altro che versare lacrime amare.
Gesù e Luisa si ristorano a vicenda.
(1)
Continuando a starmi amareggiata, il mio adorabile Gesù, avendo di me
compassione è venuto e pareva che mi sostenesse tra le sue braccia. Poi, trasportandomi fuori di me stessa,
vedevo che vi regnava un profondo silenzio, una mestizia, un lutto da per ogni
dove. Era tanta l’impressione che faceva
sull’animo nel vedere in quel modo le gente, che si provava una stretta di cuore. Allora il benedetto Gesù, tirandomi come in
disparte mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, allontaniamo per poco ciò che ci affligge e ristoriamoci a
vicenda”.
(3)
Mentre ciò diceva, ha cominciato a carezzarmi e baciarmi, ma era tanta la
confusione mia, che non ardivo di rendergli i baci e le carezze, e Lui ha
soggiunto:
(4)
“Come! Io ristoro te coi baci e con le carezze, e tu non vuoi ristorare Me col
rendermi i tuoi baci e le tue carezze?”
(5)
Così mi sono sentita fiducia di rendergli la pariglia; e mentre ciò facevo, mi
è scomparso.
Coi suoi patimenti, Luisa evita un castigo.
(1)
Continuo a starmi amareggiata ed afflitta, come una stupidita. Questa mattina non c’era venuto affatto; è
venuto il confessore ed ha messo l’intenzione della crocifissione. In primo il benedetto Gesù non concorreva,
onde, dopo averlo pregato che si benignasse di farmi ubbidire, quando appena mi
si faceva vedere mi ha detto:
(2)
“Che vuoi? Perché volermi fare violenza
per forza una volta che è necessario castigare i popoli?”
(3) Ed
io: “Signore, non sono io, è
l’ubbidienza che così vuole”.
(4) E
Lui: “Ebbene, quando è l’ubbidienza ti
voglio partecipare la mia crocifissione e fra tanto voglio ristorarmi un poco”.
(5)
Mentre ciò diceva, mi ha partecipato i dolori della croce, e mentre io
soffrivo, Gesù si è messo vicino a me, e pareva che si ristorasse
alquanto. Ora, mentre mi trovavo in
questa posizione insieme con Lui, mi ha fatto vedere nell’aria, che da una
parte veniva una nube nera, nera, che al sol vederla metteva terrore e
spavento, e tutti dicevano: “Questa
volta moriamo”. Mentre tutti stavano
atterriti, si è sollevata da mezzo a me e Gesù una croce risplendente, che
facendosi contro a quella procella, l’ha messo in fuga, in gran parte, tanto
che pareva che le gente si calmavano.
Non so dire certo, mi pare che fosse un uragano accompagnato da fulmine
e da grandine tanto forte, da aver forza di portarsi le fabbriche appresso; e
la croce che l’ha fugato in gran parte mi pareva che fosse il piccolo mio
patire, che Gesù mi ha partecipato. Sia
benedetto il Signore, e tutto sia per la sua gloria ed onore.
Castighi con mali contagiosi.
(1)
Questa mattina, avendo fatto la comunione, quando appena ho visto il mio
adorabile Gesù gli ho detto: “Mio
diletto Signore, com’è che mandate tante castighi? Perché questa volta non volete a nessun conto placarvi? Pare che tutti i mezzi sono venuti meno, né
il pregare, né il dire: “Signore
versate a me le vostre amarezze”. Ahi!
non è stato il vostro solito agire in questo modo!” Mentre ciò dicevo, Gesù
benedetto, spezzando il mio dire ha risposto:
(2)
“Eppure, figlia mia, i castighi che sto mandando sono niente ancora a confronto
di quelli che stanno preparati. Perciò
non volerti affliggere per questi, perché non sono materia di grande
afflizione”.
(3)
Mentre ciò diceva, innanzi a me vedevo tante persone infettate da malori
contagiosi, che se ne morivano, onde, presa da raccapriccio, gli ho detto: “Neh! Signore, ci vorrebbe anche
questa? Che fate? Che fate?
Se ciò volete fare, toglietemi da questa terra, che non mi regge l’animo
vedere spettacoli così funesti. E poi,
chi potrà resistere a continuare in questo stato in cui mi avete messo, che non
ci venite, oppure ad’ombra, ma non solo, ma mi lasciate stupidita, assonnata,
che non mi fate capire più niente.
Eppure mi diceste che mi avresti fatto stare così finché in qualche modo
sfoggereste il vostro furore. Ora
volete aggiungere furore a furore, pare che non la finirete per ora, quindi,
povera me! povera me! Chi mi darà la forza a stare in questo stato? Chi potrà resistere?”
(4)
Mentre sfogavo la mia afflizione, Gesù compatendomi mi ha detto:
(5)
“Figlia mia, non temere del tuo stato d’assonnamento, questo dice che così come
Io sto con le gente, come se dormissi, come se non le sentissi e guardassi,
così ho messo te nello stesso stato.
Del resto, se ti dispiace, ti lo dissi un’altra volta, vuoi che ti
sospenda lo stato di vittima?”
(6) Ed
io: “Signore, non vuole l’ubbidienza
che accetti la sospensione”.
(7) E
Lui: “Ebbene, che vuoi da Me? Stati quieta ed ubbidisci!”
(8)
Chi può dire quanto sono restata afflitta?
Non solo, ma mi pare di essere restata tanto addormentate le potenze
interne, da vivere come se non vivessi.
Ah! Signore, abbiate pietà di me, non mi lasciate in abbandono, in un
stato sì compassionevole e doloroso!
Vivere non solo per Dio ma in Dio.
(1)
Continua lo stesso stato e forse anche peggio, e se qualche volta si fa vedere,
è ad ombra ed a lampi, è quasi sempre in silenzio. Questa mattina, trovandomi al sommo dell’afflizione e della
stupidità per il sonno continuo, quando appena si è fatto vedere mi ha detto:
(2)
“Coraggio figlia mia, l’anima veramente mia non solo deve vivere per Dio, ma in
Dio. Tu cerca di vivere in Me, ché in
Me troverai il ricettacolo di tutte le virtù e passeggiando in mezzo a loro ti
alimenterai del loro profumo, tanto da restarne satolla, e tu stessa non farai
altro che mandare luce e profumo celeste, perché il vivere in Me è la vera
virtù, ed ha virtù di dare all’anima la stessa forma della Divina Persona in
cui fa la sua dimora, e di trasformarla nelle stesse virtù divine di cui si
nutrisce”.
(3)
Dopo ciò, come lampo è scomparso, e l’anima mia, correndo dietro a quel lampo,
si è trovata fuori di me stessa, ma era già sfuggito, e non mi è stato dato di
ritrovarlo, ed ho sofferto l’amarezza di vedere grandine terribile, che avevano
fatto grande strage, fulmini come se avessero prodotto degli incendi ed altre
cose che stavano preparate. Visto ciò,
mi sono ritrovata in me stessa, più afflitta di prima.
Differenza tra vivere per Dio, e vivere in Dio.
(1)
Trovandomi nella stessa confusione, come un lampo si è fatto vedere e mi ha
fatto capire che non avevo scritto tutto ciò che Lui mi aveva detto il giorno
innanzi, cioè, che l’anima non solo deve vivere per Dio, ma in Dio. Onde il benedetto Gesù mi ha ripetuto la
differenza che passa tra il vivere per Dio ed il vivere in Dio, col dirmi:
(2)
“Nel vivere per Dio, l’anima può star soggetta alle turbazione, alle amarezze,
ad essere incostante, a sentire il peso delle passioni, a mischiarsi nelle cose
terrene. Ma il vivere in Dio, no, è
tutto diverso, perché la cosa principale per fare che una persona potesse
entrare ad abitare in un’altra persona, è deporre tutto ciò che è suo, cioè,
spogliarsi di tutto, lasciare le proprie passioni, in una parola, lasciare
tutto per trovare tutto in Dio. Or, quando
l’anima, non solo si è spogliata, ma assottigliata ben bene, allora potrà
entrare per la porta stretta del mio cuore a vivere in Me, a mio modo e della
mia stessa vita, perché sebbene il mio cuore è larghissimo, tanto che non c’è
termino ai suoi confini, ma la porta però è strettissima e solo può entrarvi
chi è denudato di tutto. E questo con
ragione, perché essendo Io santissimo, non ammetterei giammai a vivere in Me
alcunché che fosse estraneo alla mia santità.
Perciò, figlia mia, cerca di vivere in Me e possederai il paradiso
anticipato”.
(3)
Chi può dire quanto comprendevo su di questo vivere in Dio? Ma dopo è scomparso e sono lasciata nel mio
stesso stato.
Le sofferenze di Luisa, fanno meno rigorosi i castighi.
(1)
Questa mattina, avendo fatto la comunione e continuando lo stesso stato di
confusione, me ne stavo tutta rannicchiata in me stessa, quando ho visto il mio
adorabile Gesù, che veniva a me tutto in fretta, dicendomi:
(2)
“Figlia mia, spezzami un poco il mio furore, altrimenti...!”
(3) Ed
io, tutta spaventata, ho detto: “Che
volete che faccia per spezzare il vostro furore?”
(4) E
Lui: “Col richiamare in te le mie
sofferenze verrai a placare il furore mio”.
(5) In
questo mentre, vedevo come se chiamasse il confessore, mandando un raggio di
luce, e lui subito ha messo l’intenzione di farmi soffrire la
crocifissione. Il Signore benedetto
prontamente ha concorso ed io mi sono trovata in tante sofferenze che per la
forza dei dolori mi sentivo uscire l’anima dal corpo. Quando mi credevo in punto di spirare, e contenta io che Gesù
ricevesse l’anima mia, ho visto il confessore, che col dire “basta, basta,” mi
richiamava in me stessa.
(6)
Allora Gesù mi ha detto: “L’ubbidienza
ti chiama”.
(7) Ed
io: “Neh! Signore me ne voglio
venire!”
(8) E
Gesù: “Che vuoi da Me? L’ubbidienza continua a chiamarti”.
(9) E
così pare che questa nuova ubbidienza non ha fatto andare più innanzi le
sofferenze. Ma obbedienza certo per me
crudele, perché mentre mi pareva d’afferrare il porto, sono stata sbalzata
fuori e navigare la via. Onde dopo,
sebbene sono lasciata sofferente, ma non mi sentivo quella cosa di morire, il
mio benigno Signore ha ripreso a dire:
(10)
“Figlia mia, se tu oggi non avessi spezzato il mio furore, era giunto tanto al
colmo, che non solo avrei distrutto le piante, ma anche gli uomini; e se lo
stesso confessore non si avessi interposto col richiamare in te le mie
sofferenze, non avrei avuto neppure riguardo di lui. E’ vero che sono necessari i castighi, ma è necessario che di
tanto in tanto, quando il mio furore si inoltra, che tu me lo spezzi,
altrimenti figlia mia, quanti flagelli di più manderò!”
(11) E
mentre ciò diceva, mi pareva di vederlo tutto stanco, che lamentandosi, or
diceva: “Figlia mia”. Ed or:
“Figli miei, poveri figli miei, come vi veggo ridotti!” E con mia
sorpresa mi ha fatto capire che dopo essersi calmato un poco, doveva riprendere
il furore per continuare i castighi, e questo era servito solo a non farlo
infierire troppo contro le gente. Ah!
Signore, placatevi ed abbiate pietà di quei tali che Voi stesso chiamate “figli
miei”!
Il decreto dei castighi è firmato.
(1)
Pare che ho passato diversi giorni senza stare immersa nel letargo del sonno ed
un poco insieme con Gesù benedetto, dandoci a vicenda un po’ di ristoro. Ma quanto temo che mi abbia a gettare
un’altra volta in quel sonno così profondo.
Onde questa mattina, dopo avermi ristorata col latte che scorreva dalla
sua bocca, versandola in me, ed io l’ho ristorato col togliergli la corona di
spine per conficcarla nella mia testa, tutto afflitto mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, il decreto dei castighi è firmato, non resta altro che decidere il
tempo dell’esecuzione”.
I castighi servono per il bene
delle creature.
(1)
Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva. Dopo molto aspettare è venuto e mi ha detto:
(2)
“Figlia mia, la miglior cosa è rimetterti in Me ed al mio Volere, onde
rimettendoti in Me, essendo Io pace, ancorché vedessi mandare castighi,
resteresti in pace, senza provare turbazione”.
(3) Ed
io: “Ah! Signore, sempre là andate, ai
castighi. Placatevi una volta e non più
flagelli. E poi, non posso rimettermi
al vostro Volere a questo riguardo”.
(4) E
Lui ha soggiunto: “Non posso
placarmi. Che diresti tu se vedessi una
persona denudata, e che invece di coprire la sua nudità, badasse ad ornarsi di
gingilli, lasciando le parti più necessarie esposte alla nudità?”
(5) Ed
io: “Mi farebbe orrore a vederla, e
certo l’avrei biasimata”.
(6) E
Lui: “Ebbene, tali sono le anime,
denudate del tutto, non hanno più virtù che le coprano, onde è necessario che
le percuota, le flagelli, le spoglie, per farle rientrare in loro stesse e
farle badare alla nudità delle loro anime, più necessario che non è il
corpo. E se Io ciò non facessi, baderei
ai gingilli, come la persona da te biasimata, le quale sono le cose che si
riferiscono al corpo, e non baderei alla cosa più essenziale, qual è l’anima,
che l’hanno ridotta sì mostruosa da non più riconoscersi”.
(7)
Dopo ciò mi pareva che tenesse in mano una cordicella, che menandola da dietro
il collo mi legava, e poi legava il suo a quella stessa corda, e così ha fatto
al cuore ed alle mani, e con ciò pareva che mi legasse tutta al suo
Volere. Fatto ciò è scomparso.
Luisa dà un sollievo a Gesù. La fa considerare i castighi che risparmia.
(1)
Avendo fatto la comunione, non vedevo secondo il solito il benedetto Gesù, onde
dopo aver molto aspettato, mi sono sentita uscire fuori di me stessa e l’ho
trovato. Appena visto mi ha detto:
(2)
“Figlia, stavo ad aspettarti per potermi in te, un po’ riposare, che più non
posso. Deh! dammi un sollievo!”
(3) Subito l’ho
preso fra le mie braccia per contentarlo e l’ho visto che teneva una piaga
profonda alla spalla, che faceva compassione e ribrezzo a guardarla. Onde per pochi minuti si è riposato, e dopo
quel breve riposo, ho fatto per guardare, e la piaga era quasi risanata, quindi,
tra la meraviglia e lo stupore, e vedendolo più sollevato, ho preso coraggio e
gli ho detto: “Signore benedetto, il
mio povero cuore è straziato da un timore, che non mi vuoi più bene. Temo che sia incorsa nella tua indignazione,
perciò più non vieni come prima e non versate in me le vostre amarezze e non
date a me più il mio bene, qual è il patire, e negandomi questo, venite a
negarmi Voi stesso. Deh! date la pace
ad un povero cuore! Dimmi, assicurami, giurami, mi vuoi bene? Continui a volermi bene?”
(4) E
Lui: “Si, si, si, ti voglio bene”.
(5)