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I. M. I.

7-1

Gennaio 30, 1906

La costanza ordina tutto.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, quanto è necessario che l’anima sia costante nel fare il bene che ha incominciato, perché sebbene tiene principio, ma non avrà fine, e non avendo fine è necessario che si uniformi ai modi dell’Eterno Iddio.  Iddio è giusto, è santo, è misericordioso, è Colui che contiene tutto; ma forse un sol giorno?  No, sempre, sempre, sempre, così l’anima non deve essere un giorno paziente, umile, ubbidiente, e un altro giorno impaziente, superba, capricciosa.  Queste sono virtù spezzate, è un mescolare nero e bianco, luce e tenebre, tutto è disordine, tutto è confusione, modi, tutti dissimili dal suo Creatore.  In detta anima, c’è guerra continua, perché le passioni le fanno guerra, ché vedendosi nutrite spesso spesso, sperano d’essere loro la vittoria; i demoni, le creature ed anche le stesse virtù, vedendosi deluse le fanno guerra accanita e finiscono col nausearla.  Se si salvano dette anime, oh! quanto avrà da lavorare il fuoco del purgatorio.  Invece per l’anima costante tutto è pace, già la sola costanza fa stare tutto a posto, già le passioni si sentono morire, e chi è che essendo vicino a morire pensa di far guerra a nessuno?  La costanza è spada che mette tutto in fuga, è catena che lega tutte le virtù, in modo che si sente da esse carezzata continuamente, ed il fuoco del purgatorio niente lavorerà, perché la costanza ha ordinato tutto e l’ha fatto simili ai modi del Creatore”.

 

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7-2

Febbraio 9, 1906

 

L’unione delle nostre azioni con quelle di Gesù, è garanzia di salvezza.

 

(1) Continuando il mio solito stato appena l’ombra ho visto del benedetto Gesù, tutto afflitto e quasi in atto di mandare castighi.  Io nel vederlo ho detto: “Nel modo come è stato chi potrà scampare, non solo dai castighi, ma anche la stessa salvezza?”  E lui, cambiando aspetto, ha detto:

(2) “Figlia mia, l’unione delle opere umane con le mie, è garanzia per salvarsi, perché se due persone lavorano in un medesimo terreno, il lavorare in quel terreno è garanzia che ambedue dovranno raccogliere; così chi unisce le sue opere con le mie, è come se lavorasse nel mio terreno, quindi non dovrà raccogliere nel mio regno? Forse dovrà lavorare unito con Me nel mio terreno, e dovrà raccogliere in un regno a Me del tutto estraneo? No, certo”.

 

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7-3

Febbraio 12, 1906

 

Le virtù ci fanno giungere a determinata

altezza.  Nella Divina Volontà non ci sono confini.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato mi sentivo tutta oppressa per la privazione del mio benedetto Gesù, onde quando appena è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutte le altre virtù nelle creature fabbricano un muro di determinata altezza, ma il muro dell’anima che vive nella Volontà di Dio è un muro tant’alto e profondo, che non si trova né la profondità, né l’altezza, ed è tutto d’oro puro e massiccio, non soggetto a nessun malanno, perché essendo questo muro nel Volere Divino, cioè in Dio, Iddio stesso lo custodisce, e contro Dio non c’è potenza che vaglia, e l’anima mentre vive in questo Volere Divino, viene rivestita d’una luce tutta simile a Colui in cui vive, tanto, che anche in Cielo risplenderà più di tutti gli altri, da essere agli stessi santi occasione di maggiore gloria.  Ah! figlia mia, pensaci un po’ che ambiente di pace, di beni contiene la sola parola: “Volontà di Dio”, già solo che l’anima pensi di voler vivere in questo ambiente, già si sente cambiata, sente un’aria divina che l’investe, si sente sperdere l’essere umano, si sente divinizzata; da impaziente, paziente; da superba, umile, docile, caritatevole, ubbidiente; insomma, da povera ricca; già tutte le altre virtù sorgono a farle corona a questo muro alto che non tiene confine; perché come Iddio non tiene confine, così l’anima resta sperduta in Dio, e perde i confini propri ed acquista i confini della Volontà di Dio”.

 

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7-4

Febbraio 23, 1906

 

Come Gesù restò inchiodato in croce nella Volontà del Padre.

 

(1) Questa mattina stavo pensando a Nostro Signore nell’atto che l’inchiodavano in croce, e lo stavo tutto compatendo, ed il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non furono le sole mani e piedi che furono inchiodati in croce, ma tutte le particelle della mia Umanità, dell’anima e della Divinità restarono inchiodate tutte nella Volontà del Padre, perché la crocifissione fu Volontà del Padre, perciò restai tutto nella sua Volontà inchiodato e trasmutato, e ciò era necessario, perché che cosa è il peccato se non un ritirarsi dalla Volontà di Dio, da tutto ciò ch’è buono e santo che Dio ci ha dato, credersi da per sé stesso qualche cosa, ed offendere il proprio Creatore.  Ed io, per riparare quest’audacia e questo idolo proprio che si fa la creatura di sé stessa, volli sperdere del tutto la mia volontà e vivere della Volontà del Padre a costo di grande sacrificio”.

 

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7-5

Febbraio 28, 1906

 

L’onore più grande che la creatura può dare a Dio, è il dipendere

in tutto dalla sua Volontà Divina.  Modo come si comunica la Grazia.

 

(1) Questa mattina il benedetto Gesù quando appena si ha fatto vedere e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, l’onore più grande che la creatura può dare a Dio come Creatore, è il dipendere in tutto dalla sua Volontà Divina, ed il Creatore vedendo che la creatura fa il suo dovere di creatura verso del Creatore, le comunica la sua Grazia”.

(3) E mentre ciò diceva, usciva una luce da Gesù benedetto e faceva comprendere il modo come comunica la Grazia.  Ed io comprendevo così: Che l’anima, per esempio, sente in sé stessa un annientamento di sé stessa, vede il suo nulla, la sua miseria, inabilitata a fare ombra di bene, ora, mentre si sente in questo modo, Iddio comunica la sua Grazia, e la Grazia della verità, sicché l’anima scorge in tutto la verità senza inganno, senza tenebre, ed ecco ciò che Dio è per natura: Verità eterna che non può ingannare, né essere ingannata, l’anima diventa per Grazia, ossia, l’anima sente un distacco dalle cose della terra, vede la loro fugacità, instabilità, come tutto è falso, tutto marciume, che meritano d’essere aborrite anziché amate.  Iddio mentre l’anima si sente in questo stato, comunica la sua Grazia, e la Grazia del vero amore e dell’amore eterno; comunica la sua bellezza, in modo da fare impazzire l’anima amante, e l’anima resta ripiena dell’amore e della bellezza di Dio; ed ecco, ciò che Dio è per natura: Amore e bellezza eterna, l’anima diventa per Grazia, e così di tutte le altre virtù divine, che se volessi dire tutto, andrei troppo per le lunghe; solo aggiungo che la Grazia previene l’anima, la eccita, ma allora si comunica ed entra a prendere possesso quando le mastica quelle verità e come cibo se le inviscera nel proprio seno, perciò non tutti ricevono gli effetti detti di sopra, perché come lampi se le fanno sfuggire dalla mente e non ne fanno posto.

 

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7-6

Marzo 4, 1906

 

Scherzo che fa Gesù.

 

(1) Continuando il solito mio stato, stavo dicendo tra me stessa: “Signore, manifestatemi la vostra Volontà, se devo o no stare in questo stato.  Che ci perdete? Un sì o un no che dovete dire”.  Mentre ciò dicevo, il benedetto Gesù si è fatto sentire nel mio interno, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, dico che voglio che esci da questo stato di vittima, ma se lo fai, guai!”

(3) Ed io: “Se Voi stesso mi dite che vorreste che esca, non devo farlo?”

(4) E Lui: “Devo dirtelo, spingerti, violentarti, e non devi farlo, perché una figlia che sta sempre con suo padre deve conoscere il temperamento del padre, il tempo, la causa; deve tutto ben bene ponderare, e se ciò occorre deve dissuadere il proprio padre di darle quel comando”.

(5) Ed io: “Non l’ho fatto perché l’ubbidienza non vuole”.

(6) E Lui senza darmi tempo: “E se te lo permettono, povero a colui che ciò farà!”

(7) Io nel sentire ciò ho detto: “Signore, pare che questa volta volete tentarmi e crearmi tanti imbarazzi; io stessa non so più come regolarmi”.

(8) E Lui: “Ho voluto un po’ scherzare con te; non scherzano qualche volta gli sposi fra loro, ed io non potevo fare altrettanto?”

 

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7-7

Marzo 5, 1906

 

Gesù la prega che lo sollievi.  Vede un’uomo suicidarsi.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sono trovata fuori di me stessa insieme col bambino Gesù tutto afflitto.  Io nel vederlo così afflitto ho detto: “Carino mio, dimmi che cosa vuoi? Ché soffri per sollevarti?” E Lui si metteva con la faccia per terra e pregava quasi che volesse che interpretasse la sua Volontà, ma io non capivo niente; l’ho sollevato da terra, l’ho baciato più volte e ho detto: “Diletto mio, non capisco che cosa volete; vuoi che soffra la crocifissione?”

(2) E Lui: “No”.

(3) Ed ha preso il braccio in mano, e mi spuntava i polsi della camicia, ed io nel vedere ciò ho detto: “Vuoi che sia spogliato? Vi sento molta ripugnanza, ma per amor vostro mi sottometto”.

(4) In questo mentre, vedevo un’uomo che preso da disperazione e dalla stima propria di sé stesso, si suicidava, e questo nel nostro paese.  Il bambino me ha detto:

(5) “Non posso contenerla tanta amarezza, riceve ne tu la parte”.

(6) Ed ha versato nella mia bocca un poco della sua amarezza.  Io sono corsa da quell’uomo per aiutarlo a pentirsi del male che aveva fatto, i demoni prendevano quell’anima e la mettevano sul fuoco e la volgevano e rivolgevano come se l’arrostissero.  Io per ben due volte l’ho liberato, e mi sono trovata in me stessa pregando il Signore che usasse misericordia a quell’anima sventurata.  Il benedetto Gesù è ritornato con la corona di spine e tanto addentrata nella testa, che le spine parevano fin dentro alla bocca, e mi ha detto:

(7) “Ah, figlia mia, eppure molti non lo credono, che le spine penetrarono fin dentro alla bocca.  E’ tanto brutto il peccato della superbia, che è veleno all’anima, che l’uccide; siccome chi tiene una cosa attraverso alla bocca, impedisce che passe alcun cibo nel corpo per darle vita; così la superbia impedisce la vita di Dio nell’anima; perciò volli tanto soffrire per la superbia umana; e con tutto ciò, la creatura giunge a tanta superbia, che ubriaco di superbia perde la conoscenza di sé stesso e giunge ad uccidersi il corpo e l’anima”.

(8) Lo dico per obbedire, che avendo detto al padre ciò che ho scritto di sopra, mi assicurava che quella mattina un uomo si era suicidato.

 

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7-8

Marzo 9, 1906

 

Vede anime purganti andare in aiuto dei popoli.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena vedevo il benedetto Gesù e tant’anime purganti che Gesù Cristo mandava in aiuto dei popoli, nei quali pareva che dovevano succedere tante disgrazie di malattie contagiose, ed in qualche punto di terremoti; poi chi si uccideva, chi si gettava nei pozzi, nei mari, e chi uccideva altri, pare l’uomo stanco di sé stesso, perché senza Dio non sente la forza di continuare la vita.  Oh! Dio, quanti castighi, e quante migliaia di persone saranno vittime di questi flagelli.

 

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7-9

Marzo 13, 1906

 

Se l’anima non può stare senza di Gesù, è segno che essa è necessaria al suo amore.

 

(1) Questa mattina, il benedetto Gesù non ci veniva, ed io dicevo tra me stessa: “Signore, non vedi che mi sento mancare la vita? Sento tanta necessità di Te, che se Tu non vieni, mi sento distruggere il mio essere, non mi negare ciò che mi è assolutamente necessario; non vi chiedo baci, carezze, favori, ma solo la necessità”.  Mentre ciò dicevo, me sono trovata tutta assorbita in Lui, tutto il mio essere sperduto in modo che non potevo fare altro e vedere altro, che quello che faceva, vedeva Lui stesso.  Mi sentivo beata, felice, tutte le mie potenze assonnate, ossia come uno che va nel profondo del mare che tutto è acqua, e se fa per guardare, guarda l’acqua; se parla, l’acqua l’impedisce la parola e vi entra fin nelle viscere; se sente, è il mormorio delle acque che le entra per le orecchie, con questa differenza, che nel mare c’è pericolo della vita, non si sente né felice né beata, ed in Dio si riacquista la vita divina, felicità e beatitudine.  Onde il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, se tu non puoi stare senza di Me, tanto ti sono necessario, è segno che tu sei necessaria al mio amore, perché a secondo che uno si rende necessario ad uno, é segno che quello è necessario all’altro; perciò, sebbene qualche volta pare che non debbo venire e tu ci stenti, e veggo la necessità che hai di Me, a seconda che cresce in te la necessità, cresce anche in Me, e dico tra Me: Ma me lo vado a prendere questo sollievo al mio amore.  E’ perciò che dopo aver tu stentato, Io ci vengo”.

 

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7-10

Aprile 17, 1906

 

Dio armerà gli elementi contro dell’uomo.

 

(1) Questa mattina, me l’ho passato male, mi trovavo fuori di me stessa, e non vedevo altro che fuoco, pareva che si apriva la terra e minacciava ingoiare in sé città, monti ed uomini, pareva che il Signore vorrebbe distruggere la terra, ma in modo speciale pareva a diversi tre punti, uno distante dall’altro, e qualcuno di questi anche in Italia; pareva tre bocche vulcaniche, che chi mandava fuoco ed allagava le città, e dove si apriva la terra e succedevano orribili scosse di terremoti; io non capivo tanto bene se stavano succedendo o pure dovranno succedere; quante rovine.  Eppure, la causa di ciò è il solo peccato, e l’uomo non vuole arrendersi, pare che l’uomo si è messo contro Dio, e Dio armerà gli elementi contro dell’uomo, l’acqua, il fuoco, il vento e tante altre cose, e faranno morire molti e moltissimi, che spavento, che raccapriccio! Mi sentivo morire a vedere tutte queste scene dolorose, avrei voluto soffrire qualunque cosa per placare il Signore.  Quando appena il Signore si è fatto vedere, ma chi può dire come? Ho detto qualche cosa per placarlo, ma non mi dava retta, poi mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non trovo più dove riposare nella mia creazione.  Fammi riposare in te e tu riposati in Me e taci”.

 

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7-11

Aprile 25, 1906

 

Soffre insieme con Gesù.  Lui le dà tutti i suoi patimenti e tutto Sé stesso in dono.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù mi pareva di vederlo tutto afflitto dentro di me, nell’atto di soffrire la crocifissione, e pareva che io soffrissi un poco insieme, e poi mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutto è tuo: I miei patimenti, e tutto Me stesso, te ne faccio di tutto un dono”.

(3) Poi ha soggiunto: “Figlia mia, quanto me ne fanno le creature, che sete di peccati che hanno, che sete di sangue; non vorrei fare altro che sviscerare la terra ed incendiarli tutti”.

(4) Ed io: “Signore, che dite? Mi avete detto che siete tutto mio, ed uno che si dà ad un’altro non è più padrone di sé stesso; io non voglio che facciate ciò, e voi non dovete farlo.  Se volete soddisfazione da me, fatemi soffrire quello che volete, che sono pronta a tutto”.

(5) Onde me lo sentivo dentro di me, come se lo tenessi legato, e Lui che mi ripeteva spesse volte:

(6) “Lasciami fare, che più non posso! lasciami fare, che più non posso!”

(7) Ed io che ripetevo: “Non voglio Signore, non voglio”.  Ma mentre ciò dicevo, mi sentivo spezzare il cuore per tenerezza nel mirare la sua bontà tanto condiscendente verso di un’anima peccatrice qual io mi sono.  Comprendevo tante cose della bontà divina, ma non so dirle bene.

 

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7-12

Aprile 26, 1906

 

Gesù non le vuol far vedere i castighi per non affliggerla.

 

(1) Continuando il mio povero stato, mi sentivo persone d’intorno al mio letto che volevano che io vedessi i castighi che stavano succedendo nel mondo, cioè: Terremoti, guerre ed altre cose che io non capivo bene, per farmi interessare presso il Signore; mi pareva che fossero santi, ma non so dire certo.  In questo mentre, è uscito il benedetto Gesù da dentro il mio interno, e ha detto loro:

(2) “Non me la molestate, non me la affliggete col volerle fare vedere scene dolorose, ma fatemela stare quieta, e lasciatela in pace con Me”.

(3) Quelli si ne sono andati, ed io sono restata impensierita, chi sa che sta succedendo e neppure vuole farmi vedere.  Onde dopo mi sono trovata fuori di me stessa e vedevo un sacerdote che prendeva il discorso dei terremoti che erano successi nei dì passati e diceva: “Il Signore sta molto sdegnato, credo che non sono finiti ancora”.

(4) Ed io: “Chi sa se saremo noi risparmiati?” E quello, infiammandosi, pareva che il cuore gli batteva tanto forte che lo sentivo io, e quei battiti ripercuotevano nel cuor mio, io non capivo chi fosse, mi sentivo comunicarmi un non so che, e quello ha soggiunto:

(5) “Come possono succedere cose gravi di rovine, di morire gente, dove c’è un cuore che ama per tutti? Al più si potrà sentire qualche scossa, senza danno notabile”.

(6) Io nel sentire un cuore che ama per tutti, mi sono sentita come piccata, ed io stessa non so dire come sono uscita a dirlo: “Che dite, un cuore che ama per tutti? Non solo che ama per tutti, ma che ripara per tutti, che soffre, che ringrazia, che loda, che adora, che rispetta la santa legge per tutti; perché io non lo credo vero amore verso la persona amata se non gli rende l’amore e tutta la soddisfazione che gli dovevano rendere gli altri, in modo che in quella persona deve trovare tutto il bene ed il contento che doveva trovare in tutti”.

(7) Quello nel sentirmi, più s’accendeva, s’avvicinava nel atto di volermi stringere; io temevo, sentivo rossore d’avere così parlato; il mio cuore percosso dai suoi battiti, mi batteva forte.  Pareva che si trasformava come se fosse Nostro Signore, ma non so dirlo certo.  Senza potermi opporre mi ha stretto a Sé dicendomi:

(8) “Ogni mattina verrò da voi, e faremo colazione insieme”.

(9) In questo mentre mi sono trovata in me stessa.

 

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7-13

Aprile 29, 1906

 

L’anima vuota di tutto è come l’acqua che corre sempre.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù, e riempiendo tutto il mio interno di Sé stesso mi ha detto:

(2) “Figlia mia, l’anima vuota è come l’acqua che corre, corre sempre ed allora si ferma quando giunge al centro da dov’è uscita, e siccome l’acqua non tiene colore, riceve in sé tutti i colori che in essa si rappresentano.  Così l’anima vuota corre, corre sempre verso il centro divino da dove usci, ed allora si ferma quando giunge a riempirsi tutta, tutta di Dio, perché essendo vuota niente le sfugge dell’Essere Divino, e siccome non tiene colore proprio, riceve in sé tutti i colori divini.  Or, la sola anima vuota, perché vuota di tutto, comprende le cose secondo la verità, quindi: La preziosità del patire, il vero bene della virtù, la sola necessità dell’Eterno, perché per amare una cosa è assoluta necessità che si odi quella cosa contraria alla cosa che si ama; e la sola anima vuota è quella che giunge a tanta felicità”.

 

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7-14

Maggio 4, 1906

 

Timori e lacrime dell’anima.  Gesù le chiede sia più precisa nello scrivere.

 

(1) Stavo molto afflitta per non aver visto chiaramente il mio adorabile Gesù, con l’aggiunta che il pensiero mi diceva che Gesù, colui ch’è la mia vita, non mi voleva più bene.  Oh! Dio, che pene mortali sentiva il mio povero cuore, non sapevo che fare per liberarmi da ciò.  Ho versato lacrime amare ed ho detto per liberarmi: “Non mi vuole più bene, ed a dispetto che Lui non mi vuol più bene, lo vorrò più bene di prima”.  Ho scritto ciò per obbedire. 

(2) Onde dopo molto stentare è venuto e portava le mie lacrime sul suo volto; io non capivo bene il perché, ma mi pareva che siccome quel pensiero mi aveva eccitato e quasi irritato ad amarlo di più, Lui compiacendosi di ciò, quasi mi dicesse:

(3) “Come non ti voglio bene? T’amo tanto, che anche delle tue lacrime tengo conto, e le porto sul mio volto per mio compiacimento”.

(4) Onde dopo ha soggiunto: “Figlia mia, voglio che sia più precisa, più esatta, che manifesti tutto nello scrivere, ché molte cose le fai passare innanzi, sebbene che per te prendi senza scrivere, ma molte cose serviranno per gli altri”.

(5) Io nel sentire ciò sono restata confusa, perché veramente ciò lo faccio, ed è tanta la ripugnanza di scrivere, che solo i miracoli che sa fare l’ubbidienza potevano vincermi, ché di mia volontà non sarei buona a vergare neppure una virgola.

(6) Sia tutto a gloria di Dio ed a mia confusione.

 

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7-15

Maggio 6, 1906

 

Dio è cibo e vita dell’anima.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù con un pane in mano, come se mi volesse ristorare, ché per le continue sue privazioni mi sento tanto male, che pare che appena un sol filo di vita mi mantenga viva, e che sotto questo filo resterei incenerita e consumata.  Onde dopo che mi ha ristorato con quel pane mi ha detto:

(2) “Figlia mia, il pane materiale è cibo e vita del corpo, e non c’è particella del corpo che non riceva vita da questo pane; così Dio è cibo e vita dell’anima, e non ci dev’essere particella che non dovrebbe prendere vita e cibo da Dio, cioè, animare tutto sé in Dio, come nutrire i suoi desideri in Dio, gli affetti, le inclinazioni, l’amore, farle prendere vita e cibo in Dio, in modo che nessun altro cibo dovrebbe gustare che Dio solo.  Ma oh! quanti fanno cibare la loro anima d’ogni sorta di sporcizia?”

(3) Detto ciò è scomparso, e mi sono trovata dentro d’una chiesa, e pareva che varie persone dicevano: “Maledetto, maledetto”, come se volessero maledire il Signore benedetto, ed anche le stesse creature.  Io non so come comprendevo tutto il peso di quelle maledizioni, come significassero distruzione di Dio e di loro stesse e ne piangevo amaramente per queste maledizioni.  Poi vedevo all’altare un sacerdote che celebrava, come se fosse Nostro Signore, il quale venendo in mezzo a quelli che avevano detto quelle maledizioni, ha detto con voce solenne ed autorevole: “Maledicti, maledicti!”, almeno per una ventina e più volte, e mentre ciò diceva, pareva che cadevano morti molte migliaia di gente; chi per rivoluzione, chi per terremoti, chi nel fuoco e chi nell’acqua, e mi pareva che questi castighi fossero precursori delle vicine guerre.  Io ne piangevo, e quello avvicinandosi a me mi ha detto:

(4) “Figlia mia, non temere, che non ti maledico, anzi ti dico benedicta, mille e mille volte.  Piangi e prega per questi popoli”.

 

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7-16

Maggio 7, 1906

 

Gesù non vuole uscire da dentro il interno di Luisa.

 

(1) Questa mattina, avendo fatta la comunione, vedevo il benedetto Gesù nel mio interno ed io gli dicevo: “Diletto mio, uscite da dentro, venite fuori, acciocché vi possa stringere, baciare e parlarvi”.  E Lui facendomi cenno con la mano mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non voglio uscire, sto bene in te, perché se esco dalla tua umanità, l’umanità contiene tenerezza, compassione, debolezza, timore, sarebbe come se uscissi da dentro la mia Umanità vivente, perché occupando tu l’istesso mio uffizio di vittima, dovrei far sentire a te il peso delle pene altrui, e quindi risparmiarli.  Uscirò, sì, ma non da dentro di te, ma fuori da Dio senza Umanità e la mia giustizia farà il suo corso come si conviene a castigare le creature”.

(3) E pareva che più si addentrasse dentro.  Io gli ripetevo: “Signore, uscite, risparmiate i vostri figli, le vostre stesse membra, le vostre immagini”.  E Lui facendo cenno con la mano ripeteva:

(4) “Non esco, non esco”.

(5) Questo lo ha ripetuto più e più volte, mi ha comunicato tante cose di quello che contiene l’umanità, ma non so dirle; le tengo in mente e non so esprimerle con parole.  Non avrei voluto scrivere ciò, ma l’ubbidienza non ha voluto.  Fiat, sempre Fiat.

 

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7-17

Maggio 15, 1906

 

L’anima è come una spugna, se reprime sé stessa s’impregna di Dio.

 

(1) Continuando il mio solito stato, sentivo un’estrema afflizione per la privazione del benedetto Gesù e quasi stanca e sfinita di forze.  Or quando appena si è fatto vedere nel mio interno, mi ha detto:

(2) “Figlia mia, è un continuo reprimere che l’anima deve fare a sé stessa, perché l’anima è come una spugna, se reprime sé stessa s’impregna di Dio, e impregnandosi di Dio, sente la vita di Dio in sé stessa, e quindi l’amore alla virtù, tendenze sante, si sente espugnata sé stessa e trasformata in Dio, e se non reprime sé stessa, resta impregnata di sé stessa, e quindi sente tutti gli effetti che contiene la corrotta natura, tutti i vizi escono a far capolino, la superbia, l’invidia, la disubbidienza, l’impurità, ecc.  ecc”.

 

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7-18

Maggio 18, 1906

 

L’anima soffre mentre Gesù dorme.

 

(1) Sentendomi molto sofferente d’anima e di corpo, che io stessa non so come vivo, quando appena il benedetto Gesù l’ho visto nel mio interno che si riposava e dormiva tranquillamente, io lo chiamavo, lo tiravo e Lui non mi dava retta.  Onde dopo molto stentare mi ha detto:

(2) “Diletta mia, non voler turbare il mio riposo.  No mi dici tu di voler soffrire invece mia, e di voler soffrire nella tua umanità tutto ciò che io doveva soffrire nella mia Umanità se fosse vivente, intendendo di ristorare le mie membra sofferenti con le tue sofferenze, soffrendo tu per lasciarmi libero? Onde mentre tu soffri, Io mi riposo”.

(3) E mentre ciò diceva, s’addormentava più profondamente, ed è scomparso.  Questo che mi ha detto, sono le mie continue intenzioni nelle mie sofferenze.

 

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7-19

Giugno 13, 1906

 

L’anima farebbe anche degli spropositi, per ottenere l’intento

d’essere più amata dal suo sommo ed unico Bene.

 

(1) Me la passo sempre in continue privazioni, al più si fa vedere alla sfuggita, o nel mio interno che si riposa e dorme, senza dirmi una parola, e se faccio per lamentarmi, or se ne esce col dirmi:

(2) “A torto ti lamenti, è a Me che vuoi? Ebbene mi tieni nell’intimo del tuo interno, che vuoi di più? Oppure, se mi tieni tutto in te perché t’affliggi? E perché non ti parlo, col solo vedermi già c’intendiamo”.  Oppure, se ne esce con un bacio, con un’abbraccio, con una carezza; e se vede che non m’acquieto, mi rimprovera severamente col dirmi:

(3) “Mi dispiace solo il tuo dispiacere, e se non t’acquieti, ti farò dispiacere davvero col nascondermi del tutto”.

(4) Chi può dire l’amarezza dell’anima mia? Mi sento stupidita e non so manifestare quello che sento; e poi in certi stati d’animo è meglio tacere e passare innanzi.  Onde questa mattina, quando appena l’ho visto, mi sono sentita trasportare fuori di me; e non so dire bene se fosse paradiso, stavano molti santi, tutti incendiati d’amore, e la meraviglia era che tutti amavano, ma l’amore d’uno era distinto dall’amore dell’altro; io però, trovandomi con questi, cercavo di distinguermi e sorpassarli tutti nell’amore, volendo essere la prima di tutti ad amarlo, non soffrendo il mio cuore, troppo superbo, che gli altri mi uguagliassero, perché mi pareva di vedere che chi più ama è più vicina a Gesù, ed è più amata da Lui.  Oh! l’anima darebbe a tutti gli eccessi, non curerebbe né vita, né morte, né pensa se le conviene o no, insomma farebbe anche degli spropositi per ottenere questo intento, d’essere a Lui più vicina e d’essere amata un tantino di più dal suo sommo ed unico Bene.  Ma con mio sommo cordoglio, dopo breve tempo, una forza irresistibile mi ha ricondotto in me stessa.

 

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7-20

Giugno 15, 1906

 

Tutta la Vita Divina riceve vita dall’Amore.

 

(1) Dopo avere molto stentato, il mio benedetto Gesù alla sfuggita è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutta la vita divina si può dire che riceve vita dall’amore: L’amore la fa generare, l’amore la fa produrre, l’amore la fa creare, l’amore la fa conservare e dà continua vita a tutte le sue operazioni, sicché se non avesse amore, non opererebbe o non avrebbe vita.  Or, le creature non sono altro che scintille uscite dal gran fuoco d’amore, Iddio, e la loro vita riceve vita ed attitudine d’operare da questo scintilla, sicché anche la vita umana riceve vita dall’amore; però non tutti se ne servono per amare ed operare il bello, il buono, il tutto, ma trasformano questa scintilla: Chi in amare sé stesso, chi le creature, chi le ricchezze, e chi finanche le bestie, con sommo dispiacere del loro Creatore, che avendo spiccate queste scintille dal suo gran fuoco, agogna di riceverle tutte in Sé un’altra volta, più ingrandite, come altrettante immagini della sua Vita Divina; pochi sono quelli che corrispondono all’imitazione del loro Creatore.  Perciò diletta mia amami, e fa che anche il tuo respiro sia un continuo atto d’amore per Me, per far che di questa scintilla si possa formare un piccolo incendio, e così dare sfogo all’amore del tuo Creatore”.

 

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7-21

Giugno 20, 1906

 

Tutto deve ridursi ad un punto solo, cioè: Diventare tutto una fiamma.

 

(1) Sentendomi molto sofferente d’anima e di corpo, ed avendo passato la notte con febbre ardente, mi sentivo bruciare e consumare, e tutta sfinita di forze mi sentivo morire, con l’aggiunta che non ci veniva, veramente non ne potevo più.  Onde, dopo molto, mi sono sentita uscire fuori di me stessa, e vedevo Nostro Signore dentro d’una luce grandissima, e me stessa tutta inchiodata, anche le più piccole particelle delle mie membra, sicché non erano le sole mani e piedi come altre volte, ma ognuno delle mie ossa teneva il suo chiodo conficcato dentro.  Oh! quanti dolori acerbi io sentivo, ad ogni minimo moto mi sentivo lacerare da quei chiodi e venivo meno, e ad ora ad ora mi sentivo morire, ma però rassegnata ed inabissata nel Divino Volere, il quale Divino Volere mi pareva che fosse chiave che aprissi i tesori divini ed attingessi la forza a sostenermi in quello stato di sofferenze, fino a rendermi contenta e felice; però io bruciavo e questi chiodi pareva che producevano fuoco, ed io vi ero tutta immersa.  Il benedetto Gesù mi guardava e pareva che se ne compiaceva, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutto deve ridursi ad un punto solo, cioè: Diventare tutto una fiamma, e questa fiamma trafilata, premuta, battuta, ne esce una luce purissima, non come luce di fuoco, ma di sole, tutta simile alla luce che mi circonda, e l’anima diventata luce non può stare lontana dalla luce divina, anzi la mia luce l’assorbe in sé stessa e la trasporta in Cielo.  Perciò coraggio, è la completa crocifissione d’anima e corpo; non vedi che la tua luce è già per spiccarsi dalla fiamma, e la mia luce l’attende per assorbirla?”

(3) Mentre ciò diceva, io mi sono guardata, e vedevo dentro di me una fiamma grande e da questa usciva una piccola fiammella di luce che stava per spiccarsi e prendere il volo; chi può dire il mio contento, il pensiero di morire, il pensiero di sempre stare col mio unico e sommo bene, con la mia vita, col mio centro, mi sento imparadisare anticipatamente.

 

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7-22

Giugno 22, 1906

 

Veste misteriosa simile a quella di Gesù.

 

(1) Continuando il mio stato di sofferenze sempre più, il benedetto Gesù è venuto per un poco e mi faceva vedere una veste tutta abbellita, ed intera senza cucitura ed apertura, che stava sospesa sopra la mia persona.  Mentre ciò vedevo mi ha detto:

(2) “Diletta mia, questa veste è simile alla mia veste, comunicata a te per averti partecipato le pene della mia Passione, e per averti eletto per vittima; questa veste copre, protegge il mondo, ed essendo sana, nessuno sfugge della sua protezione, ma il mondo coi suoi abusi, non merita più che questa veste li coprisse, e così farli sentire tutto il peso dell’ira divina.  Ed io sto per tirarla a Me, per poter sfogare la mia giustizia da molto tempo contenuta da questa veste”.

(3) In questo mentre, pareva che la luce vista nei giorni scorsi vi stava dentro di questa veste, e l’una e l’altra il Signore l’attendeva per assorbirle in Sé stesso.

 

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7-23

Giugno 23, 1906

 

L’ubbidienza la fa continuare a vivere nel mondo come vittima.

 

(1) Continuando a sentirmi male avevo detto al confessore ciò che ho scritto innanzi, tacendo qualche cosa che riguardano a queste stesse cose, parte per la debolezza estrema che vi sentivo, non avendo forza a parlare, e parte per timore che l’ubbidienza mi potesse fare qualche tranello.  Oh! Dio Santo, che timore, Dio solo sa come vivo, vivo morendo continuamente, e l’unico mio sollievo sarebbe il morire per ritrovare la mia vita in Dio, eppure l’ubbidienza che la vuol fare da crudo carnefice, e tenermi a morire continuamente e non già a vivere per sempre in Dio.  Oh! ubbidienza, quanto tu sei terribile e forte.  Onde il confessore mi ha detto che non permetteva, e doveva dire al Signore che l’ubbidienza non voleva.  Che pena amarissima! Onde trovandomi nel mio solito stato vedevo Nostro Signore, ed il confessore che lo pregava che non mi facesse morire.  Io temendo che gli desse retta, piangevo, ed il Signore ha detto:

(2) “Figlia, stati cheta, non affliggermi col tuo pianto, Io ho tutta la ragione di portarti, perché voglio flagellare il mondo, e per riguardo di te e delle tue sofferenze mi sento come legato.  Il confessore ha pure ragione di volerti tenere in terra, perché povero mondo, povero Corato, nello stato in cui si trova, che cosa ne sarà di esso se nessuno lo protegge, ed anche per lui stesso, perché stando tu, Io me ne servo per mezzo tuo, quando direttamente dicendo qualche cosa che gli riguarda, e quando indirettamente di richiamarlo, quando di spingerlo, quando di distornarlo di far cosa che a Me non piacesse; onde chiamandoti a Me, me ne servirò per mezzo delle sofferenze.  Però, coraggio, che come stanno le cose, Io mi sento più disposto a contentare te che il confessore, ed Io stesso saprò cambiare la sua volontà”.

(3) Onde mi sono trovata in me stessa, senza dire che l’ubbidienza non voleva; non mi pareva necessario il dirlo, perché vedendo il confessore insieme con Nostro Signore, mi pareva che già sapesse tutto.

 

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7-24

Giugno 24, 1906

 

Continua a sospirare il Cielo.

 

(1) Dicendo al confessore ciò che ho detto di sopra, si è già inquietato, ché voleva assolutamente che dovevo oppormi al Signore, che l’ubbidienza non voleva; ché io mi sentivo più male, il pensiero di tante privazioni del benedetto Gesù che mi aveva tanto scottato e riscottato al vivo, mi faceva anelare al Cielo.  La mia povera umanità la sentivo al vivo e andava borbottando contro l’ubbidienza.  La mia povera anima me la sentivo come sotto d’un torchio e non mi sapevo decidere.  In questo mentre è venuto Nostro Signore con un arco di luce fra le sue mani, ed è uscita una falce anche di luce e toccava l’arco che Gesù benedetto teneva fra le sue mani, e l’arco toccato è restato assorbito in Cristo, ed è scomparso senza darmi tempo di dire ciò che voleva l’ubbidienza.  Io comprendevo che l’arco era l’anima mia e la falce la morte.

 

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7-25

Giugno 26, 1906

 

Vede Gesù bambino, la bacia e la compatisce.

 

(1) Continuando lo stesso è venuto il confessore, seguitando a darmi l’ubbidienza, ed essendo venuto il bambino Gesù, gli ho detto le mie amarezze sopra l’ubbidienza, e Lui mi carezzava, mi compativa e mi dava tanti baci.  In questi baci m’infondeva un alito di vita, e trovandomi in me stessa sentivo come rinvigorita la mia umanità.  Dio solo può capire questa mie pene, perché sono pene che non so raccontare.  Spero almeno che il Signore voglia dar lume a chi danno queste razza d’ubbidienza.  Il Signore mi perdoni, il dolore mi fa dire anche degli spropositi.

 

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7-26

Luglio 2, 1906

 

Con le sue sofferenze forma un anello a Gesù.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato e continuando un poco di più le mie sofferenze, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, veramente ti voglio portare, perché voglio disimpegnarmi col mondo”.

(3) Pare che voglia tentarmi, però io non gli ho detto niente di portarmi, stando l’ubbidienza in contrario, ed anche perché mi dispiace del mondo.  In questo mentre mi mostrava la sua mano, tenendo al dito un bellissimo anello con una gemma bianca, e da questa gemma pendevano tanti anellini d’oro intrecciati, che formavano un bell’ornamento alla mano di Nostro Signore, e Lui lo andava mostrando, tanto gli piaceva, e poi ha soggiunto:

(4) “Questo me l’hai fatto tu in questi giorni scorsi per mezzo delle tue sofferenze, ed Io te ne sto preparando un’altro più bello per te”.

 

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7-27

Luglio 3, 1906

 

La Volontà di Dio è il paradiso dell’anima in terra, e l’anima

che fa la Volontà di Dio, forma il paradiso a Dio sulla terra.

 

(1) Avendo fatta la comunione, mi sentivo tutta unita e stretta al mio divinissimo Gesù, e mentre mi stringeva, io mi riposavo in Lui, e Lui si riposava in me; e poi mi ha detto:

(2) “Diletta mia, l’anima che vive nella mia Volontà riposa, perché la Volontà Divina fa tutto per essa, ed Io, mentre opera per essa, vi trovo il più bel riposo, sicché la Volontà di Dio è riposo dell’anima e riposo di Dio nell’anima.  E l’anima, mentre riposa nella mia Volontà, vi sta sempre attaccata alla mia bocca, e vi succhia in sé stessa la vita divina, formandone suo cibo continuo.  La Volontà di Dio è il paradiso dell’anima in terra, e l’anima che fa la Volontà di Dio viene a formare il paradiso a Dio sulla terra.

(3) a Volontà di Dio è la sola chiave che apre i tesori dei segreti divini, e vi acquista tale dimestichezza nella casa di Dio, da dominare come se fosse padrona”.

(4) Chi può dire quello che comprendevo di questa Volontà Divina? Oh Volontà di Dio, quanto sei ammirabile, amabile, desiderabile, bella; basta dire che trovandomi in te, mi sento sperdere tutte le mie miserie, tutti i miei mali, e vi acquisto un essere nuovo con la pienezza di tutti i beni divini.

 

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7-28

Luglio 8, 1906

 

Gesù con una luce la attira a Sé.

 

(1) Continua quasi sempre lo stesso, solo mi sento un po’ di vigore di più; sia benedetto sempre Iddio, tutto è poco per il suo amore, anche la sua stessa privazione, anche lo star lontana dal Cielo, e solo per ubbidire.

(2) Ora l’ubbidienza vuole che scriva qualche cosa sopra la luce che ancora seguito a vedere di tanto in tanto.  Delle volte mi pare di vedere Nostro Signore dentro di me, e dalla sua Umanità esce un’altra immagine tutta luce, e l’Umanità accende sempre più il fuoco e l’immagine della luce di Cristo, come se crivellasse questo fuoco, e da questo fuoco crivellato esce una luce tutta simile alla sua immagine di luce, e tutto se ne compiace e con ansia l’attende per unirla a Sé, e poi s’incorpora un’altra volta nella sua Umanità.  Altre volte mi trovo fuori di me stessa, e mi veggo tutta fuoco, e la luce che sta per spiccarsi dal fuoco, e Nostro Signore, che col suo alito soffia nella luce, e la luce s’innalza e prende la via verso la bocca di Gesù Cristo, e Lui che col suo soffio la respinge e l’attira, l’ingrandisce e la rende più lucente, e la povera luce che si dibatte e fa tutti gli sforzi, ché vuole andare nella sua bocca.  Pare a me che se a ciò giungessi spirerei, eppure sono costretta a dire nel mio interno: “L’ubbidienza non vuole”.  Ad onta che col dire ciò mi costa la propria vita, Iddio, ed il Signore pare che si diletta col fare tanti scherzi con questa luce.  Mi pare ancora che Nostro Signore viene e vuole tutto rivedere ciò che Lui stesso mi ha dato, se sta tutto ordinato e spolverato, quindi mi prende la mano e mi toglie gli anelli che mi diede quando mi sposò a Sé, uno l’ha trovato intatto, ed il resto li ha spolverato col suo alito e poi li rimetteva, poi come se mi vestisse tutta, e poi si mette vicino e dice:

(3) “Ora sì che sei bella, vieni a Me, non posso stare senza di te; o tu a Me, o Io a te, sei la mia diletta, la mia gioia, il mio contento”.

(4) Mentre così dice, la luce si dibatte e fa tutti gli sforzi che vuole andare in Gesù, e mentre prende il suo volo veggo che il confessore con le sue mani la para e la vuole rinchiudere dentro di me, e Gesù che se ne sta quieto e lo lascia fare.  Oh! Dio, che pena.  Ogniqualvolta che ciò succede, mi pare di dover morire e di prendere il porto, e l’ubbidienza mi fa trovare di nuovo in via.  Se io volessi dire tutto di questa luce non la finirei mai; ma mi fa tanto male a scrivere di questo, che non posso andare innanzi, eppure che molte cose non so dirle, perciò faccio silenzio.

 

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7-29

Luglio 10, 1906

 

Chi tutto si dona a Gesù, riceve tutto Gesù.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, per breve tempo è venuto Nostro Signore e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi tutta a Me si dona, merita che Io tutto a lei mi doni.  Eccomi tutto a tua disposizione; quel che vuoi, prendi”.

(3) Io non gli ho chiesto nulla, solo gli ho detto: “Mio Bene, non voglio nulla, solo ed unicamente Voi solo; solo Voi mi bastate per tutto, perché tenendo Voi, tengo tutto”.

(4) E Lui: “Brava, hai saputo chiedere, e mentre volevi nulla, tutto hai voluto”.

 

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7-30

Luglio 12, 1906

 

Tutto quello che alla creatura serve di sofferenze, tocca Iddio.

 

(1) Avendo molto stentato nell’aspettare il mio benedetto Gesù, mi sentivo stanca e sfinita.  Onde, venendo quasi alla sfuggita mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutto ciò che alla creatura serve di sofferenze o di puntura, or da una parte punge la creatura, dall’altra parte tocca Iddio; e Dio sentendosi toccato, dà sempre ad ogni tocco che sente qualche cosa di divino alla creatura”.

(3) Ed è scomparso.

 

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7-31

Luglio 17, 1906

 

Come a chi fa la Volontà di Dio, Gesù le da la chiave dei suoi tesori,

e come chi vive nella sua Volontà, non c’è grazia che esca

da Dio che essa non prenda parte.

 

(1) Questa mattina vedevo il benedetto Gesù con una chiave in mano, e mi diceva:

(2) “Figlia mia, questa chiave è la chiave della mia Volontà; chi vive nella mia Volontà conviene che tenga la chiave per aprire e chiudere a suo piacere, e prendere ciò che le aggrada dei miei tesori; perché vivendo del mio Volere avrà cura dei miei tesori più che se fossero suoi propri, perché tutto ciò ch’è mio è suo, e non ne farà sciupo, anzi le darà ad altri o prenderà per sé ciò che può darmi più onore e gloria.  Perciò, ecco, ti consegno la chiave ed abbi cura dei miei tesori”.

(3) Mentre ciò diceva, mi sentivo tutta immersa nella Divina Volontà, che non scorgevo altro che Volontà di Dio, e me la sono passata tutto il giorno in questo paradiso della sua Volontà.  Che felicità, che contento, e durante la notte, trovandomi fuori di me stessa, continuavo a trovarmi in questo ambiente, ed il Signore ha soggiunto:

(4) “Vedi diletta mia, chi vive nel mio Volere non c’è grazia che esce fuori dalla mia Volontà a tutte le creature del Cielo e della terra, che essa non è prima ad averne parte.  E questo è naturale, perché chi vive nella casa d’un padre, è quello che abbonda di tutto, e se gli altri che stanno fuori ricevono qualche cosa, è il sopravanzo di quello che vive dentro”.

(5) Ma chi può dire ciò che comprendevo di questa Divina Volontà? Sono cose che non si possono esprimere.  Sia tutto a gloria di Dio.

 

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7-32

Luglio 21, 1906

 

La retta intenzione purga l’azione.

 

(1) Essendo per poco venuto il benedetto Gesù, mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutte le azioni umane, anche sante, fatte senza un’intenzione speciale per Me, escono dall’anima piene di tenebre, e fatte con retta e con speciale intenzione di piacermi, escono piene di luce, perché l’intenzione è purga dell’azione”.

 

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7-33

Luglio 27, 1906

 

Nella croce Gesù dotò le anime, e le sposò a Sé.

 

(1) Questa mattina, facendosi vedere il mio adorabile Gesù abbracciato alla croce, stava pensando nel mio interno quali furono i suoi pensieri nel ricevere la croce.

(2) E Lui mi ha detto: “Figlia mia, quando ricevetti la croce, me l’abbracciai come il mio più caro tesoro, perché nella croce dotai le anime e le sposai a Me.  Or, guardando la croce, la sua lunghezza e larghezza, Io ne giubilai, perché vedevo in essa le doti sufficienti a tutte le mie spose, e nessuna poteva temere di non potersi sposare con Me, tenendo Io in proprio pugno, nella croce, il prezzo della loro dote, però con questa sola condizione, che se l’anima accetta i piccoli donativi che Io l’invio, che sono le croci, come pegno che mi accetta per Sposo, lo sposalizio viene formato e gli faccio la donazione della dote.  Se poi non accetta i donativi, cioè, non rassegnandosi alla mia Volontà, resta sciolta ogni cosa, e ad onta che Io voglio dotarla non posso, perché per formare uno sposalizio ci vuole sempre la volontà d’ambi le parti, e l’anima non accettando i donativi, significa che non vuole accettare lo sposalizio”.

 

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7-34

Luglio 28, 1906

 

Arditezza dell’anima, Gesù la difende.

 

(1) Continuando il mio solito stato, per breve tempo è venuto il benedetto Gesù, ed io appena visto, l’ho presso e me l’ho stretto nelle mie braccia, ma tanto come se lo volessi rinchiudere nel mio cuore.  In questo mentre vedevo persone intorno a me che dicevano: “Com’è ardita, troppa confidenza si prende, e quando uno si mette in confidenza, non si tiene quella stima e rispetto che si deve tenere”.  Io mi sentivo tutta rossore nel sentire ciò, ma non potevo fare diversamente; ed il Signore ha detto a quelli:

(2) “Allora si può dire che si ama, si stima e si rispetta un’oggetto, quando si vuole fare suo proprio; e quando non si vuole fare suo proprio, significa che non l’ama, e quindi non ne fa né stima né rispetto.  Come per esempio: Se si vuol conoscere se ama le ricchezze, parlandone di ricchezze ne fa la più alta stima, rispetta le persone ricche, non per altro che perché sono ricche, e tutte le ricchezze vorrebbe farle sue proprie.  Se poi non l’ama, solo sentirne parlare, se ne infastidisce, e così di tutte le altre cose.

(3) Onde, invece di biasimarla, merita lode, e se mi vuole fare suo proprio significa che mi ama, mi stima e mi rispetta”.

 

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7-35

Luglio 31, 1906

 

Gesù parla della semplicità.

 

(1) Continuando il mio solito stato, per poco è venuto il benedetto Gesù, e tutta abbracciandomi mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la semplicità è alle virtù come il condimento alle vivande.  Per l’anima semplice non ci sono né chiavi né porte per entrare in Me, né Io per entrare in essa, perché da tutte le parti può entrare in Me ed Io in lei.  Anzi per meglio dire, si trova in Me senza entrare, perché per la sua semplicità viene ad assomigliarsi a Me che sono Spirito semplicissimo, e che solo ché sono semplicissimo mi trovo dappertutto e niente mi può sfuggire dalla mia mano.  L’anima semplice è come la luce del sole, che ad onta di qualunque nebbia o che i suoi raggi passano per qualunque immondezza, rimane sempre luce, e dà luce a tutti, ma mai si cambia.  Così l’anima semplice, qualunque mortificazione o dispiacere possa ricevere, non cessa d’essere luce per sé e per quelli che l’hanno mortificato, e se vede cose cattive, essa non ne resta macchiata, resta sempre luce, né mai si cambia, perché la semplicità è quella virtù che più si rassomiglia all’Essere Divino, e che solo per questa virtù si viene a partecipare alle altre qualità divine, e che solo nell’anima semplice non ci sono impedimenti né ostacoli per poter entrare ed operare la Divina Grazia, perché essendo luce l’uno e luce l’altra, facilmente una luce s’unisce, si trasforma nell’altra luce”.

(3) Ma chi può dire quello che comprendevo di questa semplicità? Mi sento nella mia mente come un mare, e che appena di qualche gocciolina di questo mare che posso manifestare, ed anche sconnesse tra loro.

(4) Deo Gratias.

 

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7-36

Agosto 8, 1906

 

Come è necessario correre senza mai fermarsi.

 

(1) Questa mattina, quando appena è venuto il benedetto Gesù, ed essendo tutta stanca per la sua privazione, mi ha detto:

(2) “Figlia mia, per prendere il suo punto centrale è necessario sempre correre senza mai fermarsi, perché col correre si renderà più agevole il cammino, e mano mano che cammina gli verrà manifestato il punto dove deve giungere per trovare il suo centro, e cammina facendo gli verrà somministrata la Grazia necessaria al cammino, ed aiutata dalla Grazia non sentirà il peso della fatica né della vita.  Tutto all’opposto colui che cammina e si ferma, giacché solo col fermarsi sentirà la stanchezza di quei passi che ha dato, e perderà la lena al cammino; non camminando non potrà vedere il suo punto che è un bene sommo, e non resterà allettato, la Grazia non vedendolo correre non si darà in vano, e la vita si renderà insopportabile, perché l’ozio produce noia e fastidio”.

 

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7-37

Agosto 10, 1906

 

Un contento di meno nella terra, un paradiso di più in Cielo.

 

(1) Continuando il mio solito stato, appena ho visto il benedetto Gesù, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, qualunque minimo piacere l’anima si priva in questa vita per amor mio, tanti paradisi di più li darò nell’altra vita; sicché un contento di meno di qua, un paradiso di più di là.  Immaginati un poco quante privazioni hai tu subito in questi vent’anni di letto per causa mia, ed Io quanti paradisi di più ti darò in Cielo”.

(3) Ed io nel sentire ciò, ho detto: “Mio bene, che dite? Io mi sento onorata e quasi debitrice a Voi che mi date l’occasione di potermi privare per amor vostro, e mi dite che mi darete altrettanti paradisi?”

(4) E Lui ha soggiunto: “Ed è proprio così”.

(5) Deo Gratias.

 

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7-38

Agosto 11, 1906

 

Gesù le dice che la croce è un tesoro.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, vedevo il mio adorabile Gesù con una croce in mano, tutta piena di perle bianche, che facendomi un dono, la poggiava sul mio petto, la quale si è internata dentro del mio cuore, come dentro d’una stanza, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la croce è un tesoro, ed il luogo più sicuro dove mettere in salvo questo pregiato tesoro è l’anima propria; cioè, è luogo sicuro quando l’anima è disposta con la pazienza, con la rassegnazione, e con le altre virtù a ricevere questo tesoro, ché le virtù sono tante chiavi che lo custodiscono per non sciuparlo ed esporlo ai ladri, ché se non trova specialmente la chiave d’oro della pazienza, troverà questo tesoro tanti ladri che lo ruberanno e ne faranno sciupio”.

 

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7-39

Agosto 25, 1906

 

L’interesse e le scienze umane nei sacerdoti.

 

(1) Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, mi pareva di vedere sacerdoti, prelati intenti all’interesse ed alle scienze umane, che al loro stato non è necessario, aggiunto uno spirito di ribellione alle autorità superiori a loro.  Nostro Signore tutto afflitto mi ha detto:

(2) “Figlia mia, l’interesse, le scienze umane, e tutto ciò che al sacerdote non gli appartiene, vi forma una seconda natura fangosa e marciosa, e le opere che escono da questi tali, anche sante, mi puzzano tanto e ne sento tanta nausea, che mi sono intollerabili.  Prega e riparami queste offese, che non ne posso più”.

 

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7-40

Settembre 2, 1906

 

Luisa vuol fare i conti con Gesù, Lui le dice che è la sua piccola figlia.

 

(1) Dovendo fare questo mattina la comunione, stavo preparata a fare il giorno di ritiro, cioè a prepararmi alla morte, e dopo fatta la comunione stavo a dire a Gesù Benedetto: “Facciamo adesso i conti, per non riserbarli all’ultimo estremo della vita, io stessa non so come devo trovarmi, non faccio nessuna riflessione sopra me stessa, e non riflettendovi non avverto me stessa, e quindi non sento né timori, né scrupoli, né agitazioni, mentre veggo e sento che gli altri più assai buoni di me, ed anche le stesse vite dei santi che leggo, tutti fanno riflessione sopra sé stessi, se sono freddi o caldi, se tentati o calmi, se si confessano bene o male, e quasi tutti timidi, agitati e scrupolosi.  Invece tutta la mia attenzione e di volervi, d’amarvi e di non offendervi, del resto non faccio conto di niente, pare che non ho tempo da pensare ad altro, e se mi metto con impegno di farlo, una voce interna mi scuote, mi rimprovera e dice: “Vuoi perdere tempo, bada a fare le tue cose con Dio”.  Quindi io stessa non so nello stato in cui mi trovo, se fredda, se arida, se calda; e se uno ne volesse conto non saprei darlo di certo.  Io credo che l’ho sbagliata, perciò facciamo adesso i conti, affinché possa mettervi rimedio”.  E dopo d’averlo pregato e ripregato mi ha detto:

(2) “Figlia mia, io tengo te sempre sulle mie ginocchia, e tanto stretta che non ti do tempo di pensare a te stessa, ti tengo come un padre può tenere il suo figlio piccolo sulle sue ginocchia, che ora gli dà un bacio, ora una carezza, ora l’imbocca con le sue mani il cibo, ora se il piccolo figlio inavvedutamente si macchia, lo stesso padre pensa a pulirlo.  Ora, se il padre si fa vedere afflitto ed il piccolo lo consola, gli asciuga le lacrime; ora se si mostra irritato ed il piccino lo calma; insomma, il padre è la vita del piccino, niente pensiero gli fa prendere di lui stesso, né se deve mangiare, né se si macchia, ne se deve vestirsi, neppure se deve dormire, ché facendo delle sue braccia una culla, lo culla per farlo assonnare, e lo fa dormire sul proprio seno, ed il piccino è tutto il sollievo e la vita del padre, mentre gli altri figli grandi badano ad assettare la casa, a pulirsi loro stessi, ed a tutti gli altri affari.  Così faccio Io con te, come una figlia piccola ti tengo sulle mie ginocchia, e tanto intimamente a Me unita, da non farti sentire te stessa, ed Io penso e prendo cura di tutto te, a pulirti se sei macchiata, a nutrirti se hai bisogno di cibo, insomma, di tutto ti prevengo primo, in modo che tu stessa non avverti i tuoi bisogni, e col tenerti intimamente a Me stretta è una grazia che ti faccio, perché da molti e molti difetti sfuggi, mentre se avessi il pensiero di te stessa, oh! in quanti difetti avresti caduta; perciò, pensa a fare l’ufficio tuo verso di Me, di figlia piccola, e non pensare ad altro”.

 

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7-41

Settembre 11, 1906

 

Tutto ciò che non è fatto per Gloria di dio resta oscurato.

 

(1) Trovandomi fuori di me stessa, mi sono trovata col bambino Gesù in braccia in mezzo a tanta gente, e Lui mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutte le opere, parole e pensieri delle creature dovrebbero essere suggellati con l’impronta: “Gloriam Dei, Gloriam Dei”.  E tutto ciò che non è suggellato da questa impronta resta oscurato e come sepolto in tenebre, macchiato, al più di nessun valore, sicché la creatura non fa altro che cacciare da sé stessa che tenebre e cose abominevoli, perché la creatura non operando per la gloria di Dio, sfugge dal fine per cui è stata creata, resta come sperduta da Dio, e lasciata sola a sé stessa.  E solo Dio è luce, e per Dio le azioni umane acquistano valore.  Or che meraviglia che la creatura non operando per la sua gloria resta sepolta nelle sue stesse tenebre, e non acquista niente dalle sue fatiche, anzi si carica di gravi debiti?”

(3) Con nostra grande amarezza guardavamo tutta quella gente come sepolta in tenebre.  Onde io per distrarre da quella amarezza il benedetto Gesù, me lo stringevo e baciavo, e gli dicevo quasi volendo scherzare con Lui: Dite insieme con me, do tale potenza alla preghiera di quest’anima, da concederle ciò che mi domanda.  E Lui non mi dava retta, ed io volendolo costringere a dire insieme con me, replicavo i baci, gli abbracci e ripetevo: “Dite, dite insieme con me le stesse parole dette di sopra”.  Ho fatto tanto, che mi pareva che Egli le abbia detto, e mi sono trovata in me stessa, meravigliandomi della mia arditezza e pazzia, e mi vergognavo di me stessa.

 

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7-42

Settembre 12, 1906

 

Dove non c’è Dio, non vi può essere né fermezza, né vero bene.

 

(1) Stavo pensando sul mio stato, che ora tutto pare pace, amore, che niente mi turba, che tutto è buono, niente è peccato; dicevo fra me stessa: “Che sarà se nel punto della mia morte si muterà la scena e vedrò il rovescio di questo, cioè che tutte le cose mi turberanno, e tutto ciò che ho fatto sarà stato una catena di mali”.  Mentre ciò pensavo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, pare che ti vuoi turbare per forza e togliermi il mio continuo riposo in te.  Credi tu che è cosa tua la pazienza, la costanza, la pace di questo tuo stato, oppure frutto e grazia di chi abita in te? Solo Io posseggo questi doni, e dalla costanza, pace e pazienza puoi conoscere chi è che opera in te.  Perché quando è la natura o il demonio, l’anima si sente dominata da continui cambiamenti, sicché ora si sente di un’umore, ora di un’altro, ora tutta pazienza, ora tutta stizzosa; insomma, la poverina è sbattuta come una canna da un vento gagliardo.  Ah! figlia mia, dove non c’è Dio, non vi può essere né fermezza, né vero bene, perciò non voler più turbare il mio ed il tuo riposo.  Ed invece sii più riconoscente”.

 

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7-43

Settembre 14, 1906

 

Posto delle anime nella Umanità di Gesù.

 

(1) Questa mattina mi trovavo fuori di me stessa e vedevo il bambino Gesù dentro di uno specchio tersissimo e grandissimo, in modo che da qualunque parte mi mettevo lo potevo vedere benissimo.  Io gli facevo cenno con la mano che venisse a me, ed Gesù mi faceva cenno che andassi a Lui.  In questo mentre vedevo persone devote e sacerdoti, come se si mettessero in mezzo tra me e Lui, e parlavano di me; io non ci badavo loro, la mia mira era il mio dolce Gesù.  Ma Lui è uscito tutto frettoloso da dentro lo specchio, e voleva battere quelli che sparlavano, dicendogli:

(2) “Nessuno che me la tocchi, perché toccando chi mi ama mi sento più offeso che se toccasse me direttamente, e vi farò vedere come so prendere difesa di chi tutta a Me si dona, e della loro innocenza”.

(3) E con un braccio stringeva me, e con l’altro minacciava a quelli.  Io che niente mi premeva che dicessero male di me, solo mi dispiaceva che Lui li voleva battere, e gli ho detto: “Dolce mia vita, non voglio che per causa mia soffra nessuno, e da questo conoscerò che mi amate, se vi calmate per loro e non li battete, altrimenti resterò scontenta”.  Così pare che si è calmato e me ha tirato da mezzo a quella gente conducendomi in me stessa, e continuando a vederlo non più bambino, ma crocifisso, gli ho detto:

(4) “Adorabile mio bene, se quando soffriste la crocifissione tutte le anime tenevano posto nella vostra Umanità, ed il mio posto in qual punto vi si trovava?”

(5) E Lui: “Figlia mia, il posto delle anime amanti era nel mio cuore, tu poi, oltre di tenerti nel cuore, dovendo coadiuvare alla Redenzione con lo stato di vittima, ti tenevo in tutte le mie membra, come in aiuto e sollievo”.

 

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7-44

Settembre 16, 1906

 

La vera, nuda e semplice verità, è la calamita più attraente per tirare i cuori.

 

(1) Avendomi detto il confessore, che Monsignore non voleva che venissero persone a visitarmi, per non farmi distrarre, io gli ho detto: “E’ più d’una volta che date quest’ubbidienza, ma mai si viene a capo; si fa per un poco, e poi si ritorna come prima; mentre se voi mi date l’ubbidienza che io non parlassi più, il mio silenzio li farebbe tutti allontanare”.  Or avendo fatta la comunione, ho detto al Signore: “Se è di vostro gusto, avrei voluto sapere come stanno le cose innanzi a Voi; Voi sapete lo stato di violenza in cui mi trovo quando mi trovo con le creature, perché solo con Voi mi trovo bene.  Io non so capire il perché vogliono venire, io mi mostro rustica, non uso nessun modo per attirarli, ma piuttosto modi rincrescevoli.  Il perché vogliono venire non lo so.  Oh! volesse il Cielo potessi restare sola”.  In questo mentre mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la vera, nuda e semplice verità è la calamita più attraente per tirare i cuori e disporli ad affrontare qualunque sacrificio per amore della verità e delle persone che rivelano questa verità.  Chi ha disposto i Martiri a dare il loro sangue? La verità.  Chi ha dato la forza a sostenere la vita pura, illibata in messo a tante battaglie, a tanti altri santi? La verità, e la verità nuda, semplice, disinteressata.  Eccoti il perché le creature vogliono venire da te.  Ah! figlia mia, in questi tristi tempi, quanto è difficile trovare chi manifesti questa nuda verità, anche dal stesso clero, religiosi, devote.  Nel loro parlare ed operare vi cova sempre dentro qualche cosa d’umano o d’interesse o d’altro, e la verità viene manifestata come coperta o velata, sicché la persona che riceve non viene toccata dalla nuda verità, ma dall’interesse od altro fine umano, cui è stata avvolta la verità, e non riceve la Grazia e gl’influssi che contiene la verità.  Ecco perciò tanti sacramenti, confessioni sciupate, profanate e senza frutto, sebbene Io non lascio di darli lume, ma non mi sentono perché in loro pensano, che se volessero far ciò, perderebbero il loro prestigio, la benevolenza, la natura non troverebbe più soddisfazione, andrebbero a discapito i loro interessi.  Ma, oh! quanto s’ingannano, perché chi tutto lascia per amore della verità, sovrabbonderà di tutto più largamente degli altri; perciò per quanto puoi, non lasciare di manifestare questa nuda e semplice verità, s’intende, tu con l’ostarti sempre all’ubbidienza di chi ti dirige, e capitandoti il destro, manifesta la verità”.

(3) Tutto ciò che riguarda la carità l’ho detto velato, e avendomi detto l’ubbidienza che scrivessi tutto minutamente, sentivo come un’impressione ancora non avevo ubbidito, e avendo domandato a Nostro Signore, mi ha detto che stava bene così detto, perché chi si trova in quei difetti, già capisce.

 

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7-45

Settembre 18, 1906

 

La pace è luce all’anima, luce al prossimo e luce a Dio.

 

(1) Dopo avere molto stentato, mi sentivo tutta oppressa e quasi un po’ turbata, pensando il perché non ci veniva il mio adorabile Gesù.  Onde alla sfuggita è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la pace è luce all’anima, luce al prossimo e luce a Dio, sicché un’anima in pace è sempre luce, ed essendo luce sta sempre unita alla Luce Eterna dove attinge sempre nuova luce da poter dare anche luce agli altri.  Sicché se vuoi sempre nuova luce stati in pace”.

 

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7-46

Settembre 23, 1906

 

Come il operare per Cristo distrugge l’opera

umana,  e Gesù la fa risorgere in opera divina.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, per poco è venuto il benedetto Gesù, e tutta abbracciandomi mi ha detto:

(2) “Figlia diletta mia, l’operare per Cristo ed in Cristo fa scomparire affatto l’opera umana, perché operando in Cristo, ed essendo Cristo fuoco, consuma l’opera umana, ed avendo consumato l’opera umana, il suo fuoco la fa risorgere in opera divina, perciò opera insieme con Me, come se stessimo insieme facendo la stessa cosa; se soffri, come se stessi soffrendo insieme con Me, se preghi, se lavori, in tutto in Me ed insieme con Me, e così sperderai in tutto le opere umane e le ritroverai divine.  Oh! quante ricchezze immense potrebbero acquistare le creature, e non se ne avvalgono”.

(3) Detto ciò è scomparso ed io sono rimasta con desiderio grande di vederlo di nuovo.  Quindi mi trovavo fuori di me stessa e lo andavo cercando dappertutto, e non trovandolo dicevo: “Ah Signore, come crudele Tu sei per un’anima ch’è tutta per Te, e che non fa altro che subire continue morti per amor tuo! Vedi, la mia volontà cerca Te, e non trovandoti muore di continuo, perché non trova Te che sei vita del mio volere; i miei desideri muoiono di continuo, perché desiderando e non trovandoti non trovano la loro vita, sicché, il respiro, i palpiti del cuore, la memoria, l’intelletto, tutto, tutto, stanno subendo morti crudeli, e Tu non hai compassione di me”.  In questo mentre sono tornata in me e l’ho trovato in me stessa, e come se mi volesse rendere la pariglia me andava dicendo:

(4) “Vedi sto tutto in te, e tutto per te”.

Pareva che teneva la corona di spine, se la premeva in testa e ne usciva il sangue, e ripeteva: “Questo Sangue lo verso per amor tuo”.

(5) Mi faceva vedere le piaghe ed aggiungeva: “Queste, tutte per te”.

(6) Oh! quanto mi sentivo confusa, vedendo che l’amore di Lui confrontato al mio, non era il mio che appena un’ombra.

 

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7-47

Ottobre 2, 1906

 

Come le nostre sofferenze possono sollevare a Gesù.

 

(1) Avendo fatta la comunione, mi sono sentita fuori di me e vedevo una persona molto oppressa di varie croci, e Gesù benedetto che diceva:

(2) “Dille che nell’atto che si sente come bersagliata da persecuzioni, da punture, da sofferenze, pensasse che Io le sono presente e che ciò che essa soffre se ne può servire come rimarginare e medicare le mie piaghe; sicché le sue sofferenze mi serviranno ora per medicarmi il costato, ora la testa, ed ora le mani ed i piedi troppo addolorati, inaspriti dalle gravi offese che mi fanno le creature, e questo è un onore grande che le faccio, dandole Io stesso la medicina per medicare le mie piaghe, ed insieme darle il merito della carità d’avermi medicato”.

(3) Mentre così diceva, vedevo molti anime purganti, le quali nel sentire ciò, tutte meravigliate hanno detto:

(4) “Fortunate voi che ricevete tanti sublimi insegnamenti, che acquistate meriti di medicare un Dio, che sorpassa in merito tutti gli altri meriti, e la vostra gloria sarà distinta dagli altri, quanto il Cielo dalla terra.  Oh! se avessimo ricevuto noi tali insegnamenti, che le nostre sofferenze potrebbero servire a medicare un Dio, quante ricchezze di meriti ci acquisteremmo e che ora ne siamo privi”.

 

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7-48

Ottobre 3, 1906

 

Gesù le parla sulla semplicità.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la semplicità riempie l’anima di Grazia fino a diffondersi fuori, sicché se si vuol restringere la Grazia in essa non si può, perché come lo Spirito di Dio, perché semplicissimo, si diffonde dappertutto senza sforzo o fatica, anzi naturalmente, così l’anima che possiede la virtù della semplicità, diffonde la Grazia in altri senza neppure avvertirsi”.

(3)  Detto ciò è scomparso.

 

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7-49

Ottobre 4, 1906

 

Come il retto operare è soffio per accendere il fuoco dell’amore.

 

(1) Avendo ricevuto l’ubbidienza di dire poche parole se venisse qualcuno, stavo con timore d’aver mancato all’ubbidienza, con l’aggiunta che il benedetto Gesù non ci veniva.  Chi può dire lo strazio dell’anima mia, pensando che per aver commesso peccato non ci veniva.  E’ sempre strazio crudele la sua privazione, ma il pensiero di averci dato occasione per qualche mancamento, è strazio che fa impazzire e che uccide di un colpo.  Onde, dopo d’aver molto stentato è venuto e mi ha toccato tre volte dicendomi:

(2) “Figlia mia, ti rinnovo nella Potenza del Padre, nella mia Sapienza, e nell’Amore dello Spirito Santo”.

(3) Quello che ho provato, non so dirlo mentre così diceva, poi pareva che si coricava in me, e poggiava la sua testa coronata di spine sul mio cuore, ed ha soggiunto:

(4) “Il retto operare mantiene sempre accesso l’Amor Divino nell’anima, e il non retto operare lo va sempre smorzando, e se fa per accenderlo, ora va il soffio dell’amor proprio e lo smorza, ora il rispetto umano, ora la propria stima, ora il soffio del desiderio di piacere ad altri; insomma tanti soffi che lo vanno sempre smorzando, invece, il retto operare non sono tanti soffi che accendono questo fuoco divino nell’anima, ma un continuo soffio che lo tiene sempre acceso, ed è il soffio onnipotente di un Dio solo”.

 

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7-50

Ottobre 5, 1906

 

Gesù è padrone dell’anima.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sono trovata fuori di me stessa insieme con Gesù bambino.  Questa volta pareva che teneva voglia di voler scherzare, si stringeva al mio petto, nelle mie braccia, e mentre mi guardava con tanto amore, ora mi stringeva, ora con la sua testolina mi spingeva quasi urtandomi, ora mi baciava sì forte che pareva che mi volesse chiudere ed immedesimare dentro di Sé, e mentre ciò faceva io vi sentivo gran dolore, e tanto, che mi sentivo venire meno, e Lui ad onta che mi vedeva così soffrire non mi dava retta, anzi se vedeva nel mio volto che mostravo di soffrire, ché io non ardivo dirle niente, si faceva più forte, mi faceva soffrire di più.  Ora, dopo che si è sfogato ben bene mi ha detto:

(2) “Figlia mia, Io sono il padrone di te, e posso fare di te quello che voglio.  Or, sappi che essendo tu cosa mia, non sei più padrona di te, e se arbitri che cosa, anche d’un pensiero, d’un desiderio, d’un palpito, sappi che me ne fai un furto”.

(3) In questo mentre vedevo il confessore che non stando bene voleva come sgravare le sue sofferenza sopra di me, e lui tutto in fretta con la mano lo respingeva, ed ha detto:

(4) “Prima devo sgravarmi Io delle mie pene, che sono molte, e poi tu”.

(5) E mentre ciò diceva si è avvicinato alla mia bocca ed ha versato un liquore amarissimo, ed io poi gli ho raccomandato il confessore, pregandolo che lo toccasse con la sua manina, e che lo facesse star bene.  L’ha toccato ed ha detto: “Sì, sì”.  Ed è scomparso.

 

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7-51

Ottobre 8, 1906

 

La croce serve all’uomo come la briglia al cavallo.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la croce è alla creatura come la briglia al cavallo; che cosa sarebbe del cavallo se l’uomo non usasse la briglia? Sarebbe indomito, sfrenato e non andrebbe altro che di precipizio in precipizio, fino ad inferocirne, ed a rendersi nuocevole all’uomo ed a sé stesso; invece con la briglia si manoduci, viene a mansuefarsi, cammina la via diritta, e serve ai bisogni dell’uomo come un fido amico, e resta salvato da qualunque precipizio, perché l’uomo lo custodisce e lo protegge.  Tale è la croce all’uomo, la croce lo doma, lo frena, gli arresta il corso di precipitarsi nelle vie delle passioni che sente in sé, che come fuoco lo divorano; quindi invece d’inferocire contro Dio e fare danno a sé stesso, la croce le smorza le passioni, lo mansuefa, lo manoduci e serve alla gloria di Dio ed alla salvezza propria.  Oh! se non fosse per la croce, che la divina provvidenza per sua misericordia tiene come per briglia per frenare l’uomo, oh! in quanti altri mali si vedrebbe giacere la povera umanità”.

 

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7-52

Ottobre 10, 1906

 

Gesù concorre in tutte le azioni umane.

 

(1) Questa mattina il benedetto Gesù si faceva vedere dentro d’un torrente di luce, e di questa luce restavano inondate le creature, in modo che tutte le azioni umane ricevevano l’attitudine d’operare da questa luce, mentre ciò vedevo il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, Io sto continuamente concorrendo in ogni minima azione umana, fosse anche un pensiero, un respiro, un movimento, e le creature non pensando a questa mia attitudine per loro, oltre che non fanno per Me tutte le loro opere, da chi ricevono la vita del loro operare medesimo, ma attribuiscono a loro ciò che fanno.  Oh! se pensassero a questa mia continua attitudine per loro, non si usurperebbero ciò che è mio, con detrimento della mia gloria e del loro bene; mentre dovrebbero far tutto per Me, e darlo a Me, e tutto ciò ch’è fatto per Me può entrare in Me, ed Io lo tengo in Me in deposito per darlo nel altra vita tutto a loro; mentre ciò che non è fatto per Me non può entrare in Me, perché non sono opere degne di Me; anzi ne sento nausea e le rigetto, ad onta ch’è stata l’attitudine mia”.

 

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7-53

13 Ottobre 1906

 

Distacco.  Necessità di questi scritti che sono specchio divino.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, per poco si è fatto vedere il mio buon Gesù e me ha detto:

(2) “Figlia mia, per conoscere se un’anima è spogliata di tutto basta vedere, se si suscitano desideri santi o anche indifferenti ed è pronta a sacrificarli al Volere Divino con santa pace, significa ch’è spogliata; ma se invece si turba, s’inquieta, significa che vi ritiene qualche cosa”.

(3) Sentendo nominare desiderio, ho detto: “Mio sommo bene, il mio desiderio è che non vorrei scrivere più, quanto mi pesa, se non fosse per timore d’uscire dal tuo Volere e dispiacervi, non lo farei”.  E Lui troncando il mio dire ha soggiunto:

(4) “Tu non lo vuoi, ed Io lo voglio; quello che ti dico, e tu per ubbidire scrivi, per ora serve di specchio a te ed a quelli che prendono parte alla tua direzione, verrà tempo che servirà di specchio agli altri, sicché, ciò che tu scrivi detto da Me, si può chiamare specchio divino, e tu vorresti togliere questo specchio divino alle mie creature? Badaci seriamente figlia mia, e non voler restringere col non scrivere tutto questo specchio di Grazia”.

(5) Io nel sentir ciò, sono rimasta confusa ed umiliata e con gran ripugnanza di scrivere queste ultime sue parole, ma l’ubbidienza me l’ha imposto assolutamente, e solo per ubbidire ho scritto.

(6) Deo Gratias.

 

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7-54

Ottobre 14, 1906

 

La stima propria avvelena la Grazia.  Purgatorio

d’un anima per aver trascurato la comunione.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato mi sono trovata fuori di me stessa con Gesù bambino, e pareva che diceva ad un sacerdote:

(2) “La stima propria avvelena la Grazia in te e negli altri, perché dovendo per il tuo uffizio somministrare la Grazia, se le anime avvertono, ché facilmente si avverte quando c’è questo veleno, che quello che dici e fai lo fai per essere stimato, già la Grazia non entra sola, ma insieme col veleno che hai tu; quindi, invece di risorgere alla vita, trovano la morte”.

(3) Poi ha soggiunto: “E’ necessario vuotarsi di tutto per poterti riempire del Tutto che è Iddio, e tenendo in te il Tutto, darai il Tutto a tutti quelli che verranno da te, e dando il Tutto agli altri, troverai tutto a tua disposizione, in modo che nessuno saprà negarti niente, neanche la stima, anzi da umana l’avrai divina, qual si conviene al Tutto che abita in te”.

(4) Dopo ciò vedevo un anima del purgatorio che vedendoci, si nascondeva e ci sfuggiva, ed era tale il rossore che provava che rimaneva come schiacciata.  Io sono rimasta stupita, che invece di correre al bambino, sfuggiva, Gesù è scomparso ed io mi sono avvicinata domandandole la cagione di ciò, ed essa era tanto vergognosa che non poteva dir parola, ed avendola costretto mi ha detto:

(5) “Giusta giustizia di Dio, che ha suggellato sulla mia fronte la confusione e tale timore della sua presenza, che sono costretta a fuggirlo, agisco contro il mio stesso volere, ché mentre mi consumo di volerlo, un altra pena m’inonda e lo sfuggo.  Oh! Dio, vederlo e fuggirlo, sono pene mortali ed inesprimibili.  Però, mi ho meritato queste pene distinte dalle altre anime, ché facendo io vita devota, abusai molte volte di non fare la comunione per cose da niente, per tentazioni, per freddezze, per timori, ed anche qualche volta per poter portare ragioni al confessore e farmi sentire che non facevo la comunione.  Dalle anime si tiene un niente tutto questo, ma Iddio ne fa severissimo giudizio, dandole pene che superano le altre pene, perché sono difetti più diretti all’amore.  Oltre di tutto ciò, Gesù Cristo nel santissimo sacramento brucia d’amore e dal desiderio di darsi alle anime, si sente morire continuamente d’amore, e l’anima potendo accostarsi a riceverlo, e non facendolo, anzi se ne sta indifferente con tante inutili pretesti, è un’affronto e un dispiacere tale che Lui riceve, che si sente smaniare, bruciare, e alle sue vampe non può dare sfogo, si sente come soffocare dal suo amore, senza che trovi a chi farne parte, e quasi impazzito va ripetendo:

(6) “Gli eccessi dei miei amori non sono curati, anzi dimenticati, anche quelle che si dicono mie spose non hanno ansia di ricevermi e di farmi sfogare almeno con loro, ah! in niente sono contraccambiato.  Ahi! ahi! ahi! non sono amato! non sono amato!”

(7) Ed il Signore per farmi purgare da questo difetto, mi ha fatto parte della pena che Lui soffre quando le anime non lo ricevono.  E’ una pena, è un cruccio, è un fuoco che paragonato allo stesso fuoco del purgatorio, si può dire che questo è un niente”.

(8) Dopo ciò, mi sono trovata in me stessa, tutta stupita pensando alla pena di quell’anima, mentre da noi si tiene veramente come un niente il lasciare la santa comunione.

 

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7-55

Ottobre 16, 1906

Come ogni beato è una musica distinta nel Cielo.

 

(1) Avendo lasciato di scrivere ciò che segue, l’ubbidienza mi ha comandato che lo facessi, onde mi pareva di trovarmi fuori di me stessa, e pareva che in Cielo si facesse festa speciale, ed io ero invitata a questa festa e pareva che cantavo cogli stessi beati, perché là non c’è bisogno che s’impari, ma vi sentite come un’infusione dentro l’interno, e ciò che cantano o fanno gli altri, sapete fare voi medesimo.  Or mi pareva che ogni beato è un tasto, ossia una musica lui stesso, ma tutti concordi tra loro, ma uno diverso dall’altro: Chi canta le note della lode, chi le note della gloria, chi del ringraziamento, chi delle benedizioni, ma però tutte queste note vanno a riunirsi in una sola nota, e questa nota è amore.  Pare che una sola voce riunisce tutte quelle voci e finisce con la parola amore.  E’ un risuonare tanto dolce e forte questo grido, amore, che tutte le altre voci restano come spente in questo cantico, amore.  Pareva che tutti i beati restavano da questo grido o canto, amore, alto, armonioso, bello che assordava tutto il Cielo, estatici, assonnati, svegliati, inebriati, partecipavano, si può dire, ad un paradiso di più; ma chi erano i fortunati che gridavano di più, e che facevano risuonare in tutto questa nota, amore, e che apportavano tanta felicità allo stesso Cielo? Erano coloro che avevano più amato il Signore quando vivevano in terra.  Ah! non erano coloro che avevano fatto cose grandi, penitenze, miracoli, ah! non mai.  Solo, l’amore è quello che va sopra di tutto, e tutto resta dietro di sé; sicché, chi ama molto e non chi fa molto, sarà più accetto al Signore.  Pare che sto dicendo spropositi, ma che posso fare? L’ubbidienza ne ha la colpa, chi è che non sa che le cose di là non si possono dire qua? Quindi per non dire più spropositi faccio punto.

 

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7-56

Ottobre 18, 1906

 

Le opere che più piacciono a Gesù, sono le opere nascoste.

 

(1) Trovandomi nel mio solito stato, stentatamente è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, le opere che più mi piacciono sono le opere nascoste, perché scevre da ogni spirito umano contengono tanta preziosità in esse, che Io le tengo come cose più prelibate dentro del mio cuore; tanto, che confrontate mille opere esterne e pubbliche con una opera interna e nascosta, le mille esterne restano al di sotto d’una sola opera interna, perché nelle opere esterne lo spirito umano prende sempre la sua parte”.

 

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7-57

Ottobre 20, 1906

 

Gesù si lamenta dello stato dei suoi ministri.

 

(1) Trovandomi fuori di me stessa, mi sono trovata dentro d’una chiesa e vi stavano molta gente ad assistere alle funzioni sacre.  In questo mentre, pareva che per autorità del governo entravano altre persone a profanare il luogo santo.  Chi saltava, chi violentava e chi sacrilegamente metteva mano al Santissimo ed ai sacerdoti.  Io nel vedere ciò piangevo e pregavo dicendo al Signore: “Non permettere che giungano a questo di profanare i vostri sacri tempi, ché chi sa quanti castighi tremendi scarichereste sulle vostre creature per questi orrendi peccati”.  Mentre ciò dicevo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, causa di tutti questi delitti enormi, perché un peccato è causa e castigo di far cadere in altri peccati, sono stati i peccati dei sacerdoti.  Primo me l’hanno profanato loro occultamente il mio santo tempio con le messe sacrileghe, col mescolare gli atti impuri nell’amministrazione dei sacramenti, e sono giunti sotto l’aspetto di cose sante non solo a profanare i miei tempi di pietre, ma a profanare e a violentare i miei tempi vivi, quali sono le anime ed a profanare lo stesso mio Corpo.  Di tutto ciò i secolari ne hanno avuto qualche sentore, e non vedendo in loro la luce necessaria al loro cammino, anzi non hanno trovato altro che tenebre, sono restati tanto ottenebrati da perdere la bella luce della fede, e senza luce non è meraviglia se giungono a così gravi eccessi.

(3) Perciò prega per i sacerdoti, acciocché siano luce nei popoli, affinché rinascendo la luce, i secolari possano acquistare la vita e vedere gli errori che commettono, e vedendoli, avranno ribrezzo di commettere questi gravi eccessi, che saranno causa di gravi castighi”.

 

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7-58

Ottobre 23, 1906

 

Come in questi tempi tutto è effeminato.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, è venuto per poco il mio adorabile Gesù, e tutto oppresso ed afflitto ha voluto versare in me le sue amarezze, e dopo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, sono tali le amarezze che me danno le creature, che non posso contenerle, perciò ho voluto fartene parte.  In questi tempi tutto è effeminato; gli stessi preti pare che hanno perduto il carattere maschile ed acquistato il carattere femminile, sicché di rado si trova un prete maschio, ed il resto tutti effeminati.  Ahi! in che stato deplorevole si trova la povera umanità”.

(3) Detto ciò è scomparso.  Io stessa non comprendo il significato di ciò, ma l’ubbidienza ha voluto che scrivessi.

 

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7-59

Ottobre 25, 1906

 

La Grazia per chi la riceve è luce, e per chi no, è fuoco.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sono trovata fuori di me stessa, e pareva che stavano persone che mi volevano crocifiggere, e mentre mi distendevano sopra la croce, vedevo Nostro Signore dentro di me, e come mi distendevo io così si distendeva Lui, sicché nelle mie mani vi erano le sue mani, ed il chiodo passava le mie e le sue mani, sicché ciò che soffrivo io soffriva Lui.  Era tale il dolore che quei chiodi spuntati ci davano, che mi sentivo morire; ma che dolce morire insieme con Gesù, solo temevo di non morire.

(2) Ora mentre si accingevano a crocifiggermi i piedi, Gesù mi è come sfuggito da dentro, e mi stava davanti, e le mie sofferenze prendevano come forme di luce, e si mettevano innanzi al Signore come in atto di adorazione, e dopo ciò mi ha detto:

(3) “Figlia mia, la Grazia per chi la riceve è luce, è via, è nutrimento, è forza, è sollievo; e per chi non la riceve, oltre che non trova luce e si sente mancare la via sotto dei piedi, col restare digiuno e senza forza, ma si converte in fuoco e castigo”.

(4) Mentre ciò diceva, dalla sua mano usciva un torrente di luce che scendeva sopra le creature, e questa luce, per chi restava luce e per chi fuoco.

 

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7-60

Ottobre 28, 1906

 

Tutto ciò che è luce, viene da Dio.

 

(1) Avendo fatta la comunione, mi trovavo dentro d’una gran luce, era lo stesso Gesù, il quale mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutto ciò ch’è luce, è tutto mio, niente è della creatura.  Succede come una persona che si trova investita dei raggi del sole, se vorrebbe attribuire a sé la luce che gode, sarebbe uno stolto e senza cervello.  Solo però c’è questo, che la persona invece di godere la luce del sole, potrebbe dire, io voglio camminare all’ombra e ritirarsi dalla luce, e l’anima ritirandosi dalla mia luce resta tenebre, e le tenebre non possono produrre altro che male”.

 

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7-61

Ottobre 31, 1906

 

Come l’anima, per ogni sofferenza, acquista un regno di più in sé stessa.

 

(1) Continuando il mio solito stato, alla sfuggita è venuto il benedetto Gesù, e solo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, ogni sofferenza che l’anima soffre, è un dominio di più che acquista di sé stessa, perché la pazienza nel soffrire è regime, e reggendo sé stessa, quanto più soffre tanti domini di più acquista, e non fa altro che ampliare ed ingrandire il suo regno del Cielo, acquistando ricchezze immense per la vita eterna.  Sicché ogni cosa di più che tu soffri, fa conto che acquisti un regno di più nell’anima tua, cioè un regno di grazia corrispondente ad un regno di virtù e di gloria”.

 

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7-62

Novembre 6, 1906

 

La fede e la speranza dell’anima che vive nel Divino Volere.

 

(1) Mentre stavo pregando, e secondo il mio solito al più ciò che faccio, lo faccio come se lo stessi facendo con Nostro Signore e con le sue stesse intenzioni, onde stavo recitando il credo, e non avvertendo io stessa, stavo dicendo che intendevo di avere la fede di Gesù Cristo, per riparare tante miscredenze, e per impetrare che tutti avessero il dono della fede; in questo mentre si è mosso nel mio interno e mi ha detto:

(2) “Tu sbagli, Io non ci avevo né fede e né speranza, né ne potevo avere, perché ero lo stesso Dio, Io ero solo amore”.

(3) Nel sentire amore, mi piaceva tanto poter essere solo amore, che non badando ho detto un altro sproposito, cioè: “Signore mio, vorrei essere anch’io come Te, tutto amore, e niente altro”.  E Lui ha soggiunto:

(4) “Questa è la mia mira, perciò ti vado spesso parlando della perfetta rassegnazione, ché vivendo del mio Volere l’anima acquista l’amore più eroico, e giunge ad amarmi col mio stesso amore, e diventa tutt’amore, e diventando tutt’amore, sta a mio continuo contatto, sicché sta con Me, in Me, e per Me fa tutto ciò che voglio, né si muove, né desidera che il mio Volere, dove c’è racchiuso tutto l’amore dell’Eterno, e dove resta essa racchiusa, e vivendo in questo modo l’anima giunge quasi a sperdere la fede e la speranza, perché giungendo a vivere del Volere Divino, l’anima non si sente più a contatto della fede e della speranza, se vive del suo Volere, che cosa deve credere se l’ha trovato e ne fa suo cibo? E che cosa deve sperare se già lo possiede, vivendo non fuori di Dio ma in Dio? Perciò la vera e perfetta rassegnazione è il suggello della sicura predestinazione, ed il possesso certo che l’anima prende di Dio.  Hai capito? Pensaci bene”.

(5) Io sono restata come incantata e dicevo tra me: “Niente meno si può giungere a questo?” E quasi dubitavo e dicevo: “Forse ha voluto tentarmi per vedere ciò che faccio io, e darmi campo a dire più spropositi, e farmi vedere dove giunge la mia superbia; ma però è buono a dire qualche sproposito, almeno si spinge a dire qualche cosa, e si ha il bene di sentire la sua voce, che fa ritornare di morte a vita”.  E pensavo che altro sproposito potrei dire.  In questo mentre si è mosso di nuovo ed ha replicato:

(6) “Tu vuoi tentarmi, non Io, e poi finisci col dubitare delle mie verità”.

(7) Ed ha fatto silenzio.  Io mi sentivo confusa ed andavo pensando a ciò che mi aveva detto, ma chi può dirle tutte, sono cose che non si possono esprimere.

 

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7-63

Novembre 9, 1906

 

Effetti del meditare sempre nella passione.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando alla passione di Nostro Signore, e mentre ciò facevo è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, è tanto gradito chi va ruminando sempre la mia passione, e ne sente dispiacere e mi compatisce, che mi sento come rinfrancato da tutto ciò che soffrii nel corso della mia passione, e l’anima, ruminandola sempre, viene ad apprestare un cibo continuo, e in questo cibo ci sono tanti diversi condimenti e sapori che formano diversi effetti, sicché se nel corso della mia passione mi diedero funi e catene per legarmi, l’anima mi scioglie e mi dà la libertà; quelli mi disprezzarono, mi sputarono e disonoravano, essa mi apprezza, mi pulisce da quei sputi e mi onora; quelli mi spogliarono e mi flagellarono, essa mi risana e mi veste; quelli mi coronarono di spine trattandomi da re di burla, mi amareggiarono la bocca di fiele e mi crocifissero, l’anima ruminando tutte le mie pene, mi corona di gloria e mi onora per suo re, mi riempie la bocca di dolcezza dandomi il cibo più squisito qual’é la memoria delle mie stesse opere, e schiodandomi dalla croce mi fa risorgere nel suo cuore, dandole Io per ricompensa, ogniqualvolta che fa ciò, una nuova vita di grazia, sicché essa è il mio cibo, ed Io mi faccio suo cibo continuo.  Onde la cosa che più mi piace è il ruminare sempre la mia passione”.

 

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7-64

Novembre 12, 1906

 

L’anima dà a Gesù l’abitazione nel tempo, e Lui la dà all’anima nell’Eternità.

 

(1) Continuando il mio solito stato, stavo dicendo al benedetto Gesù, oh! quanto vorrei amarvi per essere più amata da Voi.  E Lui nel mio interno mi ha detto:

(2) “T’amo tanto, che mai ti lascio, ed abito in te continuamente”.

(3) Ed io: Grazie della vostra benignità d’abitare in me, ma non sono tanto contenta, sarei più contenta e mi sentirei più sicura se io potessi abitare in Voi”.

(4) E Lui: “Ah! figlia mia, nel tempo tu darai l’abitazione a Me, nell’eternità Io la darò a te, e sii pur contenta e sicura ché Colui che abita in te tiene potenza da mantenere consolidata e libera da ogni pericolo la sua abitazione”.

 

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7-65

Novembre 14, 1906

 

La croce allarga i confini del regno del Cielo.

 

(1) Oh! quanto ho stentato e sofferto per la sua privazione.  Onde dopo molto, appena alla sfuggita si è fatto vedere e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, se la perfetta rassegnazione è il segno certo e sicuro della predestinazione, la croce allarga i confini del regno del Cielo”.

E come lampo è sparito via.

 

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7-66

Novembre 16, 1906

 

Diversità che passa tra le offese dei religiosi e quelle dei secolari.

 

(1) Trovandomi fuori di me stessa vedevo le tante offese che si fanno da sacerdoti e da persone religiose, e il dispiacere grande che il benedetto Gesù ne sentiva.  Onde io, quasi meravigliandomi ho detto: “Dolce mia vita, è vero che le persone religiose vi offendono, ma pare a me che i secolari v’offendono maggiormente, eppure mostrate più dispiacere di quelli che di questi, pare che siete tutt’occhi per guardare tutto ciò che fanno i primi, e mostrate di non guardare ciò che fanno i secondi”.

(2) E Lui: “Ah! figlia mia, tu non puoi comprendere la diversità che passa tra le offese dei religiosi e quelle dei secolari, perciò ti meravigli.  I religiosi hanno dichiarato di appartenermi, d’amarmi e di servirmi, ed Io li ho affidato i tesori della mia Grazia, e ad altri i tesori dei sacramenti, quali sono i sacerdoti.  Ora fingendo di appartenermi nell’esterno, nel loro interno se occorre sono da Me lontani, fanno vedere d’amarmi e di servirmi, ed invece mi offendono, e si servono delle cose sante per servire le loro passioni, perciò sono tutt’occhi per non farle sciupare i miei doni, le mie grazie, e ad onta delle mie premure, giungono a farne scempio in quelle stesse cose che nell’esterno pare che mi stanno glorificando, questa è un offesa tanto grave, che se tu la potessi comprendere ne morresti di crepacuore.  Invece, i secolari dichiarano di non appartenermi, di non conoscermi e di non volermi servire, ed è la prima cosa che sono liberi dello spirito d’ipocrisia, la cosa che più mi dispiace.  Quindi avendosi dichiarato, non l’ho potuto affidare i miei doni, sebbene la Grazia li eccita, li combatte, ma non si è donata, ché non la vogliono.  Succede come ad un re, che avendo mosso battaglia per liberare i popoli dalla schiavitù in cui sono tenuti dagli altri re, a forza di sangue è giunto a liberare parte di quei popoli, quindi se li è messo sotto il suo dominio, provvedendoli di tutto, e se occorre dandoli ad abitare la sua stessa abitazione.  Or, di chi si dispiacerebbe di più se l’offendono, di quei popoli che sono rimasti da lui lontani, che pure voleva liberare, o di quei che vivono con lui?”

 

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7-67

Novembre 18, 1906

 

Le opere senza spirito interno e senza retta intenzione, gonfiano l’anima.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, appena un’ombra ho visto del benedetto Gesù, e solo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, se ad un cibo si potesse separare la sostanza e la persona lo mangiasse, varrebbe niente, anzi servirebbe a gonfiare lo stomaco.  Così sono le opere senza spirito interno e senza retta intenzione, vuotate di sostanza divina, valgono niente e servono solo a gonfiare la persona, quindi ne riceve più danno che bene”.

 

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7-68

Novembre 20, 1906

 

L’ubbidienza comunica la fortezza divina all’anima.

 

(1) Continua il mio povero stato pieno d’amarezza, ma di pace, per le quasi continue privazioni che subisco; appena a lampo l’ho visto dicendomi:

(2) “Figlia mia, l’ubbidienza è un muro irremovibile, e tale rende l’anima; non solo, ma per essere irremovibile è necessario essere forte, robusto, e l’ubbidienza comunica la fortezza divina, in modo che tutte le cose innanzi alla fortezza divina che lei tiene, restano deboli in modo che essa può smuovere tutto, e ad essa non la può smuovere nessuno”.

(3) Ed è sparito via.

 

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7-69

Novembre 28, 1906

 

Il bene d’operare insieme con Gesù.

 

(1) Continuando il mio povero stato, quanto appena ho visto il benedetto Gesù e pareva che si trasformava tutto in me, in modo che se io respiravo, io sentivo il suo respiro nel mio; se io muovevo un braccio, sentivo muovere il suo nel mio e così di tutto il resto.  Mentre ciò faceva, mi ha detto:

(2) “Figlia diletta mia, vedi in che stretta unione sto Io con te, così voglio te, tutta unita e stretta con Me; e questo non ti credere che lo devi fare quando soffri o preghi solo, ma sempre, sempre, se ti muovi, se respiri, se lavori, se mangi, se dormi, tutto, tutto come se lo facessi nella mia Umanità, ed uscisse da Me il tuo operato, in modo che non dovresti essere tu altro che la scorza, e rotta la scorza della tua opera si dovrebbe trovare il frutto dell’opera divina, e questo devi farlo a bene di tutta quanta è l’umanità, in modo che la mia Umanità si deve trovare come vivente in mezzo alle gente.  Perché facendo tu tutto, anche le azioni più indifferenti con questa intenzione di ricevere da Me la vita, la tua azione acquista il merito della mia Umanità, perché essendo Io Uomo e Dio, nel mio respiro contenevo i respiri di tutti, i movimenti, le azioni, i pensieri, tutto contenevo in Me, quindi li santificavo, li divinizzavo, li riparavo.  Onde, facendo tutto in atto di ricevere da Me il tuo operato, anche tu verrai ad abbracciare ed a contenere tutte le creature in te, ed il tuo operare si diffonderà a bene di tutti, sicché ancorché gli altri non mi daranno niente, Io prenderò tutto da te”.

(3) Pare che sto dicendo tanti spropositi.  Sono cose intime e non so dirle bene, vorrei scriverle come le tengo nella mente, ma non posso.  Mi pare che una goccia di luce prendo e cento me ne sfuggono, avrei fatto meglio tacendo, ma del resto sia tutto a gloria di Dio.

 

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7-70

Dicembre 3, 1906

 

La dolcezza e la pace nell’anima.

 

(1) Non venendo il benedetto Gesù, sentivo tale amarezza, non solo, ma come un intoppo nel mio interno, da rendermi quasi irrequieta.  Oh! Dio, che pena, che paragonata a tutte le altre pene, non sono altro che ombre, anzi refrigerio; è solo la tua privazione che deve darsi il nome di pena.  Ora mentre smaniavo, alla sfuggita è uscito da dentro il mio interno, e mi ha detto:

(2) “Che hai? Quietati, quietati; eccomi, non solo sono con te, ma in te; e poi non voglio quest’animo inquieto, tutto dev’essere in te dolcezza e pace, in modo da potersi dire di te quello che si dice di Me: Che non vi scorre altro che miele e latte, figurato il miele nella dolcezza, il latte nella pace, Io ne sono tanto pieno ed inzuppato che vi scorre fuori dai miei occhi, dalla mia bocca, e in tutto il mio operato, e se tu non sei così, Io mi sento disonorato da te, ché mentre abita in te Colui che è tutto pace e dolcezza, tu non mi onori, mostrando fosse anche l’ombra minima d’un animo risentito ed inquieto.  Io amo tanto questa dolcezza e pace, che ad onta che si trattasse di cosa grande, di mio onore e gloria, non voglio, non approvo mai quei modi risentiti, violenti, focosi, ma quei modi dolci, pacifici, perché la sola dolcezza è quella che come catena incatena i cuori, in modo da non potersi sciogliere, è come pece che si attacca e non si possono liberare, e sono costretto a dire: “In quest’anima c’è il dito di Dio, ché non possiamo agire diversamente”.  E poi se non piace a Me il modo risentito, non piacerà neppure alle creature.  Uno che parla, che tratta di cose anche di Dio con modi non dolci e pacifici, è segno che non tiene le sue passioni ordinate, e chi non tiene sé stesso ordinato, non può ordinare gli altri.  Perciò attenta tu a tutto ciò che non sia dolcezza e pace, se non vuoi disonorarmi.

 

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7-71

Dicembre 6, 1906

 

Gesù si nasconde per vedere cosa fa l’anima.

 

(1) Continuando lo stato di quasi privazione totale, al più a lampo e ad ombra, nel mio interno dicevo: “Vita della mia vita, come non vieni? Oh, come ti sei fatto crudele con me! Come si è fatto duro il tuo cuore che giungi a non darmi ascolto, dove sono le tue promesse, dove il tuo amore, che mi lasci derelitta nell’abisso delle mie miserie? Eppure mi promettevi di non lasciarmi mai, mi dicevi che mi volevi bene, ed ora, ed ora? Tu stesso me l’hai detto, che dalla costanza si conosce se uno ti ama davvero; e se non c’è costanza, non si può fare nessun calcolo di questo bene, e come lo vuoi da me che non formo tua vita, e Tu che sei mia vita me lo neghi?” Ma chi può dire tutti i miei spropositi, sarei troppo lunga.  In questo mentre si è mosso nel mio interno, alzando il braccio in atto di sostenermi e mi ha detto:

(3) “Sto in te, e mi nascondo più in te per vedere che cosa fai tu.  Non ho mancato in niente, né alle promesse, né all’amore, né alla costanza, se tu lo fai imperfetta, Io lo faccio nella pienezza della perfezione verso di te”.

(4) Ed è scomparso.

 

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7-72

Dicembre 15, 1906

 

Come la Divina Volontà contiene tutti i beni.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sentivo più che mai amareggiata per la sua privazione.  In un momento, mi sono sentita come assorbita nella Volontà di Dio, e mi sentivo tutto il mio interno tutto acquietato, in modo da non sentire più me stessa, ma in tutto il Volere Divino, anche della sua stessa privazione.  Io stessa dicevo fra me stessa: “Che forza, che incanto, che calamita contiene questa Divina Volontà, da far scordare me stessa e fare scorrere in tutto il Volere Divino”.  In questo mentre si è mosso nel mio interno e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, siccome la Volontà Divina è il solo cibo sostanzioso, e che contiene tutti i sapori e gusti insieme adatti all’anima, l’anima trova il suo cibo prelibato e s’acquieta; il desiderio trova il suo cibo e pensa a pascolarsi lentamente e si forma senza desiderare altro; l’inclinazione non ha dove più tendere, perché ha trovato il cibo che la soddisfa; la volontà propria non ha più che volere, perché ha lasciato la volontà propria che formava il suo tormento, ed ha trovato la Volontà Divina che forma la sua felicità; ha lasciato la povertà ed ha trovato la ricchezza, non umana ma Divina; insomma, tutto l’interno dell’anima trova il suo cibo, ossia il suo lavorio in cui resta occupata ed assorbita, da non poter andare più oltre, perché in questo cibo e lavorio, mentre trova tutti i contenti, trova tanto da fare ed imparare, e gustare sempre nuove cose, che l’anima da una scienza minore impara scienze maggiori, e sempre resta da imparare; da cose piccole passa a cose grandi, da un gusto passa ad altri gusti, e sempre resta altro di nuovo a gustare in questo ambiente della Volontà Divina”.

 

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7-73

Gennaio 3, 1907

 

La vera fiducia riproduce la Vita Divina nell’anima.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena ho visto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi molto teme, è segno che molto confida di sé stessa, perché non scorgendo in sé stessa che debolezze e miserie, naturalmente e giustamente teme; e chi nulla teme è segno che confida in Dio, perché confidando in Dio, le miserie e le debolezze restano sperdute in Dio, sentendosi investita dell’Essere Divino non più essa opera, ma Dio in essa, e che più può temere? Sicché la vera fiducia riproduce la Vita Divina nell’anima”.

 

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7-74

Gennaio 5, 1907

 

La vera santità consiste nel ricevere come specialità

d’amore divino tutto quello che ci può succedere.

 

(1) Avendo letto che un’anima faceva scrupolo di tutto e temeva che tutto fosse peccato, stavo pensando in me stessa: “Ed io, come sono larga, vorrei pensare anch’io che tutto fosse peccato per stare più attenta a non offendere il Signore”.  Onde, venendo il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, queste sono sciocchezze, e l’anima resta arrestata nella via della santità, mentre la vera e soda santità consiste nel ricevere come specialità d’amore divino tutto ciò che le può succedere o fare, fosse anche la cosa più indifferente, come sarebbe se trovasse un cibo gustoso o disgustoso.  Specialità d’amore nel gusto, pensando che Gesù produce quel gusto nel cibo, ché l’ama fino a darle gusto anche nelle cose materiali.  Specialità d’amore nel disgusto, pensando che l’ama tanto che l’ha prodotto quel disgusto per assomigliarla a Sé nella mortificazione, dandole Lui stesso una monetina da poter offrire a Lui.  Specialità d’amore divino se è umiliata, se è esaltata, se è sana, se è inferma, se è povera o ricca.  Specialità d’amore il respiro, la vista, la lingua, tutto, tutto, e siccome tutto, tutto deve ricevere come specialità d’amore divino, essa deve ridare tutto a Dio come uno speciale amore suo, sicché deve ricevere l’onda dell’amor di Dio, e deve dare a Dio l’onda del amore suo.  Oh! che bagno santificante è quest’onda dell’amore, la purifica, la santifica, la fa progredire senza che essa stessa avverta, è più vita di Cielo che di terra.  E’ questo che voglio Io da te; il peccato, il pensiero del peccato non deve esistere in te”.

 

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7-75

Gennaio 10, 1907

 

Il male che forma il proprio gusto.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, è tanto l’attacco delle creature al proprio gusto, che sono costretto a contenermi i miei doni, perché invece di attaccarsi al Donatore, s’attaccano ai miei doni, idolatrando i miei doni con offesa del Donatore, sicché, se trovano il proprio gusto fanno, cioè, non fanno, soddisfano il proprio gusto; se non c’è gusto, non fanno niente, sicché il proprio gusto forma una seconda vita nelle creature.  Ma misere, non sanno che dove c’è il proprio gusto, difficilmente ci può essere il gusto divino, anche nelle stesse cose sante.  Sicché ricevendo i miei doni, le grazie, i favori, non deve appropriarli come cose sue, formandone un gusto proprio, ma tenerli come gusti divini, servendosene per amare maggiormente il Signore, pronta a sacrificarli allo stesso amore”.

 

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7-76

Gennaio 13, 1907

 

Gesù volle soffrire nella sua Umanità per rifare la natura umana.

 

(1) Continuando il mio solito stato, alla sfuggita ho visto il mio benedetto Gesù, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, quanto amo le anime, senti: La natura umana era corrotta, umiliata, senza speranza di gloria e di risorgimento, ed Io volli subire tutte le umiliazioni nella mia Umanità, specie volli essere spogliato, flagellato ed a brandelli cadere le mie carni sotto dei flagelli, quasi disfacendo la mia Umanità per rifare l’umanità delle creature, e farla risorgere piena di vita, d’onore e di gloria alla vita eterna.  Che più potevo fare e non ho fatto?”

 

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7-77

Gennaio 20, 1907

 

La maggiore santità è il vivere nel Divino Volere.

 

(1) Avendo letto due vite di sante, una che aspirava tanto al patire e l’altra tanto ad essere piccola, stavo pensando nel mio interno chi delle due fosse migliore per poterla imitare, e non sapendomi risolvere, mi sentivo come impicciata, e per poter essere libera e pensare solo ad amarlo ho detto in me stessa: “Io non voglio aspirare a niente che ad amarlo ed adempire perfettamente il suo santo Volere”.  In questo mentre, il Signore nel mio interno mi ha detto:

(2) “Ed Io qui ti voglio, nel mio Volere; fino a tanto che il granello di frumento non viene sepolto sotto terra e muore del tutto, non può risorgere a vita novella e moltiplicarsi, e dar vita ad altri granelli, così l’anima, fino a tanto che non si seppellisce nella mia Volontà, fino a morire del tutto col disfare tutto il suo volere nel mio, non può risorgere a nuova Vita Divina col risorgimento di tutte le virtù di Cristo, che contengono la vera santità, perciò la mia Volontà sia il suggello che ti suggelli l’interno e l’esterno, e quando la mia Volontà avrà risorto tutta in te, vi troverai il vero amore, e questo è la più di tutte le altre santità a cui può uno aspirare”.

 

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7-78

Gennaio 21, 1907

 

Chi sempre ama Gesù non lo può dispiacere.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, stavo dicendo nel mio interno: “Signore, fate che sia tutta tua e che stia sempre, sempre con Te, e che mai mi separi da Te; ma però, mentre io stia con Te non permettere ch’io sia pungolo che ti amareggi, che ti dia fastidio, che ti dia dispiacere, ma pungolo che stia in Te per sostenerti quando stai stanco ed oppresso, che ti consoli quando sei infastidito dalle altre creature”.  Mentre ciò dicevo il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi sta in continua attitudine d’amarmi sta sempre con Me, e non può essere mai pungolo che potesse rendermi fastidio, ma pungolo che mi sostiene, mi solleva, mi raddolcisce.  Perché il vero amore ha questo di proprio, di rendere contenta la persona amata, e poi chi sempre mi ama non potrà mai dispiacermi, perché l’amore assorbe tutta la persona; al più saranno piccole cose che l’anima stessa neppure avverte di dispiacermi, e l’amore stesso prende l’impegno di purificarla, per fare che Io possa trovare sempre in essa le mie delizie”.

 

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7-79

Gennaio 25, 1907

 

Castighi.  Vedi città deserte.

 

(1) Vi passo giorni amarissimi per le privazioni quasi continue del benedetto Gesù, al più alla sfuggita ed a lampo si fa vedere e subito si nasconde, tanto dentro nel mio interno, che non lo posso neppure scorgere, e sempre in silenzio.  Onde avendolo visto dopo molto stentare, tanto amareggiato ed oppresso gli ho detto: “Ma, dimmi almeno, che cosa vi fa tanto soffrire?” E Lui, malvolentieri, solo per contentarmi mi ha detto:

(2) “Ah! figlia mia, tu non sai quello che deve succedere, se te lo dicessi, mi spezzeresti il mio sdegno, e non farei quello che devo fare.  Ecco perciò faccio silenzio.  Perciò, tu quietati sul modo che tengo con te in questo periodo di tempo.  Tu però coraggio, ti sarà troppo amaro, ma falla da atleta, da generosa, sempre vivendo e morta nella mia Volontà, senza neppure piangere”.

(3) Detto ciò si è nascosto più dentro nel mio interno, lasciandomi come impietrita, senza neppure potere piangere la sua privazione.

(4) Ora per obbedire scrivo che anche prima del mese di gennaio, fino adesso, non faccio altro che trovarmi fuori di me stessa, forse può essere anche sogno e parevami di vedere luoghi desolati, città deserte, strade intere con le abitazioni chiuse, senza che nessuno vi cammina, gente morte, ed è tanto lo spavento nel vedere queste cose che mi rende come stupidità, che vorrei imitare il mio buon Gesù di starmene anch’io taciturna e silenziosa.  Il perché di questo non lo so dire, perché la mia luce Gesù non mi dice niente.  L’ho scritto solo per obbedire.

(5) Deo Gratias.

 

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7-80

Febbraio 20, 1907

 

La incorrispondenza alla Grazia.

 

(1) Continua sempre in silenzio ed alla sfuggita ed a lampo, e vi passo i miei giorni nella amarezza e come incantata, tutto il mio interno è restato colpito come da una folgore, senza poter andare innanzi né indietro, io stessa non so dire quello che è successo nel mio interno, credo che sia meglio tacere che parlarne, onde questa mattina appena è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi non corrisponde alla mia grazia, vive come quelli uccelli che vivono di rapina, così l’anima non fa altro che vivere di rapina, mi ruba la grazia, vive e non mi riconosce, ed all’ultimo mi offende”.

(3) E come lampo è scomparso, lasciandomi più incantata di prima.

 

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7-81

Marzo 2, 1907

 

Non c’è nulla che eguagli al soffrire volentieri.

 

(1) Continuando il mio solito stato, ed avendo inteso che quasi tutto il paese stava con l’influenza, e ad altre parti morivano, onde stavo pregando Nostro Signore che si compiacesse di risparmiare tante vittime e che facesse soffrire a me per risparmiare quelli, ché ora mai, poco o niente ci soffro, ché anche questo mi avete tolto.  Mentre ciò dicevo, nel mio interno mi ha detto:

(2) “Figlia mia, quando fu di Me si disse: “Ch’era necessario che morisse uno per salvare tutto il popolo”.  Era una verità, ma per allora non capita.  Così in tutti i tempi è necessario che soffra uno per risparmiare gli altri, e questo uno, per essere accetto deve esibirsi volontariamente, e solo per amor di Dio e per amor del prossimo, soffrendo esso per risparmiare tutti gli altri; ed il patire di questo non può equivalere al patire di tutti gli altri uniti insieme, non c’è valore che regge.  Credi tu ch’è niente il vuoto del tuo patire? Eppure non è del tutto, e se ti sospendo del tutto dove i popoli andranno a finire? Guai, guai, le cose non finiscono qui”.

 

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7-82

Marzo 13, 1907

 

Luisa prega a Gesù per la sua mamma, affinché

al morire non vada in purgatorio.

 

(1) Continua quasi sempre lo stesso, ed al più si fa vedere in silenzio.  Onde, in questi giorni, avendosi fatto vedere, mi carezzava e mi baciava, ed essendo ammalata la mamma, mi faceva comprendere che se l’avrebbe preso.  Io gli dicevo: “Signore mio, Tu la vuoi ed io te ne faccio un dono prima che te la prenda, non voglio aspettare che te la prenda senza prima donartela; ma però ne voglio da Te la ricompensa del dono che vi faccio, dandomi in premio che te la porti diritto in paradiso, senza farle toccare il purgatorio, a costo che mi facciate soffrire a me il purgatorio che toccherà alla mamma”.  E Gesù benedetto che me diceva:

(2) “Figlia mia, lascia fare a Me”.

Ritornando di nuovo a pregarlo dicevo: “Ma dolce amor mio, chi avrà cuore di vedere la mia mamma soffrire in purgatorio, colei che ha tanto sofferto, che ha tanto pianto per causa mia.  E’ il peso della gratitudine chi mi spinge, che mi sollecita, e che mi forza; tutte le altre cose fa quello che vuoi, ma in questo no, non cedo.  Mi contenterete e farete quello che voglio”.

(3) E Lui: “Ma diletta mia, non ti rendere troppo importuna, sei proprio instancabile, e col renderti instancabile mi costringi a contentarti”.

(4) Ma però non dava risposta decisa.  Io tornavo all’assalto e piangevo come una bambina, e pregandolo e ripregandolo andavo offrendo minuto per minuto, ora per ora, ciò che soffrii nella sua passione, applicandole all’anima di mia madre, per farla restare purgata, purgata ed abbellita, e così poter ottenere il mio intento.  E Lui mi soggiungeva, asciugandomi le lacrime:

(5) “Ma cara diletta mia, non piangere, tu sai che ti voglio bene, posso Io non contentarti? Vedi, con la continua offerta della mia passione, non facendoti sfuggire nulla di ciò che soffri a pro di tua madre, sta l’anima sua dentro d’un mare immenso, e questo mare la lava, l’abbellisce, l’arricchisce, la inonda di luce, e per assicurarti che ti contenterò, quando morrà tua madre sarai tu sorpresa da un fuoco che ti sentirai bruciare”.

(6) Io sono rimasta contenta, ma non sicura, perché non mi diceva ancora nulla che l’avrebbe portato diritta in paradiso.

 

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7-83

Maggio 9, 1907

 

Morte e purgatorio dei genitori di Luisa.

 

(1) E’ da qualche mese che non scrivo, e con gran ripugnanza e solo per obbedire mi metto di nuovo a scrivere, oh! che pena mi sento, solo il pensiero che potrei dire al mio diletto Gesù: “Vedi come vi amo di più, e come cresce il mio amore, che solo per amor tuo mi sottopongo a questo sacrificio, e per quanto duro, altrettanto posso dire che più vi amo”.  E pensando che posso dire al mio Gesù che vi amo di più, mi sento la forza di compiere il sacrificio d’ubbidire

(2) Onde non ricordandomi tutto distintamente, dirò tutto insieme ed in confuso il passato, cominciando da dove lasciai.  Che stavo pregando che portasse mia madre in paradiso senza toccare purgatorio.

(3) Quindi il giorno 19 Marzo, sacro a San Giuseppe, di mattino, trovandomi nel solito mio stato, mia madre, passava da questa vita nell’ambiente dell’eternità; ed il benedetto Gesù, facendomela vedere che se la portava mi ha detto:

(4) “Figlia mia, il Creatore che si porta la creatura”.

(5) Ed in questo mentre, mi sono sentita investire dentro e fuori da un fuoco così vivo da sentirmi bruciare le viscere, lo stomaco, e tutto il resto, e se prendevo qualche cosa, si convertiva in fuoco, ed ero costretta a rimetterla non appena l’avevo ingoiata; questo fuoco mi consumava e mi manteneva in vita.  Oh! come comprendevo il fuoco divoratore del purgatorio, che mentre le consuma le dà vita.  Il fuoco fa l’ufficio di cibo, d’acqua, di morte e di vita, però in questo stato io ero felice, ma avendo visto solo che Gesù se l’era portata, ma non mi aveva fatto vedere dove l’era portata, la mia felicità non era piena, e dalle mie stesse sofferenze prendevo cruccio quali sarebbero le sofferenze di mia madre se stesse in purgatorio, e vedendo il benedetto Gesù, che in questi giorni quasi non mi ha lasciato mai, piangevo e gli dicevo: “Dolce amor mio, dimmi dove l’hai portato? Io sono contenta che ce l’hai tolta, perché la tieni con Te, ma se non l’hai con Te, questo non lo tollero e tanto piangerò, fino a tanto che mi contenterai”.  E Lui pareva che godeva del mio pianto e mi abbracciava, mi sosteneva, mi asciugava le lacrime e mi diceva:

(6) “Figlia mia, non temere, quietati, e quando ti sarai quietata te la farò vedere, e ne sarai tanto contenta; e poi ti sia di sicurezza il fuoco che tu senti che ti ho contentata”.

(7) Ma io seguitavo a piangere, specie quando lo vedevo, sentendomi nel mio interno che mancava ancora qualche cosa alla beatitudine di mia madre; tanto che quelle persone che mi circondavano, essendo venute per la morte di mia madre, vedendomi tanto piangere, credendosi che piangevo la morte di mia madre, restavano quasi scandalizzati, credendomi spostata dalla Volontà Divina, quand’io più che mai nuotavo in questo ambiente di Divina Volontà.  Ma io non mi appiglio a nessun tribunale umano, perché falso, ma solo al divino, perché è pieno di verità.  Se il buon Gesù non mi condannava, anzi mi compativa, e per sostenermi veniva più speso, dandomi quasi motivo di farmi piangere, perché se non veniva, con chi dovevo piangere per impetrare ciò che io volevo? Quelli avevano ragione perché giudicavano l’esterno, poi del resto, essendo tanta cattiva, non è meraviglia che gli altri si scandalizzassero di me.  Onde dopo parecchi giorni, venendo il buon Gesù mi ha detto:

(8) “Figlia mia, consolati, che voglio dirti e farti vedere dove sta tua madre, siccome tu prima, e dopo passata hai offerto di continuo ciò che Io meritai, feci e patì nel corso della mia vita a pro suo, quindi sta a parte di ciò che Io feci e gode della mia Umanità, essendole nascosta la sola Divinità, che fra breve le sarà anche svelata, ed il fuoco che tu senti e le tue preghiere hanno servito ad esentarla da qualunque altra pena di senso, che a tutti spettano, perché la mia giustizia, prendendo da te la soddisfazione, non poteva prenderla d’ambedue”.

(9) In questo mentre, mi pareva di vedere mia madre dentro d’una immensità che non aveva confini, ed in questo vi erano tanti godimenti e gioie, per quante parole, pensieri sospiri, opere e patimenti, palpiti, insomma tutto ciò che conteneva l’Umanità Santissima di Gesù Cristo.  Comprendevo che è un secondo paradiso per i beati, e che tutti per entrare nel paradiso della Divinità, debbono passare per questo dell’Umanità di Cristo.  Quindi, per mia madre era stato un singolarissimo privilegio riservato a pochissimi, di non aver toccato altro purgatorio; ma però comprendevo che sebbene non stava in tormenti, ma piuttosto in godimenti, la sua felicità non era perfetta, ma quasi metà.

(10) Ne sia sempre ringraziato il Signore.  Io continuai a soffrire per 12 giorni, tanto che me ridussi in fin di vita, e avendosi l’ubbidienza interposto a far che questo filo di vita non si spezzasse, sono ritornata al mio stato naturale.  Io non so, pare che questa ubbidienza ha un’arte magico su di me, e che quando presto il Signore le farà perdere il suo prestigio per portarmi con Sé.  Io vi sentivo uno scontento perché l’ubbidienza si mette attraverso per non farmi passare al Cielo.  Ed il buon Gesù mi disse:

(11) “Figlia mia, i beati nel Cielo mi danno tanta gloria per l’unione perfetta della loro volontà con la mia, che la loro vita é un riprodotto del mio Volere, c’è tanta armonia tra Me e loro, che il loro fiato, il respiro, i movimenti, i gaudi, e tutto ciò che costituisce la beatitudine loro, è effetto del mio Volere; ma però ti dico, che l’anima ancor viatrice, se è unita con mio Volere, in modo che mai si discosta, la sua vita è di Cielo, ed Io ne ricevo la stessa gloria, anzi ne prendo più gusto e compiacimento, perché ciò che fanno i beati lo fanno senza sacrificio ed in godimenti; ciò che fanno i viatori, lo fanno con sacrificio ed in patimenti, e dove c’è sacrificio, Io prendo più gusto e mi compiaccio di più; ed gli stessi beati, vivendo nel mio Volere, come l’anima ancora vivendo nella mia Volontà forma una stessa vita, e partecipano al gusto che Io prendo dell’anima viatrice”.

(12) Un altra volta, ricordo che stando io in timore che fosse opera del demonio il mio stato, il buon Gesù mi disse:

(13) “Figlia mia, sa anche parlare di virtù il demonio, ma mentre parla di virtù, nell’interno vi getta la ripugnanza, l’odio alla stessa virtù; sicché la povera anima si trova in contraddizione e senza forza a praticare il bene.  Invece quando sono Io che parlo, essendo Io verità, la mia parola è piena di vita, non è sterile ma feconda, sicché mentre parlo, infondo amore alla virtù e produco la stessa virtù nell’anima, perché la verità è forza, è luce, è sostegno ed una seconda natura per l’anima che si fa guidare dalla verità”.

(14) Continuo a dire che non appena erano passati un dieci giorni della morte di mia madre, che cade infermo gravemente mio padre, ed il Signore mi faceva comprendere che anche lui sarebbe morto; io ne feci il dono anticipato e ripetetti le stesse istanze che feci per la madre; cioè, che non gli facesse toccare purgatorio, ma il Signore si mostrava più restio, e non mi dava ascolto; io temevo molto, non la salvezza, perché il buon Gesù me ne aveva fatto solenne promessa quasi d’una quindicina di anni addietro, che dei miei, e di quelli che mi appartengono, nessuno si sarebbe perduto; ma temevo forte il purgatorio.  Io pregavo sempre, il buon Gesù veniva stentatamente.  Solo il giorno che il padre moriva, cioè dopo una quindicina di giorni di malattia, il benedetto Gesù si fece vedere tutto benigno, vestito di bianco, come se fosse in festa, e mi disse:

(15) “Oggi aspetto tuo padre, e per amor tuo mi farò trovare, non da giudice, ma da padre benigno; lo accoglierò fra le mie braccia”.

(16) Io insistetti per il purgatorio, ma non mi diede retta e scomparve.  Morto mio padre, non mi successe nessuna sofferenza nuova come fu per mia madre, e da questo capii che già era andato in purgatorio.  Io pregavo e ripregavo, Gesù si faceva vedere alla sfuggita senza darmi tempo, per giunta non potevo neppure piangere, perché non avevo con chi piangere, e Colui che solo poteva ascoltare il mio pianto mi sfuggiva.  Adorabili giudizi di Dio nei suoi modi.

(17)Onde dopo due giorni di pene interne, mentre vedevo il benedetto Gesù e domandavo di mio padre, lo sentii da dietro le spalle di Gesù Cristo, come se scoppiasse in pianto e chiedeva aiuto e scomparvero.  Io ne restai lacerata nell’anima e pregavo, finalmente dopo sei giorni, trovandomi nel solito mio stato, mi trovai fuori di me stessa dentro d’una chiesa e vi stavano molte anime purganti, io pregavo Nostro Signore che almeno facesse venire mio padre dentro della Chiese a fare il purgatorio, perché vedevo che dette anime, nelle chiese sono in continui sollievi per le preghiere e messe che si dicono, e molto più per la presenza reale di Gesù Sacramentato; pare che sia loro un continuo refrigerio.  In questo mentre vidi mio padre, venerando nell’aspetto, e Nostro Signore me lo fece mettere vicino al tabernacolo.  Così pare che sono restata meno lacerata nel mio interno.

(18) Ricordo in confuso che un altro giorno venendo il buon Gesù, mi faceva comprendere la preziosità del patire, e pregavo che facesse comprendere a tutti il bene che c’è nel patire.  E Lui mi disse:

(19) “Figlia mia, la croce è un frutto spinoso, che fuori è molesto e pungente, tolte le spine e scorza, si trova un frutto prezioso e saporito, che solo chi ha la pazienza di sopportare le molestie delle punture, può giungere a scoprire il segreto della preziosità e sapore di quel frutto; e solo quello ch’è giunto a scoprire questo segreto, lo guarda con amore, e con avidità va in cerca di questo frutto senza curare le punture, e tutti gli altri lo guardano con sdegno e lo disprezzano”.

(20) Ed io: “Ma dolce mio Signore, qual’è questo segreto che c’è nel frutto della croce?”

(21) E Lui: “Il segreto dell’eterna beatitudine, perché nel frutto della croce si trovano tante monetine che solo corrono per entrare in Cielo, e che l’anima con queste monetine si arricchisce e si rende beata in eterno”.

(22)Il resto lo ricordo in confuso e me lo sento non ordinato nella mente, perciò passo innanzi, e faccio punto.

 

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7-84

Maggio 30, 1907

 

Efficacia della preghiera.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, per breve tempo ho visto il benedetto Gesù ed io lo pregavo per me e per altre persone, ma con qualche difficoltà fuori del mio uso, come se non avessi potuto ottenere tanto se avessi pregato per me sola; ed il buon Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la preghiera è un punto solo, e mentre essa è un punto, può afferrare insieme tutti gli altri punti; sicché, tanto può impetrare se prega per sé sola, e tanto può impetrare se prega per altri, una è la sua efficacia”.

 

Deo Gratias.

 

 

 

Nihil obstat

Canonico Hanibale

M.  Di Francia

Eccl.

 

Imprimatur

Arzobispo Giuseppe M.  Leo

Octubre de 1926

 



[1] Questo libro è stato copiato direttamente dal originale manoscritto di Luisa Piccarreta