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I. M. I.

9-1

Marzo 10, 1909

 

Il Padre fa una sola cosa con Gesù.  Gesù si dà continuamente alle anime.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sono trovata fuori di me stessa col bambino Gesù in braccia, io gli ho detto: “Dimmi carino mio, che cosa fa il Padre?”

(2) E Lui: “Fa una sola cosa con Me, sicché ciò che fa il Padre faccio Io”.

(3) Ond’io ho soggiunto: “E coi santi, che cosa fate?”

(4) E Lui: “Darmi continuamente, sicché Io sono vita loro, gaudio, felicità, bene immenso, senza termine e confini.  Di Me sono ripieni, in Me tutto trovano; Io sono tutto per loro, e loro sono tutti per Me”.

(5) Io, nel sentire ciò, volevo prendere dei picci, e gli ho detto: “Ai santi vi date continuamente, ed a me poi così stentato, così avaro, ad intervallo fino a farmi passare parte della giornata senza venire, e qualche volta ci stentate tanto che mi viene il timore che neppure fino a sera ci verrete, onde io vivo morendo, ma d’una morte la più crudele e spietata; eppure dicevate di volermi tanto bene”.

(6) E Lui: “Figlia mia, anche a te mi do continuamente, ora personalmente, ora con la grazia, ora con la luce ed in tanti altri modi.  E poi, chi te lo nega che ti amo tanto, tanto?”

(7) Ora in questo mentre, mi è venuto un pensiero, che domandassi se era Volontà di Dio il mio stato, che era più necessario di quello che gli stavo dicendo, e gliel’ho detto, e Lui invece di rispondermi, si è avvicinato alla mia bocca e mi ha messo la sua lingua nella mia bocca, ed io non ho potuto più parlare; solo che succhiavo una cosa che non so dire; e nel ritirarla, appena ho potuto dire: “Signore, ritornate subito, chi sa quando verrete”.

(8) E Lui ha risposto: “Stasera ci verrò di nuovo”.

(9) Ed è scomparso.

 

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9-2

Aprile 1, 1909

 

Gesù ingemma all’anima con le gemme che escono dal dolore.

 

(1) Sentendomi molto sofferente, fino a non potermi muovere, stavo offrendo le mie piccole sofferenze con quelle di Gesù, e con quella intensità d’amore con cui Lui intendeva di glorificare il Padre, di riparare le nostre colpe, e tutti quei beni che ci impetrò con le sue sofferenze, e dicevo tra me: “Faccio conto che queste mie sofferenze siano un mio martirio, che i dolori siano i carnefici, che il letto l’eculeo, che l’immobilità le funi che mi tengono legata per rendermi più cara ed amante del mio sommo bene.  Ma carnefici io non ne veggo, dunque chi è il mio carnefice, che non solo nell’esterno del corpo, ma anche nelle parti più intime, fino nel fondo dell’anima mi lacera, mi fa a brani, tanto che il cerchio della vita mi pare che volesse crepare? Ah! il mio carnefice è proprio Gesù benedetto!” In questo mentre, quasi dentro d’un lampo mi ha detto:

(2) “Figlia mia, troppo onore per te essere Io tuo carnefice.  Io non faccio altro che come uno sposo, che dovendo sposare la sua sposa e farla uscire in pubblico, per farle fare una bella comparsa, e per farla degna di sé, non si fida di nessuno, neppure della sua stessa sposa, ma lui stesso la vuole lavare, pettinare, vestirla, ornarla con le gemme, coi brillanti, questo è un onore grande per una sposa, molto più che non avrà nessun pensiero: “Piacerò io al mio sposo o no? Gradirà egli come sono ornata o mi riprenderà come stolta, non avendo saputo indovinare il modo come meglio piacergli? Così faccio Io con le mie spose dilette, è tanto l’amore che le porto che non mi fido di nessuno; sono costretto a farle anche da carnefice, ma carnefice amoroso.  Ed ora le faccio una lavata, or una pettinata, ora a vestirla un po’ più bella, ora ad ingemmarla, ma non con le gemme che caccia la terra, che è cosa tutta superficiale, ma con le gemme che faccio uscire dal fondo dell’anima, dalle parti più intime, che si formano col tocco delle mie dita che crea il dolore, e dal dolore escono le gemme; converte la volontà in oro e questa volontà convertita in oro dalle mie stesse mani, ne manderà fuori di tutti i colori, e le corone più belle, e le vesti più magnifiche, e i fiori più odorosi e le musiche più gradite; ed Io, con le mie stesse mani, come le faccio produrre così le andrò tutte assestando per ornarla sempre di più.  Tutto ciò passa con le anime sofferenti, quindi non ho Io ragione di dirti: Troppo onore per te?”

 

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9-3

Maggio 5, 1909

 

Le sofferenze imprimono la Santità di Gesù nell’anima.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena il mio benigno Gesù si è fatto sentire con la sua dolce parola dicendomi:

(2) “Figlia mia, le mortificazioni, miserie, privazioni, dolori, croci, non servono ad altro, che a chi se ne serve a bene imprimere la mia santità nell’anima, e come se si andasse abbellendo di tutte le varietà dei colori divini.  Di più non sono altro che tanti profumi di Cielo, di cui l’anima ne resta tutta profumata”.

 

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9-4

Maggio 8, 1909

 

Chi molto parla è vuoto di Dio.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena il mio amabile Gesù si è fatto vedere e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi molto parla è segno che è vuoto nel suo interno, mentre chi è pieno di Dio, trovando più gusto nel suo interno non vuol perdere quel gusto, ci stenta a parlare e solo per necessità parla, ed anche parlando non si parte mai dal suo interno, e cerca per quanto è da sé, d’imprimere negli altri ciò che sente in essa.  Mentre chi molto parla, non solo è essa vuota di Dio, ma col suo molto parlare cerca di svuotare agli altri di Dio”.

 

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9-5

Maggio 16, 1909

 

Il sole è simbolo della Grazia.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, il sole è come simbolo della grazia, il quale dove trova vuoto, fosse pure una caverna, un sotterraneo, una fessura, un buco, purché vi sia vuoto, e qualunque piccola apertura per entrare, vi entra e tutto riempie di luce; né con esso diminuisce gli altri spazi di luce, e se la sua luce non illumina di più, non è ché gli manca la luce, ma piuttosto gli manca il terreno di sotto per poter diffondere di più la sua luce.  Così è la mia grazia, più che sole maestoso ravvolge tutte le creature col suo benefico influsso, ma però non vi entra se non nei cuori vuoti; per quanto vuoto trova, tanta luce vi fa penetrare dentro dei cuori.  Questi vuoti, poi, come si formano? L’umiltà è la zappa che scava e forma il vuoto; il distacco da tutto ed anche da sé stessa, è il vuoto medesimo; la finestra per farvi entrare la grazia della luce in questo vuoto è la confidenza in Dio e diffidenza di noi stessi; sicché, per quanto è confidente, altrettanto allarga la porta per farvi entrare la luce e prendervi maggiore grazia; la custode che custodisce la luce e la ingrandisce, è la pace”.

 

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9-6

Maggio 20, 1909

 

L’amore a Dio supera tutto.

 

(1) Continuando il mio solito stato, appena in un lampo di luce si è fatto vedere e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non c’è cosa che possa superare l’amore, né la dottrina né la dignità, molto meno la nobiltà.  Al più, chi se ne serve a bene di fare delle speculazioni intorno al mio Essere mi può conoscere più o meno; ma chi giunge a farmi suo proprio oggetto? L’amore.  Chi giunge a mangiarmi come si fa d’un cibo? L’amore.  Chi ama mi divora; chi mi ama, in ogni particella del suo essere trova immedesimato il mio Essere.  Passa differenza tra chi mi ama davvero e gli altri di qualunque condizione o qualità siano, tra chi conosce un oggetto prezioso, lo apprezza, lo stima, ma non è cosa sua, e tra chi possiede quell’oggetto prezioso come suo proprio.  Chi è più fortunato tra questi, chi lo conosce o chi lo possiede? Certo chi lo possiede.  Sicché supplisce per la dottrina e la supera; supplisce alla dignità e supera tutte le dignità, dandole la dignità divina; supplisce per tutto e supera tutto”.

 

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9-7

Maggio 22, 1909

 

Le dolce note d’amore.

 

(1) Questa mattina, avendo fatto la comunione, il benedetto Gesù non è venuto, e dopo di essere stata molto tempo ad aspettare, tra la veglia ed il sonno, vedendo che passava l’ora e Gesù non ci veniva, volevo uscire dal mio sonno, ed insieme ci volevo stare, per lo strazio che sentivo al cuore per non averlo visto; mi sentivo come un bambino che volendo dormire, e venendo risvegliato per forza prende dei picci e piange, ma nel mio piccio, mentre mi sforzavo a svegliarmi, dicevo nel mio interno: “Che amara separazione! Mi sento senza vita, eppure vivo, ma la vita è più dura della morte, ma però, sia per amor tuo la tua stessa privazione, per amor tuo l’amarezza che sento, per amor tuo il mio cuore straziato, per amor tuo la vita che non sento eppure vivo, ma per fare che ti sia più accetto, unisco questo mio patire nell’intensità del tuo amore, e ti offro col mio il tuo medesimo amore”.  Ma mentre ciò dicevo, si è mosso nel mio interno e mi ha detto:

(2) “Com’è dolce e dilettevole al mio udito la nota dell’amore, dì, dì un’altra volta, ripetila ancora, ricrea il mio udito con queste note d’amore così armoniose, che mi scendono fin nel cuore e tutto mi raddolciscono”.

(3) Eppure, chi lo crederebbe? Ho vergogna a dirlo.  Nel mio piccio ho risposto: “Non voglio dirlo, Voi vi raddolcite, ed io mi amareggio di più”.  Il mio dolce Gesù ha fatto silenzio, come se si dispiacesse della mia risposta; e non appena mi sono svegliata ho ripetuto molte volte le mie note d’amore, però non si è fatto più sentire né vedere per tutto il giorno.

 

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9-8

Maggio 25, 1909

 

Gesù confonde l’anima d’amore.

 

(1) Continuando il mio solito stato, il benedetto Gesù non ci veniva, però tutto il giorno mi sentivo come uno sopra di me, che non mi faceva perdere un minuto di tempo, ma mi teneva sempre in continua preghiera.  Un pensiero voleva distrarmi col dirmi: “Quando il Signore non viene, tu preghi di più, stai più attenta, e con ciò tu dai campo a non farlo venire, perché il Signore dirà: Una volta che si porta meglio quando non ci vado, meglio che la privi di Me”.  Io non potendo perdere tempo ad ascoltare ciò che diceva il pensiero, per chiudergli la porta in faccia ho detto: “Quanto più Lui non viene, io più lo confonderò d’amore, io non voglio dargli occasione, questo posso e questo voglio fare, e Lui è il padrone di fare ciò che vuole”.  E senza pensarci allo sproposito che mi aveva detto il pensiero, ho seguitato ciò che dovevo fare.  La sera però io neppure mi ricordavo di ciò, il benedetto Gesù è venuto, e quasi sorridendomi mi ha detto:

(2) “Brava, brava alla mia amante che vuol confondermi d’amore, ma però ti dico: Mai mi confonderai, e se qualche volta pare che mi confonda d’amore, sono Io che ti do la libertà di farlo, perché l’unico sollievo e la cosa che più godo da parte delle creature è l’amore.  Difatti ero Io che ti sollecitavo a pregare, che pregavo con te, che non ti davo posa, sicché invece di confondermi Io ti confondevo d’amore, e siccome tu ti sentivi tutta ripiena d’amore e ne restavi confusa, vedendo che tanto versava in te il mio amore, credevi di confondere Me col tuo amore; però ti dico, purché tu cerchi d’amarmi di più, godo di questi tuoi sbagli e ne formo uno scherzo tra Me e te”.

 

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9-9

Luglio 14, 1909

 

Solo Dio può infondere pace nell’anima.

 

(1) Me la sono passata amarissima con la privazione del benedetto Gesù; al più, ad ombra ed a lampo si fa vedere, e qualche volta anche i lampi pareva che fuggivano via.  La mia mente era funestata dal pensiero: Come crudelmente mi ha lasciato, Gesù è tanto buono, ah! forse non era Lui che ci veniva, la sua bontà non me lo avrebbe fatto.  Chi sa che non sia stato il demonio o la mia fantasia, oppure sogni, ma nella parte intima l’anima non ne voleva sapere di questo, voleva starsene in pace, e pareva che si seccasse di tutto, si addentrava sempre più nella Volontà di Dio, si nascondeva in Essa, pigliando un sonno profondo nel suo Santo Volere, e non c’è via di mezzo che si desta.  Pare che il buon Gesù la chiude tanto nel suo Volere, che neppure la porta vi fa trovare per poter picchiare e farla sentire che Gesù la ha lasciato, ed essa dorme e se ne sta in pace.  La mente, non vedendosi in niente risposta dice tra sé: “Io sola mi devo prendere bile? Anch’io voglio quietarmi e fare la Volontà di Dio, venga, che venga purché faccia la sua Santa Volontà”.  Questo è il mio stato presente.

(2) Ora, questa mattina, pensando a ciò che ho detto di sopra, il buon Gesù mi ha detto:

(3) “Figlia mia, se fossero fantasie, sogni, demoni, non avrebbero tanta forza da farti possedere l’aureola della pace, e non per un giorno, ma per ben venticinque anni, nessuno poteva farti spirare quell’aura di pace soave dentro e fuori di te, solo Colui che è tutto pace, e che se alito di turbazione potesse sorprenderlo, cesserebbe d’essere Dio, resterebbe offuscata la sua Maestà, impiccolita la sua grandezza, debole la sua potenza, insomma, tutto l’Essere Divino avrebbe ricevuto una scossa.  Colui che ti possiede e che tu possiedi, ti sta sopra, ti vigila continuamente d’ogni alito di disturbo, ricordati che in tutte le mie venute sempre ti ho corretto se c’era in te alito di turbazione, e di nessun’altra cosa mi sono tanto dispiaciuto, che se non ti vedesse in pace; ed allora ti sono scomparso, quando ti ho tutta rappacificata.  La fantasia, il sogno, molto meno il demonio, non hanno questa virtù, e molto meno la possono dare agli altri, perciò quietati e non mi sia ingrata”.

 

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9-10

Luglio 24, 1909

 

Tutto ciò che l’anima fa per amor di Dio, entra

in Lui e si trasforma nelle sue stesse opere.

 

(1) Stavo pensando alla miseria del mio stato presente, e dicevo tra me: “Come tutto è finito per me, come tutto ha dimenticato il mio buon Gesù, non più si ricorda dei miei stenti, delle sofferenze che in tanti anni di letto ho passato per amor suo”.  E quindi la mente andava riandando qualche specialità di sofferenza e più grave che ho passato, in questo mentre il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, tutto ciò che è fatto per amor mio, entra in Me e si trasforma nelle stesse mie opere, e siccome le mie opere stanno a benefizio di tutti, cioè, dei viandanti, delle purganti e dei trionfanti, così tutto ciò che tu hai fatto e sofferto per Me, sta in Me e fanno il loro uffizio a bene di tutti, come le mie.  Vorresti tu ritirartele in te?”

(3) Io ho risposto: “Non mai, o Signore”.  Ma con tutto ciò seguivo a ripensare, stando un po’ distratta dal mio solito operato interno, ed il buon Gesù ha ripetuto:

(4) “Non vuoi finirla tu? Te la faccio finire Io.

(5) E si è messo nel mio interno a pregare a voce alta e a dire tutto ciò che dovevo dire io.  Vedendo ciò sono restata confusa ed ho seguito il buon Gesù; e quando ha visto che io non ho dato più retta a niente, allora ha fatto silenzio, ed io sono rimasta sola a fare ciò che sono solita di fare.

 

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9-11

Luglio 27, 1909

 

L’anima è il giuoco di Gesù nella terra.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, pensavo tra me: “Che me ne faccio? Non servo più a nulla, Lui non viene ed io sono rimasta un oggetto inutile, perché senza di Lui non valgo niente, non soffro niente; quindi a che più tenermi su questa terra?” E Lui, quando appena ha fatto un lampo e mi ha detto:

(2) “Figlia ma, ti tengo per giuoco, ed i giuochi non sempre si tengono nelle mani; molte volte, anche per mesi e mesi non si toccano, ma con tutto ciò, quando il padrone di quel giuoco lo vuole, non cessa di formare il suo divertimento.  Vuoi tu forse che neppure un giuoco tenessi Io sulla terra? Fammi trastullare teco a mio piacere sulla terra, ed Io in contraccambio ti farò trastullare meco nel Cielo”.

 

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9-12

Luglio 29, 1909

 

La pace è virtù Divina.

 

(1) Continuando il mio solito stato dicevo tra me: “Perché il Signore vuole assolutamente che nessun alito di turbazione entri in me, e che in tutte le cose mi tenga sempre in pace? Pare che nessuna cosa gli piace, fossero anche opere grandi, virtù eroiche, sofferenze atroci, pare che Lui fiuta nell’anima, e con tutte queste, se non ha pace, resta nauseato e scontento dell’anima”.  In questo mentre si è fatto sentire, e con voce dignitosa ed imponente, rispondendo al mio perché mi ha detto:

(2) “Perché la pace è virtù divina, e le altre virtù sono umane; sicché, qualunque virtù se non sono coronate dalla pace, non si possono chiamare virtù, ma vizi.  Ecco perciò mi sta tanto a cuore la pace, perché la pace è il segno più certo che si soffre e si opera per Me, ed è il retaggio che do ai miei figli, della pace eterna che godranno con Me nel Cielo”.

 

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9-13

Agosto 2, 1909

 

L’anima: Giuoco d’oro e brillanti.

 

(1) Stavo pensando a ciò che ho scritto il 27 del mese passato, e dicevo tra me: “Credevo che fossi qualche cosa nelle mani del Signore, eppure non sono altro che un giuoco! Che oggetto vilissimo sono io.  I giuochi possono essere di creta, di terra, di carta, di molle elastico, che basta che cadano a terra o un minino inconveniente per rompersi, e non servendo più al giuoco, si gettano.  Oh! mio bene, come mi sento oppressa pensando che un giorno o l’altro mi potrai gettare”.  Ed il buon Gesù si è fatto sentire e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non ti opprimere, quando i giuochi sono di materia vile e si rompono, si gettano, ma se fossero di oro o di brillanti, o di altra materia preziosa, si fanno aggiustare e servono sempre a formare il gioco di chi ha il bene d possederli.  Tale sei tu per Me, un giuoco di brillanti e d’oro purissimo, per avere in te la mia Immagine e per avere sborsato il prezzo del mio sangue per farne acquisto, e sei fregiata con la somiglianza delle mie sofferenze.  Quindi non sei un oggetto vile, che posso gettarti, ma mi costa molto caro, puoi star tranquilla, che non c’è pericolo che possa gettarti”.

 

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9-14

Ottobre 1, 1909

 

Gesù numera, pesa e misura tutto nell’anima, affinché

niente venga disperso e di tutto venga ricompensata.

 

(1) Trovandomi molto afflitta per il povero mio stato, mi sentivo nauseante a me stessa, ed abominevole presso Dio.  Mi sentivo che il Signore mi avesse lasciato a metà del cammino, e senza di Lui non ci posso andare più avanti, mi sento che non più vuol servirsi di me per risparmiare il mondo dai castighi, e quindi ha allontanato da me croci, spine, ha rotto tutta la partecipazione della Passione, comunicazioni; solo quello che veggo è che sta all’erta di farmi stare in pace.  Mio Dio, che pena, se Tu stesso non mi tenessi distratta da queste mie perdite di croci, di Te, e tutto, io ne morrei di dolore.  Ah! se non fosse per il tuo Santo Volere, in qual mare di mali vi sarei caduta! Ah! tienimi sempre nel tuo Santo Volere, e ciò mi basta.

(2) Ora, trovandomi nel solito mio stato, piangevo e dicevo tra me: “Il buon Gesù non ha fatto nessun conto di me, né degli anni di letto, né dei sacrifici, di niente, altrimenti non mi avrebbe lasciato, e piangevo, piangevo.  In questo mentre, me lo sono sentito muovere nel mio interno, ed ho perduto i sensi, ed anche fuori di me continuavo a piangere.  Ed allora, come se si avesse aperto una porta nel mio interno, ed ho visto Gesù.  Io mi sentivo corrucciata e non gli dicevo niente, solo piangevo.  Gesù mi ha detto:

(3) “Chetati, chetati, non piangere, se tu piangi Io mi sento toccare il cuore e vengo meno d’amore per te.  Vuoi tu accrescere le mie pene per cagione dell’amor tuo?”

(4) Poi ha soggiunto, prendendo un’aria maestosa e come sedendosi nel mio cuore sopra d’un trono, pareva che teneva una penna in mano e scriveva, ed a me rivolto mi ha detto:

(5) “Vedi se non tengo conto delle cose tue, non solo degli anni di letto, di sacrifici, ma anche dei pensieri che fai per Me; scrivo i tuoi affetti, i tuoi desideri, tutto, tutto, ed anche quello che vorresti fare, vorresti soffrire, e perché Io non te lo concedo, tu non fai.  Tutto numero, peso e misuro, affinché niente venga disperso e di tutto venga ricompensata; e come scrivo, così le conservo nel mio proprio cuore”.

(6) Poi, non si dire come, mentre prima stavo nel mio interno, poi io mi trovavo in Gesù; pareva che la testa di Gesù stesse al posto della mia testa, e tutte le mie membra gli servivano di corpo; ed ha ripetuto:

(7) “Vedi come ti tengo, come membra del mio stesso corpo”.

(8) Ed è scomparso.  Dopo poco, essendo ritornato Gesù ed io continuando a starmene afflitta, e di tanto in tanto erompevo in pianto, mi ha detto:

(9) “Figlia mia, coraggio, non ti ho lasciato, piuttosto mi sto nascosto, perché se mi facessi vedere come prima, tu mi legheresti dappertutto, ed Io non potrei in niente castigare il mondo.  Né ti ho lasciato a mezzo cammino; non ti ricordi quali sono questi anni dello scorcio del tuo vivere? Sono gli anni voluti dal tuo confessore, non ti ricordi che non una volta, ma per ben quattro o cinque volte ti sei trovata a lottare con Me, Io che ti volevo portare, e tu dicevi, l’ubbidienza non voleva, e mentre Io ti avevo preparato per poterti portare con Me, ero costretto a lasciarti di nuovo.  Vedi ora le conseguenze che ne porti, sono anni di sosta e di pazienza; la carità e l’ubbidienza hanno le loro spine, che fanno larghe ferite e fanno sanguinare il cuore, ma fanno sbocciare le rose più rubiconde, odorose e belle; perché vedendo nel tuo confessore il frutto del suo buon volere e la carità e il timore che il mondo potesse essere castigato, per ciò, vi ho concorso in qualche modo; ma se Io non avessi trovato nessuno che mi avesse pregato ed interposto, di certo non saresti stata qui.  Ma via, coraggio, non sarà poi tanto lungo l’esilio, e ti prometto che verrà un giorno che più non mi farò vincere da nessuno”.

(10) Chi può dire in quali amarezze io nuoto, confortata, sì, ma amareggiata fino nelle midolla delle ossa, e non posso ricordarmi di ciò senza piangere, tanto, che nel dirlo al confessore, tanta era la foga delle lacrime che pareva che m’inquietassi con lui, e veramente gli ho detto: “Voi siete stato la causa dei miei mali”.

 

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9-15

Ottobre 4, 1909

 

Il pensiero di sé stesso si deve smettere per far lo che fa Gesù.

 

(1) Continuando il mio stato d’afflizione e di perdita del mio benedetto Gesù, stavo secondo il mio solito tutta occupata nel mio interno nelle ore della Passione; giusto quell’ora che parlo era l’ora in cui Gesù si caricava del pesante legno della croce.  Tutto il mondo era a me presente: Presente, passato e futuro, tutta la mia fantasia pareva che vedesse tutte le colpe di tutte le generazioni, che pressavano e quasi schiacciavano il benigno Gesù, sicché la croce non era altro che fuscello di paglia, ombra di peso a confronto di tutti i peccati, ed io che cercavo di stringermi presso Gesù e dicevo: “Vedi mia vita, mio bene, mi sto io per tutti loro: Vedi quante onde di bestemmie? Io a per ripararti vi benedico per tutti; quante onde di amarezze, di odi, di disprezzi, d’ingratitudini, di pochissimo amore? Ed io voglio raddolcirvi per tutti, amarvi per tutti, ringraziarvi, adorarvi, onorarvi per tutti; ma le mie riparazioni sono fredde, meschine, finite; Tu che sei l’offeso sei Infinito, quindi anche le mie riparazioni, il mio amore, voglio farlo infinito, e per farlo infinito, immenso, interminabile, mi unisco con Te, con la tua stessa Divinità, anzi, insieme al Padre e con lo Spirito Santo, e vi benedico con le vostre benedizioni, vi amo col vostro amore, vi raddolcisco con le vostre stesse dolcezze, vi onoro, vi adoro, come fate tra le Divine Persone”.  Ma chi può dire tutte le sciocchezze che dicevo? Non la finirei mai se volessi dire tutto.  Quando mi trovo nelle ore della Passione, mi sento che insieme con Gesù, io pure abbracciassi l’immensità del suo operato, e per tutti e per ciascuno glorifico Iddio, riparo, impetro per tutti, e quindi il dirlo tutto mi riesce difficile.  Onde, mentre ciò facevo, il pensiero mi ha detto: “Pensi ai peccati degli altri, e i tuoi? Pensa a te, ripara per te”.  Quindi ho cercato di pensare ai miei mali, alle mie grandi miserie, alle privazioni di Gesù, causa i miei peccati, e distraendomi dalle cose solite del mio interno, piangevo la mia grande sventura.  In questo mentre, il mio sempre amabile Gesù si è mosso nel mio interno, e con voce sensibile mi ha detto:

(2) “Vuoi tu arbitrarti? L’operato del tuo interno non è tuo, ma mio, tu non fai altro che seguirmi, il resto faccio tutto da Me.  Il pensiero di te stessa lo devi smettere, non devi fare altro che ciò che voglio Io, ed Io ci penserò ai mali e beni tuoi.  Chi può farti più bene, tu o Io?”

(3) E mostrava di dispiacersi.  Onde mi sono messa a seguirlo, ma poco dopo, giunta ad un altro punto del viaggio del calvario, in cui più che mai m’internavo nelle diverse intenzioni di Gesù, il pensiero mi ha detto: “Non solo devi smettere il pensiero di santificarti, ma anche di salvarti, non vedi che per te non sei buona a nulla? Che ti gioverà il fare per gli altri?” Io, rivoltami a Gesù gli ho detto: “Gesù mio, non c’è il tuo sangue per me, le tue pene, la tua croce? Sono stata tanto cattiva che avendole con le mie colpe calpestato sotto dei miei piedi, Tu forse l’hai esaurito per me, ma deh! perdonami, e se non vuoi perdonarmi, lasciami il tuo Volere e sono contenta, la tua Volontà è tutto per me; sono rimasta sola senza di Te, e Tu solo puoi conoscere la perdita che ho fatto, non ho nessuno, le creature senza di Te mi annoiano, mi sento in questo carcere del mio corpo come schiava in catene; almeno per pietà, non togliermi il tuo Santo Volere”.  Onde, mentre ciò pensavo, mi sono di nuovo distratta dal mio interno, e Gesù di nuovo mi ha fatto sentire la sua voce più forte ed imponente, che diceva:

(4) “Non vuoi finirla? Vuoi tu guastare l’opera mia in te?”

(5) Non so, come se avesse messo silenzio alla mia mente, ho cercato di seguirlo e di farla finita.

 

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9-16

Ottobre 6, 1909

 

Le virtù del vero amore sono:  Tutto

purificare, di tutto trionfare e a tutto arrivare.

 

(1) Avendo fatto la comunione, è venuto un pochino il mio sempre amabile Gesù, e avendo avuto una contesa col confessore sulla natura del vero amore, io volevo domandare a Gesù se io avevo ragione o torto, e Lui mi ha detto:

(2) “Figlia mia, è proprio così, come tu dicevi, che il vero amore facilita tutto, esclude ogni timore, ogni dubbio, e tutta la sua arte è d’impossessarsi della persona amata, e quando l’ha fatto sua, l’amore stesso le somministra i mezzi come conservare l’oggetto acquistato.  Or, che timore, che dubbio può avere l’anima d’una cosa sua? Che cosa non spera? Anzi, quando è giunta a prenderne il possesso, l’amore si fa ardimentoso e giunge fino a pretendere gli eccessi e fino all’incredibile, non più c’è tuo e mio, l’amore vero può dire: “Tuo sono io, e mio sei tu, sicché possiamo disporre insieme, felicitarci insieme, godercela insieme”.  Se ti ho acquistato voglio servirmene come mi piace.  E come l’anima in questo stato di vero amore può andare pescando difetti, miserie, debolezze, se l’oggetto acquistato tutto le ha condonato, di tutto l’arricchisce, e l’oggetto che possiede la va purificando continuamente? Queste sono le virtù del vero amore: Tutto purificare, di tutto trionfare, e a tutto arrivare.  Difatti, che amore ci potrebbe essere per una persona che si teme, che si dubita, che non si spera tutto? L’amore ci perderebbe il più bello delle sue qualità, è vero che anche nei santi si vede questo, questo dice che nei santi l’amore può essere imperfetto e può avere la sua varietà, secondo gli stati in cui si trovano.  In te la cosa è ben diversa, dovendo essere tu con Me in Cielo, ed avendolo sacrificato per amore dell’ubbidienza e del prossimo, l’amore è restato in te confermato, la volontà confermata a non offendermi, sicché la tua vita è come una vita che è già passata, perciò non avverti il fardello delle miserie umane.  Onde statti bene attenta a ciò che a te conviene, e ad amarmi fino all’infinito Amore”.

 

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9-17

Ottobre 7, 1909

 

Cautela e gelosia di Gesù: Il circondare

alle creature di spine l’anima ed il corpo.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, è tale e tanta la gelosia, la cautela che ho delle mie creature, che per non farle guastare sono costretto a circondarle di spine l’anima ed il corpo, affinché le spine tengano allontanato il fango che potrebbe imbrattarle.  Ecco perciò figlia mia che anche i miei più grandi favori con cui favorisco le anime a Me care le circondo di spine, cioè di amarezze, di privazioni, di stato d’animo, affinché queste spine non solo me le custodiscano, ma non me le facciano imbrattare dal fango dell’amor proprio e di altro”.

(3) Ed è scomparso.

 

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9-18

Ottobre 14, 1909

 

Prove che è Gesù chi va a Luisa.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi pareva di trovarmi in braccia il bambino; e da uno se ne sono fatti tre, ed io mi sentivo tutta immersa in loro.  Or la mattina venendo il confessore, mi ha domandato se Gesù fosse venuto, ed io gli ho detto come sopra ho scritto, senza aggiungere altro.  Il confessore mi ha detto:

(2) “Niente ti hanno detto? Niente hai compreso?”

(3) Ed io: “Non so dire bene”.  E continuava a dirmi:

(4) “Ed è stata tutta la Trinità, e non sai dir niente? Sei diventata più stupida, si vede che sono sogni”.

(5) Ed io: “Sì, è vero che sono sogni”.   Ha seguitato a dire altro, e mentre il confessore diceva, io mi sono sentita stringere forte, forte dalle braccia di Gesù, tanto da perdere i sensi, e Gesù che mi diceva:

(6) “Chi è che vuole molestare la figlia mia?”

(7) Ed io: “Il padre ha ragione, perché io non so dire niente, non hanno nessun segno che sei Gesù Cristo che vieni da me”.  E Gesù ha continuato a dirmi:

(8) “Io faccio a te come farebbe il mare ad una persona che andasse a tuffarsi nel profondo del mare.  Io ti tuffo tutta nel mio Essere, in modo che tutti i tuoi sensi ne restano inondati; in modo che vuoi dire della mia immensità, profondità ed altezza, e puoi dire che era tanta che la vista si è sperduta; se vuoi dire delle mie delizie, delle mie qualità, puoi dire che sono tali e tante che facevi per aprire la bocca per numerarle, e ne restavi affogata, e così di tutto il resto.  E poi, come nessun segno ho dato che fossi Io? Falso.  Chi ti ha mantenuto ventidue anni di letto, senza romperti, e con piena calma e pazienza? E’ stata forse virtù loro, o virtù mia? E le prove che fecero i primi anni di questo tuo stato, o farti stare immobile per 10, per 7, per 18 giorni senza prendere niente dei necessari alimenti, erano forse loro che ti mantenevano o Io?”

(9) Poi, avendomi chiamato il padre, sono ritornata in me stessa.  Onde avendo il confessore celebrato la Santa Messa, ho fatto la comunione, e dopo è ritornato Gesù; ed io mi sono lamentata con Gesù ché non ci veniva come prima, che il suo tanto amore che mi voleva, mi pareva convertito in freddezza, è vero che lamentandomi Teco mi adduci sempre scuse, che è ché vuoi castigare e perciò non vieni, ma io non ci credo, chi sa che male ci sta nell’anima mia e perciò non vieni, almeno dimmelo, che a qualunque costo, anche a metterci la vita, lo toglierò; ma senza di Te non posso starci, pensa come vuoi, così non posso andare avanti, o con Te in terra, o con Te in Cielo”.  E Gesù benedetto, spezzando il mio dire mi ha detto:

(10) “Chetati, chetati, non sto da te lontano, ma sto sempre con te; non mi vedi sempre, ma sempre sto con te, anzi ci sto nel più intimo del tuo cuore per riposarmi, e come tu mi cerchi e con pazienza tolleri le mie privazioni, così mi circondi di fiori per alleviarmi e farmi riposare più pacifico”.

(11) E mentre ciò diceva, pareva che intorno a Gesù erano tante le varietà dei fiori che quasi lo nascondevano.  Poi ha soggiunto:

(12) “Tu non ci credi che è per castigare il mondo che ti tengo priva di Me; eppure è così.  Quando meno ti credi sentirai cose che succederanno”.

(13) E mentre ciò diceva, mi faceva vedere nel mondo guerre, rivoluzioni contro la Chiesa, chiese incendiate, e quasi imminente.

 

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9-19

Novembre 2, 1909

 

Non guardare il passato ma il presente.

 

(1) Continuando il mio solito stato, stavo pensando alle mie cose passate, e il benedetto Gesù facendosi vedere appena mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non guardare il passato, perché il passato già sta in Me e ti può essere di distrazione, e ti può fare sbagliare quel poco di via che ti rimane da fare, perché quel rivolgerti al passato ti fa rallentare il passo per il presente cammino, e quindi ci perdi tempo e non prendi via.  Ma invece guardando solo al presente terrai più coraggio, ti starai più stretta con Me, e prenderai più via e non passerai pericolo di sbagliare”.

 

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9-20

Novembre 4, 1909

 

Con la sua beatitudine Iddio rende beato

tutto il Cielo, perché tutto è armonia in Lui.

 

(1) Avendo fatto la comunione stavo dicendo al mio adorabile Gesù: “Già sono stretta con Te, anzi immedesimata; se siamo già una cosa sola, io ti lascio il mio essere in Te e vi prendo il tuo.  Quindi vi lascio la mia mente e prendo la tua; vi lascio i miei occhi, la mia bocca, il mio cuore, le mie mani, i miei passi”.  Oh!, quanto sarò felice d’ora in poi! Penserò con la tua mente, guarderò coi tuoi occhi, parlerò con la tua bocca, ti amerò col tuo cuore, opererò con le tue mani, camminerò coi tuoi piedi, e se qualche cosa mi verrà, dirò: “Il mio essere l’ho lasciato in Gesù ed ho preso il suo, andate da Gesù che vi risponderà per me”.  Oh! come mi sento beata.  Ah! sì, anche la tua beatitudine vi prendo, non è vero Gesù? Ma mia vita e tutto il mio bene, Tu con la tua beatitudine rendi beato tutto il Cielo, ed io prendendo la tua beatitudine non rendo beato nessuno”.  E Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, anche tu puoi, col prendere tutto il mio Essere ed insieme la mia beatitudine, rendere beati gli altri.  Perché il mio Essere ha la virtù di beatificare? Perché tutto è armonia in Me, una virtù armonizza con l’altra: La giustizia con la misericordia, la santità con la bellezza, la sapienza con la fortezza, l’immensità con la profondità ed altezza, e così di tutto il resto, tutto è armonia in Me, niente è discordante; queste armonie rendono beato Me stesso e beatifico tutti quelli che a Me si avvicinano.  Onde tu col prendere il mio Essere, sta attenta che tutte le virtù armonizzino tra loro, e questa armonia comunicherà la beatitudine a chiunque a te s’avvicina, perché vedendo in te bontà, dolcezza, pazienza, carità, uguaglianza in tutto, si sentiranno beati stando a te vicini”.

 

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9-21

Novembre 6, 1909

 

La privazione di Gesù purifica e consuma l’anima.

 

(1) Stavo lamentandomi con Gesù delle sue privazioni, e facendosi vedere appena mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la croce unisce sempre più con Me.  Queste privazioni che tu soffri ti fanno sorvolare sopra di te stessa, perché non trovando in te Colui che ami, ti viene a noia la vita, le cose che ti circondano tutte t’infastidiscono, non hai dove poggiarti; Colui nel quale tu solo poggiavi, pare che in te ti manca, e quindi l’anima sorvola, sorvola fino a purgarsi di tutto, fino a consumarsi, ed in queste consumazioni il tuo Gesù ti darà l’ultimo bacio e ti troverai in Cielo.  Non ne sei tu contenta?”

 

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9-22

Novembre 9, 1909

 

Divertimento di Gesù col operare dell’anima insieme con Lui.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, mi pareva di vedere Nostro Signore che stendeva le sue braccia dentro di me, e con le sue mani pareva come se si facesse una sonatina stando dentro di me con un organo, e Gesù si divertiva col suonare.  Io Gli ho detto: “Oh! come vi divertite bene”.  E Gesù:

(2) “Sì che mi diverto.  Devi sapere che avendo tu fatto le cose insieme con Me, cioè, avendomi amato col mio amore, adorato con le mie adorazioni, riparato con le mie stesse riparazioni, e così di tutto il resto, quindi in te le cose sono immense come le mie, e questa unione d’operare ha formato quest’organo; ma però ogniqualvolta tu soffri qualche cosa di più, vi aggiungi un altro tasto, ed Io subito ci vengo a fare la mia sonatina per vedere che suono fa questo altro tasto, e vi prendo un divertimento di più, perciò quanto più soffri, tanto più d’armonia vi accresci al mio organo, ed Io più mi diverto”.

 

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9-23

Novembre 16, 1909

 

Il peccato è l’unico disordine nell’anima.

 

(1) Dopo avere passato giorni amari di privazione, avendo fatto la comunione mi lamentavo con Gesù benedetto dicendogli: “Pare proprio che mi vuoi lasciare del tutto, ma dimmi almeno, vuoi che esca da questo stato? Chi sa che disordine c’è in me che ti sei allontanato, dimmelo, che di cuore ve lo prometto, sarò più buona”.

(2) E Gesù: “Figlia mia, non ti allarmare, quando ti faccio perdere i sensi stattene pacifica, quando no, stattene più pacifica, senza perderci tempo, e come ti succede prendi tutto dalle mani mie; non posso sospendere qualche giorno? In quanto al disordine te l’avrei detto; e sai chi mette il disordine nell’anima? Solo il peccato, anche minimo, oh! come la deforma, la scolorisce, la debilita, ma gli stati di animo, le privazioni, non le recano nessun nocumento.  Perciò statti attenta a non offendermi anche minimamente, e non aver timore di disordine nell’anima tua”.

(3) Ed io: “Ma Signore, qualche cosa ci deve essere di male in me; prima non facevi altro che un va e vieni, ed in queste venute, partecipazione di croci, di chiodi, di spine; ma quando la natura si era tanto assuefatta, da renderseli connaturali, tanto che le era più facile il patire che il non patire, vi ritirate; come è possibile che non ci deva essere qualche cosa di grave?” E Gesù benignamente mi ha detto:

(4) “Senti figlia mia, Io dovevo disporre l’anima tua per farti giungere a questo di felicitarti il patire e farvi il mio lavoro, e quindi dovevo provarti, sorprenderti, caricarti di sofferenze, per fare che la tua natura risorgesse a vita novella; onde questo lavoro l’ho fatto, essendo rimasta in te permanente, quando più, quando meno la partecipazione delle mie pene.  Ora avendo fatto questo lavoro, me lo sto godendo; non vuoi tu che mi riposi? Senti, non voler tu pensarci, lascia fare a Gesù che ti vuole tanto bene, ed Io so quando è necessario il mio lavorio in te, e quando devo riposarmi dal mio lavoro”.

 

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9-24

Novembre 20, 1909

 

Vedute umane e divine della croce.

 

(1) Stando nel mio solito stato, quando appena è venuto il mio dolce Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, chi prende la croce secondo le vedute umane la trova infangata, e quindi più pesante e amara; invece chi prende la croce secondo le vedute divine la trova piena di luce, leggiera e dolce, perché le vedute umane sono prive di grazia, di forza e di luce, e quindi sente la baldanza di dire: “Perché quello mi ha fatto quel torto? Perché questo mi ha recato questo dispiacere, questa calunnia?” E l’anima si riempie di sdegno, di ira, di vendetta, e quindi la croce s’infanga, s’ottenebra e diventa pesante ed amara.  Invece le vedute divine sono piene di grazie, di forza e di luce, e quindi non si sente la baldanza di dire: “Signore perché mi hai fatto questo?” Anzi si umilia, si rassegna, e la croce si fa leggera e le porta luce e dolcezza”.

 

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9-25

Novembre 25, 1909

 

Tanto in Gesù come nelle anime, il primo lavorio lo fa l’amore.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando all’agonia di Gesù nell’orto; e facendosi vedere appena il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, gli uomini non fecero altro che lavorare la scorza della mia Umanità, e l’amore eterno mi lavorò tutto il di dentro, sicché nella mia agonia, non gli uomini, ma l’amore eterno, l’amore immenso, l’amore incalcolabile, l’amore nascosto mi aprì larghe ferite, mi trafisse con chiodi infuocati, mi coronò con spine ardenti, mi abbeverò con fiele bollente; sicché la mia povera Umanità, non potendo contenere tante specie di martiri in un medesimo tempo, sboccò fuori larghi rivi di sangue, si contorceva e giunse a dire: “Padre, se è possibile togliete da Me questo calice, però non la mia, ma la tua Volontà sia fatta”.  Ciò che non fece nel resto della Passione.  Sicché tutto ciò che soffrii nel corso della Passione, lo soffrii tutto insieme nell’agonia, ma in modo più intenso, più doloroso, più intimo, perché l’amore mi penetrò fin nelle midolla delle ossa e nelle fibre più intime del cuore, dove mai potevano giungere le creature, ma l’amore a tutto arriva, non c’è cosa che gli possa resistere.  Onde il mio primo carnefice fu l’amore.  Perciò nel corso della Passione non ci fu in Me neppure uno sguardo bieco verso di chi mi faceva da carnefice, perché tenevo un carnefice più crudo, più attivo in Me, qual era l’amore, e dove i carnefici esterni non giungevano, o qualche particella veniva risparmiata, l’amore riprendeva il suo lavoro e in nulla mi risparmiava.  E così è in tutte le anime, il primo lavoro lo fa l’amore, e quando l’amore ha lavorato e la ha riempito di sé, quello che si vede di bene all’esterno, non è altro che lo sbocco del lavorio che l’amore ha fatto nell’interno”.

 

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9-26

Dicembre 22, 1909

 

Il perché degli stati di abbandono nelle anime sante prima di morire.

 

(1) Avendo fatto la comunione stavo lamentandomi col benedetto Gesù delle sue privazioni, e se viene è quasi sempre a lampo, oppure tutto silenzioso.  E Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, quasi in tutte le anime in cui mi sono comunicato in modo straordinario, ho permesso alla fine della vita questi stati di abbandono, e questo non solo per altri miei fini, ma anche per restare in tutta la mia condotta onorato e giustificato, perché molti dicono: “Sicuro che queste anime dovevano giungere ad un punto sì alto di santità e tanto lo hanno amato, con tanti favori, con tante grazie e carismi, dovevano essere ben ingrate per non giungere a tanto.  Se li avessimo ricevuto noi, anche noi saremmo giunti più di loro”.  Ed Io, a giustificare la mia condotta, manifesterò loro gli abbandoni, le privazioni in cui ho messo queste anime, che è un purgatorio vivente per loro, e quindi la loro fedeltà, l’eroismo delle loro virtù, e come è più facile e tollerabile soffrire la povertà senza conoscere le ricchezze, che nascere ricco, abituarsi a vivere ricco, e poi perdere le ricchezze e vivere povero; molto più che le ricchezze soprannaturali non sono come le materiali che servono al corpo, e al più si diffondono all’esterno, le soprannaturali penetrano fin nelle midolla, nelle fibre più intime, nella parte più nobile dell’intelligenza, basta dire che è più che martirio.  Io stesso mi impietosisco tanto, che quasi mi si spezza il cuore per tenerezza, e sono costretto a sentirmelo spezzare spesso spesso che non posso resistere, ed anche per dar loro forza per poter compiere la loro consumazione.  Tutti gli angeli e santi hanno l’occhio su di loro e me le vegliano per non farle soccombere, sapendo il crudo martirio che soffrono.  Figlia mia, coraggio, tu hai ragione; ma sappi che tutto è amore in Me”.

(3) E mentre ciò diceva, pareva che più si allontanava.  Io mi sentivo consumare anche la stessa natura e sciogliermi nel nulla.  Quelli germi di fortezza che mi pareva di sentire, di luce, di conoscenza, tutto si risolveva nel nulla; io mi sentivo morire, eppure vivo.  In questo mentre è ritornato, e pareva che prendendomi in braccio mi sosteneva questo mio nulla, e pareva che mi dicesse:

(4) “Vedi figlia mia, come sciogliendosi il piccolo germe della tua fortezza, il lumicino della tua luce, la piccola conoscenza che hai di Me, e tutte le altre tue piccole doti, sottentra la mia fortezza, la mia luce, la mia sapienza, la mia bellezza, e tutte le altre mie doti a riempire questo tuo nulla? Non ne sei tu contenta?”

(5) Ed io gli ho detto: “Senti Gesù, se continuerai così perderai il gusto di tenermi in terra”.  E l’ho ripetuto varie volte.  E Gesù, non volendo sentire questo mio dire mi ha risposto:

(6) “Senti figlia mia, Io non perderò mai il tuo gusto, se ti terrò in terra, terrò in terra il gusto; se ti porterò in Cielo, terrò il tuo gusto in Cielo.  Sai piuttosto chi perderà il gusto? Il tuo confessore”.

 

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9-27

Febbraio 24, 1910

 

Luisa non può manifestarsi al confessore.

 

(1) Questa mattina, nella comunione, mi lamentavo con Gesù che non so più manifestare il mio stato a chi devo; mi sento, sì, molte volte riempita di Lui, mi pare che lo tocco ovunque, ed anche toccando me stessa tocco Gesù, ma non so dirne parola, non vorrei che perdermi in Gesù, nella profondità del più stretto silenzio, e se sono costretta, oppure aizzata a dire, oh! Dio, che sforzo che devo mettere, e mi sento come una bambina che sente un sonno forte, e la vogliono destare per forza, e di conseguenza prende dei picci.  Onde dicevo a Gesù: “Di tutto mi hai privato, dei tuoi patimenti, dei tuoi favori, di farmi sentire la tua voce armoniosa, dolce e soave, non più mi riconosco come mi sono fatta; se mi fai capire qualche cosa è tanto dentro, che non trova la via per uscire fuori.  Dimmi mia vita, come devo comportarmi?” E Gesù:

(2) “Figlia mia, se tieni Me, tieni tutto, e già ti basta.  Se ti senti riempita di Me, è segno che ti tengo nella casa della mia Divinità.  Se un ricco ammettesse nella sua casa un povero, è segno che darà al povero tutto ciò che gli sarà necessario, ad onta che non gli parli sempre, che non lo carezzi, altrimenti sarebbe disonore del ricco.  E non sono Io più del ricco? Dunque quietati, e cerca di manifestare all’ubbidienza quello che puoi; il resto, lascia tutto alla mia cura”.

 

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9-28

Febbraio 26, 1910

 

Prima di morire, l’anima deve far morire tutto nel Divino Volere e nel amore.

 

(1) Continua il mio solito stato di privazione, e forse anche peggio.  Oh! Dio, che scesa che ho fatto, mai me lo potevo immaginare di dover giungere a tale termine, ma spero almeno di non uscire mai, mai dal cerchio del suo Santissimo Volere; questo è tutto per me.  Vorrei piangere il mio lacrimevole stato, e qualche volta lo faccio, ma Gesù mi rimprovera dicendomi:

(2) “Vuoi tu essere sempre bambina? Si vede che ho che fare con una bambina, non posso fidarmi di te, speravo di trovare in te l’eroismo del sacrificio per Me, ed invece trovo le lacrime d’una bambina che non vuole sacrificio”.

(3) E quindi, se piango si mostra più duro e fa qualcuna delle sue bravure, a non venire affatto per quel giorno.  Onde debbo farmi forza a distornarmi il pianto e dico a Gesù: “Tu dici che per amor mi privi di Te, ed io per amor tuo accetto la tua privazione, per amor tuo non piango”.  E se giungo a farlo si mostra un po’ più indulgente, altrimenti mi penitenza più forte di morire continuamente eppure vivere con la sua privazione.  Onde avendo passato una giornata simile, per quanto ho fatto non ho potuto frenare le lacrime.  Gesù me l’ha fatto pagare come io meritavo, ed a notte avanzata, avendone compassione, appena come se si avesse aperto una finestra di luce nella mia mente, si è fatto vedere e mi ha detto:

(4) “Non lo vuoi comprendere, che prima di morire devi morire a tutto, al patire, ai desideri, ai fervori, a tutto, e tutto deve morire nel mio Volere e nel mio amore.  Ciò che s’eterna nel Cielo è la mia Volontà e l’amore, tutte le altre virtù finiscono: Pazienza, ubbidienza, patire, desideri; solo la Volontà mia e l’amore non finiscono mai, perciò nella mia Volontà e nell’amore devi tutto anticipatamente far morire.  Tutti i miei santi, ed Io stesso non volli risparmiarmi d’essere abbandonato dal Padre, per morire in tutto nel Volere e nell’amore del Padre.  Oh! quanto avrei voluto più patire! Oh! quanto desideravo di più fare per le anime! ma tutto questo morì nella Volontà ed amore del Padre, e così hanno fatto le anime che veramente mi hanno amato, e tu non lo vuoi comprendere”.

 

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9-29

Marzo 8, 1910

 

La retta intenzione è luce all’anima.

 

(1) Questa mattina brevemente è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la retta intenzione è luce all’anima, la converte in luce e le dà il modo d’operare alla divina.  L’anima non è altro che una stanza oscura, e la retta intenzione è come sole che entra e la illumina; con questa differenza, che il sole non converte le mure in luce, e il retto operare trasforma tutto in luce”.

 

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9-30

Marzo 12, 1910

 

La Divina Volontà perfeziona l’amore, lo modifica, lo

restringe, lo ingrandisce in ciò che è più santo e perfetto.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, appena alla sfuggita è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, la mia Volontà perfeziona l’amore, lo modifica, lo restringe, lo ingrandisce in ciò che è più santo e perfetto.  L’amore delle volte vorrebbe scappare, divorare tutto; la mia Volontà padroneggia l’amore e dice: “Piano, non scappare, perché con lo scappare ti puoi far male, e col volere divorare tutto puoi sbagliare”.  L’amore per tanto è puro per quanto è uniforme al mio Volere, camminano insieme e si baciano continuamente col bacio di pace.  Altre volte, o per stato di animo o perché nelle scappate non è riuscito come esso voleva, vorrebbe restringermi e quasi neghittosamente sedersi; la mia Volontà lo sprona e gli dice: “Cammina, i veri amanti non sono pigri, non stanno oziosi”.  Solo che l’amore allora è sicuro quando è rinchiuso nel mio Volere, sicché l’amore fa apprezzare, desiderare, dà in follie, in eccessi; la mia Volontà rattempera, quieta lo stesso amore, e nutrisce di cibo più solido e divino l’anima amante.  Sicché nell’amore ci possono essere molte imperfezioni, ed anche nelle cose sante; nella mia Volontà non mai, tutto è perfetto.  Specie figlia mia, succede questo nelle anime amanti e che sono state aggraziate delle mie visite, dei miei baci e carezze, che restano in preda dell’amore quando Io le privo di Me, l’amore s’impadroneggia e le rende ansanti, spasimanti, deliranti, folli, inquiete, impazienti, sicché se non fosse per la mia Volontà che le nutrisce, le quieta, le corrobora, l’amore le ucciderebbe, sebbene l’amore non è altro che il figlio primogenito della mia Volontà, ma abbisogna d’essere sempre corretto dal mio Volere; ed Io l’amo tanto quanto amo Me stesso”.

 

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9-31

Marzo 16, 1910

 

Il cammino stretto della salvezza.

 

(1) Parlando col confessore, mi aveva detto che è difficile il salvarsi, e Gesù Cristo stesso lo ha detto: “La porta è stretta, dovete sforzarvi per entrarvi”.  Onde avendo fatto la comunione, Gesù mi ha detto:

(2) “Povero Me, come mi tengono stretto.  Dì al confessore: Dalla loro strettezza giudicano la mia.  Non mi tengono per quell’Essere grande, immenso, interminabile, potente, infinito in tutte le mie perfezioni, e che dalle strettezze posso far passare grandi turbe di gente, più che dalle stesse larghezze”.

(3) E mentre ciò diceva, mi pareva di vedere una via stretta stretta, che corrispondeva ad una porticina stretta, ma zeppa, zeppa di popoli, che contendevano tra loro a chi più potesse camminare innanzi ed entrarvi dentro.  E Gesù ha soggiunto:

(4) “Vedi figlia mia che turba grande si spinge innanzi, e fanno a gara a chi primo arriva, nella gara si fa molto affare, mentre se la via fosse larga nessuno si darebbe premura, sapendo che c’è spazio per camminare quando a loro piacesse, e dandosi il tempo può venire la morte, e non trovandosi nel cammino della via stretta, si troverebbero nello sbarco della porta larga dell’inferno.  Oh! quanto giova questa strettezza.  Anche tra voi succede questo, se si fa una festa, una funzione, se si sa che il luogo è stretto, molti si fanno premura e più sono spettatori e godono di quella festa o funzione; ma se si sa che il luogo è largo, nessuno si fa premura e pochi ne sono spettatori, perché sapendo che c’è luogo per tutti si prendono il tempo, e chi arriva alla metà, chi alla fine, e chi trova tutto finito, senza niente godere.  Così sarebbe stato se la via che cammina alla salvezza fosse larga, pochi si farebbero premura, e di pochi sarebbe stata la festa del Cielo”.

 

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9-32

Marzo 23, 1910

 

Il vivere nella Divina Volontà, è più della stessa comunione.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, e lamentandomi delle sue privazioni, appena alla sfuggita è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, ti raccomando non uscire da dentro della mia Volontà, perché la mia Volontà contiene tale potenza da essere un nuovo battesimo per l’anima, anzi più dello stesso battesimo, perché nei sacramenti c’è parte della mia Grazia, nella mia Volontà c’è tutta la pienezza; nel battesimo si toglie la macchia del peccato originale, ma rimangono le passioni, le debolezze, nella mia Volontà, distruggendo l’anima il proprio volere, distrugge le passioni, le debolezze e tutto ciò che è umano, e vive delle virtù, della fortezza e di tutte le qualità divine”.

(3) Io nel sentire ciò, dicevo tra me: “Da qui a poco dirà che la sua Volontà è più della stessa comunione”.  E Lui ha soggiunto:

(4) “Certo, certo, perché la comunione sacramentale dura pochi minuti; la mia Volontà è comunione perenne, anzi eternale, che s’eterna nel Cielo.  La comunione sacramentale è soggetta a qualche intoppo, o per malattia, o per necessità, o per parte di chi la deve amministrare, mentre la comunione della mia Volontà non è soggetta a nessun impiccio, solo che l’anima la vuole e tutto è fatto, nessuno può impedirle un sì gran bene, che forma la felicità della terra e del Cielo, né i demoni, né le creature, né la mia stessa onnipotenza.  L’anima è libera, nessuno ha diritto su di lei a questo punto della mia Volontà.  Perciò Io la insinuo, voglio tanto che la prendano le mie creature, è la cosa che più m’importa, che più mi sta a cuore; tutte le altre cose non m’interessano, anche le più sante, e quando ottengo che l’anima viva della mia Volontà, me ne vado trionfante, perché racchiude il più gran bene che ci può essere in Cielo e in terra”.

 

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9-33

Aprile 10, 1910

 

Preparazione e ringraziamento nella comunione.

 

(1) Scrivo per obbedire, ma mi sento crepare il cuore per lo sforzo che emetto; ma viva l’ubbidienza, viva la Volontà di Dio.  Scrivo, ma tremo, e non so io stessa quel che dico; l’ubbidienza vuole che scriva qualche cosa come mi preparo e ringrazio Gesù benedetto nella comunione.  Io non so dirne niente, perché il mio dolce Gesù, vedendo la mia incapacità e che non sono buona a niente, fa tutto da Sé: Lui prepara l’anima mia, e Lui stesso mi somministra il ringraziamento, ed io lo seguo.  Ora il modo di Gesù è sempre immenso, ed io insieme con Gesù mi sento immensa, e come se sapessi fare qualche cosa; Gesù si ritira, ed io rimango sempre la stupida che sono, l’ignorantella, la cattivella, ed è appunto per questo che Gesù mi vuol bene, perché ignorantella e che niente sono e niente posso, sapendo che a qualunque costo lo voglio ricevere, per non farsi un disonore nel venire in me, ma anzi sommo onore, prepara Lui stesso la mia povera anima, mi dà le sue stesse cose, i suoi meriti, i suoi abbigliamenti, le sue opere, i suoi desideri, insomma tutto Sé stesso; se occorre, anche ciò che hanno fatto i santi, perché tutto è suo; se occorre, ciò che ha fatto la Mamma Santissima; ed anch’io dico a tutti: “Gesù, fatti onore nel venire in me, Mamma Regina mia, santi, angeli tutti, io sono povera povera, tutto ciò che è vostro mettetelo nel mio cuore, non per me, ma per onore di Gesù”.  E mi sento che tutto il Cielo concorre a prepararmi.  E dopo Gesù discende in me, e mi pare di vederlo tutto compiaciuto vedendosi onorato delle sue stesse cose, e delle volte mi dice:

(2) “Bravo, bravo alla figlia mia, quanto ne sono contento, quanto me ne compiaccio, dovunque guardo in te, trovo cose degne di Me; tutto ciò che è mio è tuo, quante cose belle mi hai fatto trovare”.

(3) Io, sapendo che sono povera povera, che niente ho fatto e niente è mio, me la rido del contento di Gesù, e dico: “Meno male che Gesù pensa in questo modo; basta che sia venuto, e ciò mi basta; fa niente che mi sono servita delle sue stesse robe; i poveri debbono ricevere dai ricchi”.  Ora, è vero che rimane in me qualche barlume di qua, un altro di là, del modo che Gesù tiene nella comunione, ma questi barlumi non so riunirli insieme e formarne un preparamento ed un ringraziamento, mi manca la capacità, mi pare che mi preparo in Gesù stesso e lo ringrazio con Gesù stesso.

 

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9-34

Maggio 24, 1910

 

Chi vive in alto, nel Voler Divino, non è soggetto a mutazioni.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, mi sentivo un essere proprio inutile, non sapevo pensare né a peccati, né a freddezze, né a fervore; tutte le cose le guardavo d’uno stesso modo, mi sento indifferente a tutto, di nessuna cosa mi occupo che dal Volere Santo di Dio, ma senza ansietà, anzi nella più perfetta calma.  Onde dicevo tra me stessa: “Che stato cattivo è il mio? Avessi almeno il pensiero dei miei peccati, eppure pare che ne sono contenta.  Oh! Dio Santo, che disgrazia è la mia”.  Mentre ciò dicevo, il benedetto Gesù è venuto e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, quelli che vivono nel basso, respirando l’aria che tutti respirano, sono costretti a sentire le diverse mutazioni dei tempi, cioè il freddo, il caldo, la pioggia, la grandine, i venti, la notte, il giorno, ma chi vive in alto, dove l’aria finisce, non è soggetto a sentire queste mutazioni di tempi, dove non c’è altro che perfetto giorno, e non sentendo queste mutazioni, naturalmente non si dà nessun pensiero.  Così succede a chi vive nell’alto e della sola aria divina, essendo il mio Essere non soggetto a mutazioni, sempre eguale, sempre pacifico ed in pieno contento, che meraviglia che chi vive in Me, del Voler mio e mia stessa aria, non si dia di nessuna cosa pensiero; sicché tu vorresti vivere nel basso come vive la generalità, cioè fuori di Me, di aria umana, di passioni, ecc.?”

 

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9-35

Giugno 2, 1910

 

L’anima deve morire a tutto per risorgere più bella.

 

(1) Sentendomi molto male e come se tutto fosse finito, mi lamentavo con Gesù di questo suo totale abbandono, e Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, questi sono i modi divini, morire e risorgere di continuo.  Vedi, la stessa natura è soggetta a queste morti e a questi risorgimenti, il fiore nasce e muore, ma per risorgere più bello, mentre se mai morisse invecchierebbe, perderebbe la vivacità del suo colorito, la fragranza del suo odore, ed ecco anche la similitudine del mio Essere, sempre vecchio e sempre nuovo.  Il seme è messo sotto terra, come sepolto per farlo morire, e difatti muore, fino a polverizzarsi, e poi risorge più bello, anzi moltiplicato, e così di tutto il resto; e se questo è nell’ordine naturale, molto più nell’ordine spirituale l’anima deve essere soggetta a queste morti ed a questi risorgimenti, ché mentre pare che di tutto ha trionfato e abbonda di fervore, di grazie, di unione con Me, di virtù, pare che in tutto ha acquistato tante nuove vite, Io mi nascondo e pare che tutto le muore intorno; Io do colpo da vero maestro e aiuto a farle tutto morire, e quando mi pare che le sia tutto morto, Io, come sole, esco, mi svelo, e con Me tutto risorge più bello, più vigoroso, più fedele, più riconoscente, più umile, in modo che se vi era qualche cosa d’umano, la morte lo ha distrutto e fa tutto risorgere a nuova vita”.

 

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9-36

Luglio 4, 1910

 

L’agonia dell’orto fu in modo speciale per aiuto ai moribondi, l’agonia

della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.

 

(1) Continuando il mio solito stato pieno di privazioni e d’amarezza, stavo pensando all’agonia di Nostro Signore, ed il Signore mi disse:

(2) “Figlia mia, volli soffrire in modo speciale l’agonia dell’orto, per dare aiuto a tutti i moribondi a ben morire.  Vedi bene come si combina la mia agonia con l’agonia dei cristiani: Tedi, tristezze, angosce, sudore di sangue; sentivo la morte di tutti e di ciascuno, come se realmente morissi per ciascuno in particolare, quindi sentivo in Me i tedi, le tristezze, le angosce di ciascuno, ed a tutti prestavo con le mie, aiuto, conforto, speranza, per fare che come Io sentivo le loro morti in Me, così loro potessero avere grazia di morire tutti in Me, come dentro d’un solo fiato, col mio fiato, e subito beatificarli con la mia Divinità.

(3) Se l’agonia dell’orto fu in modo speciale per i moribondi, l’agonia della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.  Tutte e due sono agonie, ma una diversa dall’altra: L’agonia dell’orto, piena di tristezze, di timori, d’affanni, di spaventi; l’agonia della croce, piena di pace, di calma imperturbabile, e se gridai ho sete, era sete insaziabile che tutti potessero spirare nel mio ultimo respiro; e vedendo che molti uscivano da dentro il mio ultimo respiro, per il dolore gridai sitio, e questo sitio continuo ancora a gridare a tutti ed a ciascuno, come campanello alla porta d’ogni cuore: “Ho sete di te, oh! anima.  Deh! non uscire da Me, ma entra in Me e spira con Me”.  Sicché sono sei ore della mia Passione che diedi agli uomini per bene morire, le tre dell’orto furono per aiuto dell’agonia, le tre della croce per aiuto all’ultimo anelito della morte.  Dopo questo, chi non deve guardare la morte con sorriso? Molto più per chi mi ama, per chi cerca di sacrificarsi sulla mia stessa croce.  Vedi com’è bella la morte e come le cose si cambiano? In vita fui disprezzato, gli stessi miracoli non fecero gli effetti della mia morte; fin sulla croce ci furono insulti, ma non appena spirato, la morte ebbe la forza di cambiare le cose, tutti si percotevano il petto, confessandomi per vero Figlio di Dio, gli stessi miei discepoli presero coraggio, ed anche quegli occulti si fecero arditi e domandarono il mio corpo, dandomi onorevole sepoltura; Cielo e terra a piena voce mi confessarono Figlio di Dio.  La morte è qualcosa di grande, di sublime; e questo succede anche per i miei stessi figli: In vita disprezzati, conculcati, quelle stesse virtù che come luce dovrebbero guizzare in chi li circondavano, restano mezzo velate; i loro eroismi nel patire, le loro abnegazioni, il loro zelo per le anime, gettano chiarezze e dubbi nei circostanti, ed Io stesso permetto questi veli per conservare con più sicurezza la virtù dei miei cari figli.  Ma non appena muoiono, questi veli, non essendo più necessari, Io li ritiro, e i dubbi si fanno certezze, la luce si fa chiara, e questa luce fa apprezzare i loro eroismo, si fanno stima di tutto, ed anche delle cose più piccole, sicché ciò che non si può fare in vita, supplisce la morte.  E questo per quello che succede di qua; e per quello che succede di là è proprio sorprendente ed invidiabile a tutti i mortali”.

 

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9-37

Luglio 8, 1910

 

Il corpo è come il Tabernacolo, l’anima come la pisside per Gesù.

 

(1) Stando molto afflitta per la privazione del mio sommo bene, ed avendo fatto la comunione, nel ricevere la santa particola si è fermata alla gola, ed io succhiandola per mandarla giù, vi succhiavo un umore dolce e squisito, e dopo avere molto succhiato se ne è andato a basso, e vedevo la particola cambiata in bambino, che diceva:

(2) “Il tuo corpo è il mio Tabernacolo, la tua anima è la pisside che mi contiene, il palpito del tuo cuore è come particola che mi serve per trasformarmi in te come dentro d’una particola, con questa differenza, che nella particola, consumandosi, sono soggetto a continue morti; invece, il palpito del tuo cuore, simboleggiato nel tuo amore, non essendo soggetto a consumarsi, la mia vita è continua, dunque, perché tanto affliggerti delle mie privazioni? Se non mi vedi, mi senti, se non mi senti mi tocchi, ed ora con la fragranza dei miei profumi che spando a te dintorno, ora con la luce che ti senti investire, ora col far scendere in te un liquore che sulla terra non si trova, ora col solo toccarti, e poi tanti altri modi a te invisibili”.

(3) Ora, per ubbidire, scrivo queste cose che Gesù dice che mi succedono spesso, ed anche stando in piena veglia.  Questi profumi che io stessa non so dire di che specie siano, io li chiamo il profumo dell’amore, e questo lo sento alla comunione, se prego, se lavoro, specie se non l’ho visto, e dico tra me: “Quest’oggi non sei venuto.  Non sai, oh! Gesù, che senza di Te non posso, non voglio stare?” E subito, e quasi all’improvviso mi sento come investire da quel profumo.  Altre volte, movendomi o smovendomi le lenzuola, sento uscire quel profumo e nell’interno mi sento dire: “Qui ci sto”.

(4)  Altre volte, mentre me ne sto tutta afflitta, faccio per alzare gli occhi, e un raggio di luce si fa innanzi alla mia vista.  Io però di queste cose non ne faccio calcolo, né mi appagano; quello che solo mi rende felice è Gesù, tutto il resto lo ricevo con certa indifferenza.

(5) L’ho scritto solo per obbedire.

 

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9-38

Luglio 29, 1910

 

Le due colonne dove l’anima deve poggiarsi.

 

(1) Continuando il mio solito stato, mi sentivo tanto cattiva, e molto più mi sentivo impressionata, ché anche il confessore mi dice che sono molto scapitata dal mio stato primiero, e se non fosse così Gesù ci verrebbe.  Onde, avendo fatto la comunione, io mi lamentavo col benedetto Gesù di queste sue privazioni, e che avesse la bontà di dirmi qual è il male che faccio, ché volentieri metterei la vita anziché dispiacergli: “Quante volte non vi ho detto, se vedete che sto per offendervi, anche minimamente, fatemi morire”.  E Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non ti affannare.  Se non l’avessi detto anni prima, che per castigare il mondo non sarei venuto così spesso a sgravarmi su di te, e di conseguenza non sarei venuto così spesso, sebbene mai ti avrei lasciato, e per supplire al mio spesso va e vieni, permettevo la messa e la comunione tutti i giorni, per poter tu attingere la forza che attingevi dalle mie visite continue, tanto che giunsi a minacciare il confessore se non si prestava a ciò; eppure, chi non sa i castighi che in questi frattempi hanno successi? Le città intere distrutte, le ribellioni, il ritiramento della grazia dai cattivi, ed anche dagli stessi religiosi cattivi, in modo che quei veleni, quelle piaghe che tenevano dentro, le vanno uscendo fuori.  Ahi! non ne posso più, i sacrilegi sono enormi, eppure tutto ciò è niente ancora in confronto ai castighi che verranno.  Onde, se non lo avessi detto prima, avresti una certa ragione ad allarmarti.  Tu però, le colonne su cui devi poggiarti per poter vivere con piena sicurezza, una è la Volontà mia.  Nella mia Volontà non ci possono essere peccati; la mia Volontà mette in frantumi tutte le passioni e peccati, anzi li spolverizza fino a distruggere le radici.  Poggiata nella colonna della mia Volontà, le tenebre si convertiranno in luce, i dubbi in certezza, le speranze in possesso.  La seconda colonna su cui devi poggiarti è la volontà ferma ed attenzione continua di non offendermi, anche menomamente; disporre il proprio volere a soffrire tutto, ad affrontare tutto, a sottoporsi a tutti, anziché dispiacermi.  Quando l’anima vede che è continuamente poggiata su queste colonne, che formano più che la sua stessa vita, può vivere più che sicura che se vivesse in continui miei favori.  Molto più, che questo tuo stato lo permetto pure per disporti a partire da questa terra”.

 

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9-39

Agosto 3, 1910

 

Il peccato volontario, sconcerta gli umori nell’anima.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù, e mi ha detto:

(2) “Senti, figlia mia, le miserie, le debolezze, sono mezzi per trovarsi nel porto della Divinità, perché l’anima sentendo il fardello delle miserie umane, s’annoia, s’infastidisce e cerca di sbarazzarsi di sé, e sbarazzandosi di sé già si trova in Dio”.

(3) Poi, avendosi messo il mio braccio al suo collo, si stringeva al mio volto, ed è scomparso.  Onde dopo ritornando, ed io lamentandomi ché sfuggiva come un lampo, senza darmi tempo mi ha detto:

(4) “Giacché ti dispiace, prendimi, legami come vuoi e non farmi sfuggire”.

(5) Ed io: “Bravo, bravo Gesù, che bella proposta mi fai, e poi, per Voi si può far questo? Mentre vi fate legare, stringere per quanto più si può, al bel meglio scomparite e non vi fate più trovare, e bravo a Gesù che volete burlarmi.  Ma del resto fate quello che volete; quello che m’importa è che mi dite dove vi offendo, in che cosa vi ho dispiaciuto ché non venite come una volta?”

(6) E Gesù ha soggiunto: “Figlia mia, non ti affannare, quando c’è vera colpa non è necessario che lo dica Io, l’anima da per sé stessa già l’avverte, perché il peccato, quando è volontario, sconcerta gli umori naturali, l’uomo riceve come una trasformazione nel male, si sente come un impregnazione nella colpa che volontariamente si commette, come la vera virtù trasforma l’anima nel bene, gli umori restano tutti concertati tra loro, la natura sente come impregnarsi di dolcezza, di carità, di pace; così il peccato.  Tu dunque hai avvertito mai questo sconcertamento? Ti sei sentita come impregnata d’impazienza, d’ira, di disturbi?”

(7) E mentre ciò diceva, pareva che mi guardava fin dentro per vedere se ciò fosse in me, e pareva che non ci fossero, ed ha continuato:

(8) “Hai visto tu stessa”.

(9) E non so perché, mentre ciò diceva faceva vedere altri terremoti con distruzione di città intere, rivoluzioni, e tanti altri guai, ed è scomparso.

 

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9-40

Agosto 12, 1910

 

Il principio e tutto il male del sacerdote,

consiste nel trattare con le anime di cose umane.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, mi sono trovata fuori di me stessa e vedevo sacerdoti, e Gesù che si faceva vedere nel mio interno tutto slogato e con le membra distaccate.  E Gesù che additava quei sacerdoti e faceva comprendere che, ad onta che erano sacerdoti, erano però membra distaccate dal suo corpo, e lamentandosi diceva:

(2) “Figlia mia, quanto sono offeso dai preti.  I superiori non vigilano sulla mia sorte sacramentale, e mi espongono a sacrilegi enormi.  Questi che tu vedi sono membra separate, che sebbene mi offendono molto, il mio corpo non ha più contatto con le loro azioni nefande; ma gli altri che fingono non star da Me separati e continuano le azioni di preti, oh! quanto più mi offendono.  A quale atroce scempio sono esposto, quanti castighi attirano, Io non posso più sopportarli”.

(3) E mentre ciò diceva, vedevo molti preti che scappavano dalla Chiesa e si rivolgevano contro la Chiesa per farle guerra.  Onde guardavo quei preti con sommo mio dispiacere, e mi sentivo una luce che mi faceva comprendere che il principio e tutto il male del sacerdote, consiste nel trattare con le anime di cose umane, di natura tutta materiale, senza una stretta necessità; queste cose umane formano una rete per il sacerdote, che gli acceca le menti, gli indurisce il cuore alle cose divine, e gli impedisce il passo nel cammino che conviene fare nell’uffizio del suo ministero; non solo, ma è rete per le anime, perché l’umano portano, e l’umano ricevono, e la grazia resta come esclusa da loro.  Oh! quanto male si commette da questi tali, quante stragi di anime vi fanno!” Il Signore voglia illuminare tutti.

 

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9-41

Agosto 19, 1910

 

Versa le sue amarezze.  Timore che fosse il demonio.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, mi sono trovata fuori di me stessa dentro d’una chiesa, e sopra dell’altare ci stava la Regina celeste ed il bambino Gesù tutto piangente.  La celeste Mamma, facendomi cenno con gli occhi, mi faceva comprendere che mi prendessi il bambino in braccio e facessi quanto più potessi per quietarlo.  Io mi sono avvicinata e me l’ho preso in braccio, me l’ho stretto e gli ho detto: “Carino mio, che hai? Sfogati con me.  Non è l’amore il lenitivo, l’assopimento a tutti i dispiaceri? Non è l’amore che fa tutto dimenticare, che raddolcisce tutto, che rappacifica qualunque contesa? Se piangete, qualcosa di discordante ci deve essere tra l’amor tuo e quello delle creature, perciò amiamoci, dammi il tuo amore, e con lo stesso tuo amore ti amerò”.  E poi, chi può dire di quelle tante sciocchezze che gli ho detto? Pareva un po’ più senza pianto, ma non del tutto, ed è scomparso.  Onde il giorno appresso di nuovo mi sono trovata fuori di me stessa, dentro d’un giardino, ed io andavo facendo la via crucis, e mentre ciò faceva mi sono trovato Gesù in braccio.  Giunta all’undecima stazione, non potendo più stare, il benedetto Gesù mi ha fermato, ed avvicinando la sua bocca alla mia ha versato una cosa densa e liquida; il liquido potevo ingoiarlo, ma il denso non mi andava abbasso, tanto che quando Gesù ha allontanato la sua bocca da me, l’ho dovuto versare a terra, e poi ho guardato Gesù, e ho visto che dalla bocca gli scorreva un liquido denso e nero, nero.  Io mi sono spaventata tanto, e gli ho detto: “Mi pare che non sei Gesù, Figlio di Dio e di Maria, Madre di Dio, ma il demonio.  E’ vero che vi voglio, vi amo, ma è sempre Gesù che voglio, non mai il demonio, con lui non voglio avere che ci fare.  Mi contento di starmene senza Gesù, anziché avere che ci fare col demonio”.  E per essere più sicura, ho segnato Gesù di croce, ed io mi sono segnata con la croce.  Gesù, per togliermi lo spavento, ha ritirato dentro di Sé quel liquido nero che non si poteva guardare, e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, non sono demonio, questo che tu vedi non è altro che le iniquità grandi che mi fanno le creature, che non potendole più contenere, le verserò su di loro stesse.  Ho versato in te, e tu non hai potuto contenere tutto, e lo hai versato a terra; Io continuerò a versare su di loro”.

(3) E mentre ciò diceva, mi faceva comprendere che flagelli farà piovere dal Cielo; ravvolgerà i popoli in lutto, in lacrime amarissime e strazianti, e quel poco che ha versato in me, risparmierà, se non in tutto, in parte la nostra città.  Poi faceva vedere grande mortalità di gente per epidemie, per terremoti ed altri infortuni.  Quanta desolazione, quante miserie!

 

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9-42

Agosto 22, 1910

 

Gesù che fugge e cerca ristoro.

 

(1) Continuando il mio solito stato, avendo perduto i sensi, vedevo molte persone che mettevano in fuga il benedetto Gesù, e Gesù fuggiva, fuggiva, ma dove andava non trovava posto e fuggiva.  Finalmente è venuto a me, tutto trafilante di sudore, stanco, afflitto, mi si è gettato in braccia, si è stretto forte, e ha detto a quelli che lo inseguivano: “Da quest’anima non mi potete far fuggire”.  E quelli scornati si sono ritirati, ed a me mi ha detto:

(2) “Figlia, non ne posso più, dammi qualche ristoro”.

(3) E si è messo a succhiare al mio petto, e poi mi sono trovata in me stessa.

 

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9-43

Settembre 2, 1910

 

Si deve badare a quello che si deve fare, e non alle chiacchiere.

 

(1) Stavo pensando a Gesù che portava al calvario la croce, specie quando incontrò le donne, che dimenticò i suoi dolori e si occupò di consolare e di esaudire, istruire insieme quelle povere donne.  Come tutto era amore in Gesù.  Aveva bisogno Lui di essere consolato, ed invece consola, e in che stato consola, era coperto tutto di piaghe, trafitto il capo da pungentissime spine, ansante e quasi morendo sotto la croce, e consola gli altri, che esempio, che scorno per noi, che basta una piccola croce per farci dimenticare il dovere di consolare gli altri! Onde ricordavo quante volte, trovandomi io oppressa dalle sofferenze o dalle privazioni di Gesù che mi trafiggevano, mi laceravano il mio interno da parte a parte, e trovandomi attorniata di persone, Gesù mi spingeva ad imitarlo in questo passo della sua Passione; ed io, sebbene amareggiata fino nelle midolla delle ossa, mi sforzavo di dimenticare me stessa per consolare ed istruire gli altri.  Ed ora, trovandomi libera ed esente di trattare con persone, mercé e grazie all’ubbidienza, ne ringraziavo Gesù che non mi trovavo più in questi incontri; mi sento di respirare un’aria più libera di potermi occupare solo di me stessa.  E Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:

(2) “Figlia mia, eppure per Me era un sollievo e mi sentivo come ristorato, specie in quelli che veramente venivano per far del bene.  In questi tempi manca veramente chi getti il vero spirito interno nelle anime, perché non avendone, non sanno infonderlo negli altri, e m’imparano le anime ad essere permalose, scrupolose, leggiere, senza vero fondo di distacco da tutto e da tutti, e questo produce virtù sterili, che fanno per sbocciare e muoiono.  E certuni credono di far progresso nelle anime perché giungono alla minutezza ed alla scrupolosità; ma invece di progresso sono veri inceppi che rovinano le anime, ed il mio amore ne resta digiuno in queste tali.  Onde, avendoti Io molto dato di lume sulle vie interne, ed avendoti fatto comprendere la verità delle vere virtù e del vero amore, trovandoti nella verità, Io potevo per bocca tua far comprendere agli altri la verità della vera via delle virtù, ed Io ne sentivo contento”.

(3) Ed io: “Ma Gesù benedetto, dopo il sacrificio che io facevo, quelli poi andavano dicendo delle chiacchiere, e l’ubbidienza giustamente ha proibito la venuta delle persone”.

(4) E Gesù: “Questo è lo sbaglio, che si bada alle chiacchiere e non al bene che si deve fare.  Anche a Me ne dissero delle chiacchiere, e se avessi badato a questo, non avrei compiuto la Redenzione dell’uomo, perciò si deve badare a quello che si deve fare e non a quello che si dice, e le chiacchiere restano a conto di chi le dice”.

 

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9-44

Settembre 3, 1910

 

Quello che Gesù fa a un’anima, lo fa con effetti a tutte.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, è venuto il benedetto Gesù da bambino; mi baciava, mi stringeva, mi carezzava, e molte volte ritornava con baci ed abbracci.  Io mi meravigliavo ché Gesù aveva trasceso con me, vilissima, a trattenersi con me con baci ed abbracci.  Io li restituivo, ma timida, e Gesù con una luce che usciva da Lui, mi ha fatto comprendere che venendo, è sempre un bene grande, non solo per me, ma per tutto il mondo intero, in modo che con l’amare e sfogarsi con un’anima, viene a riguardare tutta l’umanità intera, perché in quell’anima ci sono tanti vincoli che uniscono tutti: Vincoli di rassomiglianza, vincoli di paternità e di figliolanza, vincoli di fratellanza, vincoli dell’essere tutti usciti e creati dalle sue mani, vincoli dall’essere stati tutti da Lui redenti e che ci vede marcati col suo sangue.  Quindi, vedendo tutto questo, amando e favorendo un’anima, restano amati e favoriti gli altri, se non in tutto almeno in parte.  Onde, venendo a me Gesù benedetto, e trovandoci in tempo di flagelli, baciandomi, abbracciandomi, carezzandomi e guardandomi, voleva riguardare tutti gli altri e risparmiarli in qualche parte, se non in tutto.

(2) Onde, dopo ciò, vedevo un giovane, credo che fosse angelo che andava segnando quelli che dovevano essere toccati dal flagello.  Pareva che veniva preso un gran numero di persone.

 

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9-45

Settembre 9, 1910

 

Lamenti dell’anima per non poter risparmiare i castighi.

 

(1) Continuando il mio solito stato, il benedetto Gesù non ci veniva, ed io stavo dicendo tra me: “Come ha cambiato per me Gesù, come non mi vuole il bene di prima; prima di mettermi sempre in letto stando il colera, Lui stesso mi pregava che se accettavo le sofferenze per qualche giorno, faceva cessare il colera, ed accettandole cessò il flagello.  Ora poi mi tiene continuamente in letto, si sente il colera, gli strazi che fa alle povere gente, e non mi vuol dare retta.  Come non più si vuol servire di me!” Mentre ciò dicevo, faccio per guardare in me e veggo che Gesù stava con la testa alzata, che mi guardava, e tutto intenerito mi stava a sentire; e quando ha visto che io ho avvertito che mi stava guardando, mi ha detto:

(2) “Figlia mia buona, quanto mi sei importuna! vuoi vincere per forza, è vero? Va bene, va bene, non mi molestare di più”.

(3) Ed è scomparso.

 

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9-46

Settembre 11, 1910

 

Gesù vuole amore, verità e rettitudine delle anime.  Un’anima unita

perfettamente alla Divina Volontà, fa vincere la Misericordia sulla Giustizia.

 

(1) Continuando il mio solito stato, pareva che il confessore metteva l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione.  Dopo un po’ di stenti, il benigno Gesù ha concorso un poco e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, per il mondo non ne posso più, molto mi muovono a sdegno, mi strappano i flagelli dalle mani per forza”.

(3) E mentre ciò diceva, pareva una pioggia a dirotto che faceva male ai vigneti.  Poi ho pregato per il confessore, che pareva presente; volevo prendergli le mani, per farlo toccare da Gesù, e pareva che Gesù lo facesse; lo pregavo che gli dicesse ciò che voleva dal padre, e Gesù gli ha detto:

(4) “Voglio amore, verità e rettitudine.  Quello che rende l’uomo più dissimile da Me è il non essere armato da queste prerogative”.

(5) E mentre diceva amore, pareva che gli suggellasse tutte le membra, il cuore, l’intelligenza d’amore.  Oh! quanto è buono Gesù.

(6) Onde dopo, avendo detto al padre ciò che ho scritto il giorno 9, sono rimasta dubbiosa, e dicevo tra me: “Quanto vorrei non scrivere queste cose, se è vero che Gesù sospende il flagello per contentare me, o se è mia fantasia”.

(7) E Gesù mi ha detto: “Figlia mia, la giustizia e la misericordia stanno in continua lotta, e sono più le rivincite della misericordia che della giustizia.  Ora, quando un’anima è perfettamente unita con la mia Volontà, prende parte nelle mie azioni ad extra, e soddisfacendo con le sue sofferenze, la misericordia fa le più belle rivincite sulla giustizia, e siccome Io mi compiaccio di coronare tutti i miei attributi di misericordia, ed anche la stessa giustizia, vedendomi importunato da quest’anima unita con Me, per contentarla cedo a lei, avendo ceduto lei tutte le sue cose nella mia Volontà.  Perciò, quando non voglio cedere non vengo, perché non mi fido di resistere a non cedere; dunque, qual è il tuo dubbio?”

 

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9-47

Settembre 22, 1910

 

Ogni virtù è un Cielo che l’anima acquista.

 

(1) Questa mattina, continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, ogni virtù è un cielo che l’anima acquista; sicché quante virtù si acquistano, tanti cieli l’anima va formando, e questi cieli sconfiggono tutte le inclinazioni umane, distruggono ciò che è terreno e fanno spaziare l’anima nelle aure più pure, nelle delizie più sante, nei profumi celesti del sommo bene, anticipandole parte dei gaudi eterni”.

(3) Ed è scomparso.

 

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9-48

Ottobre 1, 1910

 

L’amore a Gesù forma la trasformazione dell’anima in Lui.

 

(1) Avendo fatto la comunione, mi sentivo tutta trasformata in Gesù benedetto, e dicevo tra me stessa: “Come si fa a mantenere questa trasformazione con Gesù?” E nel mio interno pareva che Gesù mi diceva:

(2) “Figlia mia, se vuoi essere sempre trasformata in Me, anzi una sola cosa con Me, amami sempre e manterrai la trasformazione con Me, perché l’amore è fuoco, e qualunque legno si getta nel fuoco, piccolo o grande, verde o secco, tutti prendono la forma di fuoco e si convertono nello stesso fuoco, e dopo che questi legni sono rimasti bruciati, non si discerne più qual era un legno e quale l’altro, né il verde né il secco, non si vede altro che fuoco.  Così l’anima quando non cessa mai d’amarmi; l’amore è fuoco che trasmuta in Dio, l’amore unisce, le sue vampe investono tutte le operazioni umane e dà loro la forma delle operazioni divine”.

 

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9-49

Ottobre 17, 1910

 

Per quanto amore ed unione con Gesù ha

l’anima, tanto valore hanno i suoi sacrifici.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, stavo pregando il mio amoroso Gesù per il felice passaggio d’un sacerdote, stato anni prima mio confessore, e dicevo al mio amato Gesù: “Ricordatevi quanti sacrifici ha fatto, quanto ha zelato l’onore e gloria tua, e poi, quanto non ha fatto per me? Quanto non ha sofferto? In questo punto lo dovete rendere, facendolo passare addirittura al Cielo”.  E il benedetto Gesù mi ha detto:

(2) “Figlia mia, Io non guardo tanto ai sacrifici, ma all’amore con cui si fanno ed all’unione che hanno con Me, sicché quanto più l’anima è unita con Me, tanto calcolo di più faccio dei suoi sacrifici.  Sicché, se l’anima è più strettamente unita con Me, i più piccoli sacrifici Io faccio dei calcoli grandi, perché nell’unione c’è il calcolo dell’amore, ed il calcolo dell’amore è calcolo eterno che non ha termine né confine; mentre l’anima che si può sacrificare assai, e non è unita con Me, Io guardo il suo sacrificio come di persona estranea, e le do la mercede che merita, cioè limitata.  Supponi un padre ed un figlio che si amano; il figlio fa dei piccoli sacrifici, il padre, per il vincolo di unione di paternità e di figliolanza, e d’amore, che è il vincolo più forte, guarda questi piccoli sacrifici come cosa grande, ne mena trionfo, si sente onorato, e dà al figlio tutte le sue ricchezze, e dedica per il figlio tutte le premure e le sue cure.  Aggiungi un servo, lavora tutta la giornata, si espone al caldo, al freddo, sta a tutti i suoi ordini, se occorre veglia anche la notte a conto del padrone; e che cosa riceve? La misera mercede d’una giornata, dimodoché se non lavora tutti i giorni sarà costretto a sentire la fame.  Tal’è la differenza che passa tra l’anima che possiede la mia unione e l’anima che non la possiede”.

(3) Mentre ciò diceva, mi sono sentita fuori di me stessa insieme col benedetto Gesù, e di nuovo ho detto: “Dolce amor mio, dimmi, dove si trova quell’anima?”

(4) E Gesù: “In purgatorio.  Oh! se tu la vedessi in quale luce nuota, ne resteresti meravigliata”.

(5) Ed io: “Dite che sta in purgatorio e dite che nuota nella luce?”

(6) E Gesù: “Sì, si trova nuotando nella luce, perché questa luce la teneva a deposito, e nell’atto del suo morire questa luce lo ha investito e non lo lascerà mai più”.

(7) Io capivo che questa luce erano le sue opere buone fatte con purità d’intenzione.

 

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9-50

Ottobre 24, 1910

 

La turbazione, i suoi effetti.  Tutto esce dalle dita di Dio.

 

(1) Stavo sommamente afflitta per la privazione del mio amabile Gesù, ed avendo fatto la comunione, mi lamentavo della sua assenza, e Gesù mi ha detto nel mio interno:

(2) “Figlia mia, stanno succedendo e succederanno cose tristi e tristissime”.

(3) Io sono rimasta atterrita.  Quindi sono passati vari giorni senza di Gesù; solo che spesso mi sentivo dire:

(4) “Figlia mia buona, pazienza ché non ci vengo; poi ti dirò il perché”.

(5) Onde me la passavo amareggiata, sì, ma pacifica; quando al meglio ho fatto un sogno che molto mi ha contristato ed anche turbato, molto più che non vedendo Gesù, io non avevo a chi rivolgermi per essere circondata dalle aure di pace che solo Gesù possiede.  Oh! quanto è da compiangere un’anima turbata, la turbazione è un’aria infernale che si respira, e quest’aria d’inferno fa uscire l’aria celeste della pace, e prende il posto di Dio nell’anima, la turbazione sbuffando quest’aria infernale nell’anima, la padroneggia tanto, che anche le cose più sante, più pure, col suo soffio infernale le fa comparire le più brutte e perniciose, mette tutto in disordine, e l’anima stanca da questo disordine è appuzzata da quest’aria d’inferno, s’infastidisce di tutto e sente noia dello stesso Dio”.

(6) Io la sentivo quest’aria d’inferno, non dentro di me, ma intorno a me; eppure mi ha fatto tanto male, che non mi curavo più che Gesù non ci veniva, anzi mi pareva che neppure lo volevo.  E’ vero che la cosa era molto seria e non di bagattella; si trattava che mi veniva assicurato che non mi trovavo in buono stato; quindi le sofferenze, le venute di Gesù, non erano Volontà di Dio e dovevo finirla una volta per sempre.  Non dico tutto a riguardo, perché non lo credo necessario; l’ho scritto solo per obbedire.

(7) Onde, la notte seguente vedevo che dal cielo scendeva acqua a diluvio, da fare molto danno e seppellire paesi interi, ed era tanta l’impressione del sogno che io non volevo vedere niente.  In questo mentre, una colomba che girava a me d’intorno mi ha detto:

(8) “Il muovere delle foglie, delle erbe, il mormorio delle acque, la luce che invade la terra, il motore di tutta la natura, tutto, tutto esce dalle dita di Dio, immagina se il tuo stato solo non deve uscire dalle dita di Dio”.

(9) MOnde, venendo il confessore ho detto tutto il mio stato, e lui mi ha detto che era stato il demonio per disturbarmi.  Sono lasciata un po’ più pacifica, ma come una che ha sofferto una grave malattia.

 

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9-51

Ottobre 29, 1910

 

Le tre armi per vincere la turbazione.

 

(1) Trovandomi nel solito mio stato, pare che Gesù si è fatto vedere un poco, ed io gli ho detto: “Vita della mia vita, mio caro Gesù, in questi giorni passati sono stata turbata, e Tu che sei stato tanto geloso della mia pace, non hai avuto in questi giorni scorsi una sola parola per darmi quella pace da Te tanto voluta”.  E Lui:

(2) “Ah! figlia mia, Io stavo flagellando e distruggendo paesi e sotterrando vite umane, perciò non ci sono venuto.  In questo giorno di tregua, ché poi di nuovo prenderò il flagello in mano, subito sono venuto a rivederti, dunque, devi sapere che le cose fatte con purità d’intenzione, le opere giuste e tutto ciò che si fa per mio amore, se Io non lo premiassi mancherei ad un dovere di giustizia, e tutti gli altri miei attributi resterebbero oscurati.  Quindi, queste sono le tre armi più potenti per distruggere questa bava velenosa ed infernale della turbazione.  Onde, se la necessità di flagellare mi costringesse a non venire qualche giorno, e quest’aria d’inferno ti volesse investire, mettile contro queste tre armi: La purità d’intenzione, l’opera giusta e buona in sé stessa di vittima, e sacrificarti per Me e solo lo scopo d’amarmi, ché sconfiggerai qualunque turbazione e la sconfinerai fino nel più profondo dell’inferno; e con la noncuranza menerai la chiave per non farla più uscire e poterti più molestare”.

 

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9-52

Novembre 1, 1910

 

La consumazione nella unità di volontà, forma l’unità suprema.

 

(1) Continuando il mio solito stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:

(2) “Figlia mia, l’unità suprema è quando l’anima giunge a tale strettezza d’unione con la mia Volontà, da consumare qualunque ombra del suo volere, in modo da non più discernersi quale sia il mio Volere e quale il suo.  Onde il mio Volere è la vita di quest’anima, in modo che qualunque cosa disponga, tanto su di lei quanto sugli altri, in tutto è contenta; qualunque cosa pare adatta per lei; la morte, la vita, la croce, la povertà, ecc., le guarda tutte come cose sue, e che servono a mantenere la sua vita.  Giunge a tanto, che anche i castighi non più la spaventano, ma in tutto è contenta del Voler Divino, tanto che le pare che se Io lo voglio, essa lo vuole, e se essa lo vuole il Signore lo fa, Io faccio ciò che vuole lei, e lei fa ciò che voglio.  E’ questo l’ultimo alito della consumazione della tua volontà nella mia, che tante volte ti ho chiesto, e che l’ubbidienza e la carità verso il prossimo non te l’hanno permesso, tanto che molte volte Io ho ceduto a te, a non castigare, ma tu non hai ceduto a Me, tanto che sono costretto a nascondermi da te per essere libero quando la giustizia mi sforza e gli uomini giungono a provocarmi, a prendere il flagello in mano per castigare le gente.  Se ti avessi con Me, con la mia Volontà nell’atto di flagellare, forse avrei scarseggiato e diminuito il flagello, perché non c’è potenza maggiore, né in Cielo, né in terra, di un’anima che in tutto e per tutto è consumata nella mia Volontà, questa giunge a debilitarmi e mi disarma come le piace.  Questa è l’unità suprema; poi c’è l’unità bassa in cui l’anima è rassegnata, sì, ma non guarda le mie disposizioni come roba sua, come vita sua, né si felicita in essa, né sperde la sua nella mia.  Questa la guardo, sì, ma non giunge ad innamorarmi, né giungo ad impazzire per lei, come faccio per quelle dell’unità suprema”.

 

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9-53

Novembre 3, 1910

 

L’anima: Paradiso di Gesù in terra.

 

(1) Questa mattina, il benedetto Gesù si faceva vedere nel mio interno in atto di ricrearsi e sollevarsi di tante amarezze delle creature, e ha detto queste semplici parole:

(2) “Tu sei il mio Paradiso in terra, il mio conforto”.

(3) Ed è scomparso.

 

Deo Gratias.

 

 

 

 

 

Nihil obstat

Canonico Hanibale

M.  Di Francia

Eccl.

 

Imprimatur

Arzobispo Giuseppe M.  Leo

Octubre de 1926

 



[1] Questo libro è stato copiato direttamente dal originale manoscritto di Luisa Piccarreta